Lapponia – Il mendicante e il suo compagno di viaggio

Un vecchio soldato aveva preso in prestito molto danaro dalle casse dello zar, e quando morì, il debito non era stato ancora pagato.
Allora lo zar cercò di rifarsi sulla sua eredità, ma erano cose di poco valore, e perciò il debt-maindebito rimase. Per questo lo zar ordinò ai preti di maledire il truffatore per sette anni di seguito in tutte le chiese.
Ma un ricco, che aveva sentito la maledizione in chiesa, ebbe compassione di quell’anima infelice e scrisse allo zar, chiedendogli se non era possibile salvarla e allontanare la maledizione da quel pover’uomo.
«Naturalmente – rispose lo zar. – Se il suo debito venisse pagato, l’uomo sarebbe benedetto invece che maledetto».

Allora il ricco raccolse tutte le sue ricchezze e portò il danaro allo zar, ma non bastava a saldare il debito. Così vendette tutte le sue proprietà e portò allo zar anche questo danaro. Ma neanche questo bastava a chiudere i conti.
Lo zar, tuttavia, ritenendosi soddisfatto per il danaro che aveva recuperato, ordinò lo stesso che il morto venisse benedetto per sette anni di seguito. Solo che ora il ricco era diventato povero, ma così povero che, per sopravvivere, fu costretto a mendicare il pane e chiedere l’elemosina, vagando da un paese all’altro.

Un giorno, in questo suo triste girovagare, incontrò per strada un giovane, vagabondo come lui in cammino senza una meta. E camminando insieme, alla fine giunsero al castello di un imperatore straniero.
Entrarono a chiedere lavoro, e vi rimasero per un bel po’ di tempo.

Avvenne, in questo tempo, che il nostro povero mendicante s’innamorasse di una bella fanciulla. L’amore gli pareva corrisposto, ma lui non osava dichiarare i propri mendicanti-fanciullasentimenti, perché quella fanciulla era figlia dell’imperatore, e l’imperatore, sapendolo povero, non gliela avrebbe mai fatta sposare.
Confidò allora le sue pene al compagno di viaggio, e gli chiese consiglio.
«Va’ dall’imperatore e chiedigli sua figlia – disse quello. – E se l’imperatore vuole che tu faccia qualcosa in cambio, rispondi solamente: “Na jo!” – «va bene!».

E così il nostro mendicante si lasciò convincere e, andato dall’imperatore, gli chiese: «Vuoi darmi tua figlia in sposa?».
L’imperatore rispose: «E perché no? se per domattina sarai capace di costruirmi un ponte d’argento sul fiume che divide il mio impero, avrai mia figlia in sposa».
«Na jo! – rispose l’uomo. – Ci proverò».
E, ciò detto, tornò dal suo compagno di vagabondaggio e gli raccontò come erano andate le cose.

«Ho promesso all’imperatore di costruire per domattina all’alba un ponte d’argento sul fiume – disse. – Gliel’ho promesso, pur sapendo che è una cosa impossibile per chiunque».
«Sarà possibile – gli rispose l’amico. – Non temere, sarà possibile», e quella sera stessa scese al fiume e costruì lui il ponte.
Al mattino tornò e disse: «Adesso va’ al fiume, porta con te un martello e mettiti sul ponte, e quando l’imperatore verrà a vedere il lavoro, tu batti piano piano col martello».

L’uomo fece così, e quando l’imperatore arrivò e vide il ponte, gli disse: «Per esser bravo, sei bravo, caro mio; ma mia figlia non l’avrai in sposa, finché non mi costruirai un zar-disegnocastello d’oro puro».
Allora l’uomo si scoraggiò, tornò dal suo amico e gli raccontò tutto, ma quello rispose: «Non ti preoccupare, ti aiuterò io», e così uscì e andò a costruire lui il castello d’oro.
Il mattino dopo, tornò sul far dell’alba e disse: «Ora va’ al castello d’oro, e prendi con te un martello, e sta’ attento: quando arriva l’imperatore, allora prendi il martello e picchia piano piano sul muro del castello, in modo che l’imperatore creda che tu abbia appena finito il lavoro».

L’uomo si attenne a quanto gli aveva detto il compagno: andò al castello armato di un martello, e lì attese l’arrivo dell’imperatore. E quando l’imperatore venne, allora cominciò a picchiare piano piano sul muro del castello.
L’imperatore osservò l’edificio e lodò molto l’opera. Poi disse all’uomo: «Per esser bravo, sei bravo!».
«Mi darai dunque tua figlia?», chiese l’uomo.

L’imperatore, dopo aver visto tutto ciò, temeva intanto per la sua vita. Pensò: «Un uomo che è capace di simili opere, potrebbe anche uccidermi se non mi accontento». E così gli diede in moglie sua figlia.
Iniziarono i preparativi per le nozze e fu davvero una gran festa, perché tutte le persone della città erano invitate al matrimonio.
Al termine, l’imperatore pregò il nuovo genero di andar via con sua figlia, e l’uomo andò con sua moglie fuori dai confini dell’impero, dove il suo compagno costruì, per lui e per sua moglie, una bella casa d’oro e dove, per un po’ di tempo, vissero felici e contenti.

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Venne però il giorno in cui l’amico doveva lasciarli per riprendere la sua strada, e così disse all’uomo: «Ora dobbiamo separarci, perché devo tornare alla mia vita. Tu, bada alla nostra proprietà per tutto il tempo che starò via, perché quando tornerò, sarà per chiederti la restituzione della mia parte!».
Ciò detto, se ne andò per la sua strada. E due anni dopo tornò per riprendersi ciò che era suo.

Il nostro uomo raccolse tutto ciò che l’amico gli aveva lasciato in affidamento, e lo divise in due.
Il compagno di viaggio però gli disse: «Non manca ancora qualcosa?».
«Questo – disse l’uomo, stupito della domanda – questo è tutto quanto appartiene a noi due! non vedo che cosa possa mancare: non c’è altro in questa casa!».

«Come? – disse il compagno. – E il bambino lì sul pavimento, non è tuo figlio?».
«Certo», rispose quello.
«Allora una parte appartiene anche a me», disse l’altro.
A quel punto l’uomo prese un’ascia per dividere in due il bambino, ma il compagno di viaggio lo trattenne e disse: «Non toccarlo, ma tieni per te il bambino e i beni, io non voglio niente, perché sono un angelo di Dio. Dio mi ha mandato per quell’uomo la cui anima tu salvasti dalla maledizione. Ora, hai in cambio la stessa benedizione».