Dell’avvenenza di Isotta, e non solo

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Klimt – Donne

Tutto il Racconto «galleggia» sulle acque. Come il piccolo Mosè, tutto ciò che il Racconto racconta, è quel poco che si è «salvato dalle acque».
Il cubo che ci ripara dal diluvio sempre imminente, la pietra di fondazione dell’antico tempio di Gerusalemme, ma anche la pietra nera della Ka’aba, o la torre «quadrangolare» del Pastore di Erma, fungono da tappi alla furia delle acque che, lasciate libere, si sfrenerebbero come menadi selvagge, e perciò quelle «sante pietre», quelle «pietre filosofali», sono lì dove sono per non esserne tolte.

Questo è quel che volgarmente si dice metterci una pietra sopra. Quelle «pietre» sono addii che pesano come macigni: puoi scriverci sopra quello che vuoi, ma non puoi alleggerirle. Sono lì a sigillare da secoli il tabù, e perciò portano scritto il Nome del Santo, il Nome Santo che è tutto ciò di cui l’Uomo dispone per provare a scongiurare un secondo Diluvio.
Come dire: se toglie il Nome, scoperchia il Racconto, e quel che ne viene fuori … è solo un’altra fine del mondo. Come se tutte le fini che sono già finite, non bastassero!

Questo stiamo apprendendo. Che non ci sono solo «acque celesti» che, come una manna, ci piovono addosso e ci fecondano, e neanche ci sono solo «acque terrestri», malsane e Klimt-fregio-Beethovenpaludose. No, stiamo imparando che ci sono anche «acque sorgenti dal profondo», acque che risorgono, e che fanno risorgere ciò che pareva morto.
Acque che ci rinnovano, acque che ci ringiovaniscono, acque miracolose. Ma anche, ahimé, acque che di più pericolose non ce n’è.
Sennò, perché quel «tappo»?

Il Racconto, questo ci sta raccontando. In tutte le lingue ci sta dicendo che le Acque dal Cielo cadono una tantum: che piovono solo in illo tempore e solo sul deserto della nostra infanzia. Che poi s’impantanano, e ristagnano in una ripetizione che si fa sempre più sterile, meccanica e noiosa.
C’era una volta un Albero, dice il Racconto: un Albero nel cui tronco scorrevano dal Cielo in Terra tutte le acque più feconde. Ma il tronco poco a poco marcì finché, sotto la pressione dell’acqua al suo interno, scoppiò. E fu il Diluvio, il grande diluvio.

Allora l’Albero fu abbattuto, e non ne rimase che il ceppo piantato in terra con le radici. Da allora, la Terra non comunicò più col Cielo. Dal giorno in cui fu tagliato l’Albero del frutto proibito, fu chiusa la Via antica, la retta Via, la Via che nell’Età dell’Oro portava dritti in paradiso.
E gli assetati, da allora, appresero ad arrangiarsi. Invece delle Donne che una volta cadevano dalle nuvole, appresero a contentarsi delle Ninfe «risorgenti dal profondo». In mancanza di madonne, presero a beatificare le loro «ninfe».

Sedotte dal cibo degli uomini, sedotte fino a impazzire per il loro «miele», le Donne «caddero» in illo tempore prigioniere degli appetiti di coloro, la cui «credenza» erano discese a saccheggiare.
Credevano di farla franca, e invece …
Insomma, l’Albero lungo il quale erano scese in terra fu abbattuto, per togliere alle Donne ogni via di fuga. Ogni sentiero che le riconducesse lassù. A casa loro.
Le abbiamo lasciate così alla fine del racconto Bororo sull’origine delle stelle: le abbiamo lasciate che, da lassù, le stelle vedono le loro Madri, le antiche Madonne, sprofondare sempre più giù nell’abisso.
Sempre più a margine del Racconto. Sempre più «stregate» al punto che il Racconto non riesce più a immaginarsele capaci d’altro che di «stregonerie».

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Carol Rama – Appassionata

Ma, la domanda è: il Racconto concede poi alla Donna una via di fuga da quest’inferno? la Donna risale in qualche modo dagli abissi del Racconto? Insomma, risorge? E se non lassù, se non in cielo, è possibile che almeno esse vengano a popolare di nuovo il Racconto che l’Uomo scrive quaggiù, sulla Pietra cubica?
Ma forse non è domanda da farsi. Se infatti non risorgessero non dico le Madonne, se non risalissero alla luce almeno i loro «fantasmi», da un bel po’ il Racconto non avrebbe avuto niente da dire. E soprattutto niente da interdire. Non avrebbe avuto niente più da tramandare, niente in cui fosse inscritto il più antico dei conflitti, quello nel quale ci cimentiamo per la nostra «riproduzione».

Perfino nei testi sacri il Racconto non perde mai l’occasione per dire che il nostro mondo, il mondo dei nostri appetiti, si nutre delle acque che risalgono da laggiù, da dentro le viscere della terra, dalle rocce spaccate, dalle fessure montane.
Questo dice il Racconto. Dice però, insieme, un’altra cosa. Dice che queste acque sorgenti dalle viscere della terra, se non c’è un tappo che le trattenga, se cioè sono lasciate libere di fuoriuscire in tutta la loro potenza, suscitano lo tsunami d’un autentico diluvio.

