Graf – Il leggendario viaggio di san Brandano

San Brandano fu irlandese, e se si debbono tener per sicuri i termini che alla sua vita assegnano i biografi, nacque nel 484 e morì nel 576 o 577. Il suo nome si scrisse in latino Brendanus, ma prese poi, col divulgarsi della leggenda per varie province d’Europa, san-Brandanovarie forme: Brandan, Brandanus, Brandon, Brandain, Blandin, Borodon, sotto l’ultima delle quali ebbe forse a essere confuso con san Barinto (Barindo, Barint, Barrendeus, Borandon), uno dei suoi precursori.
San Brandano (noi useremo questa forma, come quella che occorre più di frequente) fu abate di Llancarvan e di Clonfert e fece veramente un viaggio, e vuolsi che tornato in patria scrivesse un libro De fortunatis insulis. Questo viaggio egli compì, secondo affermano parecchi cronisti, l’anno 561, e la leggenda non dovette tardare a narrarlo in guisa fantastica, sebbene sia da credere che solo a poco a poco essa abbia preso rigoglio e raggiunta quella pienezza con la quale sino a noi è pervenuta.

Il racconto più antico fu probabilmente gaelico, ed è forse, in una forma più o meno alterata, quello stesso che si conserva nel cosiddetto Libro di Lismore, il quale è, peraltro, di età assai tarda, essendo stato scritto nel secolo XV.
Dal racconto gaelico avrebbe attinto l’autore del primo racconto latino, noto sotto il titolo di Navigatio sancti Brendani, conservato in un codice della Vaticana che, a ragione o a torto, fu stimato del secolo IX, e in altri codici assai numerosi dei secoli XI, XII e XIII; e dalla Navigatio dipendono, direttamente o indirettamente, in tutto o in parte, i molti racconti venuti di poi, latini e volgari, in prosa e in verso.

Ridotto in breve, il racconto della Navigatio è il seguente.
Un giorno san Brandano, padre di quasi tremila monaci, ricevette la visita di san Barindo, il quale ebbe a narrargli come fosse andato a visitare un altro sant’uomo, Mernoc, che con più monaci viveva in un’isola dell’oceano, detta Isola Deliziosa; come in sua compagnia fosse andato, verso Occidente, all’Isola Promessa dei Santi, piena di ogni delizia, durata incolume dal principio del mondo, e serbata da Dio ai santi suoi, quando verranno gli ultimi tempi; come quivi avessero trovato un uomo circonfuso di luce, col quale parlarono, e un fiume, che divideva l’isola per mezzo, ed oltre il quale non fu loro conceduto di passare; come tornassero indietro per il già corso cammino.

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Udita la narrazione di Barindo, san Brandano arse dal desiderio di vedere ancor egli l’isola meravigliosa; e consigliatosi coi suoi monaci, dopo un digiuno di quaranta giorni, presi seco quattordici compagni, e poi altri tre, sopravvenuti senza suo desiderio, si recò nella terra ov’erano i parenti suoi, e costrutta quivi una nave assai leggera, formata di legname e di pelli, entrò in mare e diedesi a viaggiare verso Occidente, con prospero vento.
Passati quaranta giorni, e venute già a mancare le vettovaglie, giunsero gli esploratori a un’isola altissima, le cui ripe di pietra erano tutt’intorno tagliate a perpendicolo, meno che in un punto, ove s’apriva un seno capace di una sola nave; ed essi, entrativi, trovarono un castello, con una grande sala parata, ma vuoto di abitatori, e per tre giorni consecutivi ebbero mensa imbandita e ottimo ristoro.

Quivi, uno dei monaci sopraggiunti da ultimo, rubò, contro l’ammonizione espressa del santo, un freno d’argento, e per questo morì, ma confesso e perdonato, così che l’anima sua fu dagli angeli assunta in cielo.
Gli altri, rientrati in nave, ripresero il viaggio, e vennero a un’isola popolata da innumerevoli pecore bianche, di grandezza maggiore dei buoi; poi ad una che pareva isola ed era invece uno sterminato pesce, detto Jasconius, dal quale i monaci fuggirono precipitosamente quando, sentito il calor del fuoco accesogli sul dorso, quello si cominciò jasconiusa muovere; poi a un’altra isola, dove era un infinito numero di uccelli candidissimi e parlanti, sotto alle cui penne si celavano gli angeli che si mantennero neutrali al tempo della ribellione di Lucifero; e quivi san Brandano e i suoi monaci celebrarono la festa di Pasqua, e rimasero sino all’ottava di Pentecoste.