Sono sacre, dunque, solo le fontane dove l’acqua zampilla a getti «discreti», dove cioè la corrente è lasciata sgorgare docilmente, dove il suo flusso continuo è «intrattenuto» in uno spiraglio, in una minima concessione all’incontinenza.
A onor del vero, i testi sacri si raccomandano di non concederle il libero sfogo. Guarda il Buddha: vinse le (ninfe) Tentatrici tacendo! E vedi lo stesso Merlino, quando al primo incontro con Viviana, pensa: «Non devo rivolgerle la parola, altrimenti cado in suo potere!».
I testi sacri vorrebbero preservare il fuoco della Parola da ogni seduzione che l’annacqui. E si capisce. Però, se da qualche parte sta scritto che il Respiro va vestito d’acqua, non può non venirci il dubbio che Viviana sia necessaria a vestire la magia di Merlino, e che Diana o Isotta sia la dea per cui deve perdere la testa uno della «razza dei cervi», che egli si chiami Atteone o Tristano.

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Cranach – Il cervo e le ninfe di Diana

Va’ dunque alla Fontana e bevi!
Ma non intrattenerti con nessuna Dama della Fontana!
Questo dice l’Antico Testamento.
Chi lo scrisse, sapeva che in fondo la Donna ha da vendicarsi della «cattività» a cui fu confinata il giorno che l’Albero fu abbattuto. Che la Donna ha solo da «rivendicare» il Destino a cui fu in illo tempore scippata.

Il Buddha ci riesce. Ci riescono i Santi. Tutto lascia credere che anche il nostro buon sant’Antonio ci riuscisse. O perlomeno glielo auguriamo.
Il Santo non «parla» a nessuna Ninfa. Il Santo, beato lui!, sa che, se solo le rivolge la Nogari-silenzioparola, se solo scambia con lei un sorriso, è perduto per sempre. Il Santo lo sa, e lo tiene bene a mente.

Tristano e Isotta non ebbero che una grotta, dove far nascere e morire il loro unico e solo momento di gioia. A quella grotta, il cacciatore ci giunge seguendo le tracce di un Cervo Meraviglioso.
Come non riconoscervi lo stesso scenario di tanti racconti: lui, il Cervo, lei, la Dea «al bagno»; lui, l’Eremita, lei la sua «nuda» Tentatrice; lui, il Vecchio Mago Sapiente, lei la poco più che bambina che gioca a «far niente di niente»?

Il Santo forse sa quel che io faccio fatica a comprendere. Forse sa l’antefatto della sua «santità». Quell’antefatto che la sua «santità» non mi lascia più vedere. Quel «fattaccio», quel «peccato», quella «rovina», che fu per il Cervo, quando il Cervo non era ancora Uomo, il giorno che s’imbatté nell’avvenenza della donna.

… l’avvenenza della donna attira i sensi al suo corpo e all’amore
(Goffredo di Strasburgo, Tristano)

Al Cervo «avvenne» il suo primo desiderio «umano». Avvenne il piacere d’essere «in terra». Il piacere di gioire dei doni di Pandora.
Shamkhat portò pane e birra a Enkidu e, quando ebbero fatto all’amore, lo addomesticò alla sua cucina.
In fondo, di «umano» non «avviene» se non ciò che avviene là dove di mezzo c’è la Donna: tra Marco e Tristano, come in capo al Racconto tra Gilgameš ed Enkidu.

Goffredo pensa di cavarsela così. Pensa di poter sciogliere il nodo della storia che racconta, appellandosi unicamente all’«avvenenza» della Donna.
L’ha «fatto»! capisci? la Donna l’ha «stregato», e ora il Poeta si aggira in quegli oscuri fanciulla-seno-velatoterritori che di solito occultiamo sotto l’eufemismo dell’«amor cortese».
Altro che cortese! questo è «amore sensuale», «erotismo» che risorge assieme alla riscrittura dei vecchi racconti, quelli sacri compresi.
Il peccato non-detto nei testi sacri, il peccato taciuto o a cui il sacro sfugge solo tacendolo, il rigo lasciato in bianco, l’allusione a margine, anzi direi: l’allusione inscritta nel digiuno e nell’astinenza dei Buddha di tutte le latitudini del Racconto, riaffiora così alla parola e chiede asilo ai nuovi Poeti: chiede loro di risorgere assieme all’insurrezione delle nuove lingue volgari contro le vecchie lingue liturgiche. Insurrezione che solo loro, le «acque sorgenti» nutrono, e che le «ninfe beatificate» e «angelicate» rendono sempre più saporite.

Risorge dal fondo del loro «non-detto», anzi del loro «detto nel segno del non (si dice neanche una parola)»: risorge l’Acqua della Vita, risalgono alla luce le «chiare fresche dolci acque», e con esse le loro Ninfe «avvenenti».
Vengono a tentare, a scandire il tempo del Cervo: a dargli e a togliergli la visione di un paradiso alla rovescia. La visione di un Albero con le foglie in basso e le radici in alto, copia conforme e immagine inversa dell’Albero che non c’è più, perché fu abbattuto per chiudere le vie di fuga alle Donne.

L’Albero non c’è più, e tuttavia in paradiso il visionario trova la via per andarci lo stesso. La trova, ma sarebbe più giusto dire che il trovatore è tale, solo nel momento in cui «scopre» d’essere stato lui «trovato», come il vecchio sapiente e mago Merlino dalla poco più che bambina Viviana.
O come il vecchio dio Enki/Ea fu, a suo tempo, «trovato» dall’adolescente Inanna.
O ancora: come ogni «persiano» che muore s’augura d’essere «rintracciato» dalla sua inconfondibile Daênâ. La incontrerà, così spera, ai piedi del ponte Chinvat e sarà lei, Lei sola, a giudicare se le parole che non è riuscito a trattenere sono state comunque «buone». Se sono state parole «dolci», sebbene ogni parola parli a priori contro la «santità» di chi le pronuncia!