Partitisi anche da quella, non videro più, per tre mesi interi, se non l’acqua e il cielo, finché giunsero a un’isola abitata da ventiquattro monaci santi, i quali si nutrivano di pane largito loro dal cielo, serbavano rigoroso silenzio, non pativano i danni della vecchiezza e dei morbi.
Quivi celebrarono i navigatori il Natale, poi, ripreso il mare, visitarono un’isola ov’era un fonte, le cui acque inducevano profondo sopore in che le beveva; navigando quindi verso Settentrione, trovarono un mare che per troppa tranquillità era quasi coagulato; poi approdarono di nuovo ad alcune delle isole che già li avevano accolti l’anno innanzi, e nell’isola degli uccelli celebrarono la Pasqua.

Sette anni durò la meravigliosa navigazione, e tutti gli anni gli esploratori, condotto dalla Provvidenza, tornarono a celebrare il Natale e la Pasqua nei medesimi luoghi.
Noi non terremo dietro a questi ritorni e alle ripetizioni cui danno argomento; ma noteremo solo le nuove cose mirabili onde fa memoria il racconto.

In sul principiare del terzo anno i naviganti scamparono da un gran pericolo. Uno smisurato cetaceo li inseguì gran tratto, e li avrebbe tutti inghiottiti, se un altro mostro marino, che sbuffava fuoco dalla bocca, non fosse venuto con esso a combattimento, e non l’avesse ucciso.
I monaci approdarono a un’isola, dove stettero tre mesi, trattenuti dall’imperversare dei venti contrari, poi, navigando sempre verso Settentrione, giunsero a un’altra isola, popolata di tre torme, di fanciulli l’una, di giovani l’altra, e di seniori la terza, i quali tutti consumavano il tempo cantando salmi e lodando il Padre celeste; e quivi si rimase il secondo di quei fratelli che raggiunsero il santo dopo la dipartita sua dal monastero.

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E sempre meraviglie seguitavano a meraviglie: un’isola tutta densa di alberi di una sola specie, i quali recavano per frutto grappoli d’uva di portentosa grandezza, ove ogni acino era della misura di un pomo; l’uccello griffa che minacciò di divorare i naviganti, e fu ucciso da un altro uccello; un mare di meravigliosa limpidezza in fondo al quale si vedevano giacere sull’arena infiniti animali, a guisa di greggi; una smisurata colonna di cristallo chiarissimo, la quale sorgeva dal profondo del mare, e pareva toccare con la cima il cielo, e aveva intorno come un gran padiglione, fatto a maglie larghissime e di una sostanza che aveva il color dell’argento.

Tanto corsero i naviganti verso Settentrione che raggiunsero le terre dei dannati. E prima videro un’isola popolata da orrendi fabbri ferrai, i quali scaraventarono loro dietro sul mare ingenti masse di metallo arroventato; poi un monte ignivomo, dove il terzo e ultimo di quei monaci avventizi fu rapito dai diavoli.
Passati alcuni giorni, trovarono Giuda sedente sopra una pietra in mezzo all’oceano, in una condizione che sembra a lui di riposo e di felicità paragonata con quella della sua dimora ordinaria, nel più profondo abisso dell’Inferno.

Quel refrigerio è a lui conceduto dalla divina misericordia in ciascuna domenica, e nei giorni ancora che vanno dal Natale all’Epifania, dalla Pasqua alla Pentecoste, e dalla san-Brandano-celebrazionepurificazione all’assunzione di Maria.
Più oltre, navigando verso Mezzodì, trovarono sopra uno scoglio un eremita per nome Paolo, il quale, nutrito miracolosamente da una lontra, aveva raggiunto l’età di centoquaranta anni, e doveva aspettare, vivo, il giorno del Giudizio.

San Brandano e i compagni suoi si videro avvolti un giorno da una densa caligine, e, quella attraversata, giunsero a un’isola circonfusa di splendidissima luce. Era quella la Terra Promessa, l’isola paradisiaca, da essi con sì tenace desiderio cercata.
Scesero su quella spiaggia benedetta, e videro la campagna tutta verde di alberi, e mangiarono di quei frutti deliziosi, e bevvero di quelle acque dolcissime. Trovarono il fiume che spartiva la terra per mezzo, e oltre il quale non era lecito di passare, e seppero da un giovane che Dio rivelerebbe quella felice stanza ai cristiani quando fossero ricominciate le persecuzioni.
Adempiuto il voto, i felici esploratori presero la via del ritorno, dopo avere empiuta la nave di frutti e di gemme, e rividero finalmente la patria, dove san Brandano indi a poco morì, migrando gloriosamente a Dio e alla gloria del cielo.

(Graf, Miti, Leggende e Superstizioni del Medio Evo)