Bretagna – Merlino incontra Viviana

Merlino-Viviana-puzzle

Merlino se ne andò nella foresta di Brocelandia, che era la più piacevole del mondo, alta, sonora, bella per cacciare e piena di cerve, cervi e daini.
Vi viveva un valvassore di nome Diona che era figlioccio di Diana, la dea dei boschi. Prima di morire, ella gli aveva concesso in dono, nel nome del dio della luna e delle stelle, che la sua prima figlia fosse tanto desiderata dal più saggio degli uomini, che costui si sarebbe sottomesso appena l’avesse vista, e le avrebbe insegnato la propria scienza per virtù di negromanzia.

Diona generò una figlia che chiamò Viviana in caldeo, che nella nostra lingua significa «niente ne farò». E Viviana, che allora aveva dodici anni, veniva spesso a giocare e a divertirsi nella foresta.
Un giorno che sedeva sul bordo d’una fonte chiara, la cui ghiaia brillava come argento fino, Merlino si trovò a passare sotto le sembianze di un bellissimo giovincello. Come la vide, l’ammirò sì tanto che non poté che salutarla senza dir parola.

«Sarei ben folle – pensava intanto (ché sapeva ogni cosa) – se mi addormentassi nel peccato e perdessi la libertà per prendermi il trastullo d’una pulzella e disonorarla offendendo Dio».
Viviana-Dama-lagoMa ella, come fanciulla saggia e ben allevata, gli disse: «Che Colui che conosce tutti i nostri pensieri vi mandi tale volontà e tal coraggio che ben vi facciano!».
E, nell’istante in cui Merlino ascoltò la sua voce, sedette sul bordo della fontana.

«Ah, damigella, chi siete?».
«Sono di questo paese, e figlia del valvassore che abita quel maniero. E voi, bel signore?».
«Sono un valletto errante, ché vado cercando il maestro che m’insegni il mio mestiere».
«E quale mestiere?».
«Per esempio, sollevare un castello, fosse anche circondato di genti che gli danno l’assalto, e pieno di genti che lo difendono; oppure camminare su questo stagno senza bagnarvi il piede; far scorrere un fiume dove mai se n’erano visti, e molte altre cose, ché non si possa immaginare cosa che io non faccia».

«È un mestiere molto bello – disse la pulzella – ed io vorrei proprio vedere qualcosa di tutto ciò; vi basterebbe, in ricompensa, che io fossi vostra amica per sempre, senza male né villania?».
«Ah! damigella, mi sembrate sì dolce che vi mostrerò una parte dei miei giochi, a condizione che io abbia il vostro amore senza chiedervi di più».
E quando ella gliel’ebbe giurato sulla propria fede, egli prese un bastoncino e tracciò un cerchio, poi si risedette presso la fontana. E, dopo un istante, Viviana vide uscire dalla foresta una folla di dame e di cavalieri, di pulzelle e di scudieri, che si tenevano per mano e cantavano sì dolcemente e piacevolmente che era meraviglia ascoltarli.

Vennero a disporsi attorno al cerchio che Merlino aveva disegnato, poi danzatori e danzatrici cominciarono a intrecciare carole senza pari, al suono dei tamburi e degli strumenti.
Intanto, vicino s’era innalzata una roccaforte, con un verziere i cui fiori e frutti diffondevano tutti i buoni profumi dell’universo.
Viviana, meravigliata, era sì lieta di vedere queste cose che non trovava una sola parola da dire: l’unica cosa che un po’ la turbava era di non capire altro che il ritornello della canzone, che diceva:

Invero son gli amori
cominciati nella gioia
e finiti nei dolori.

La festa durò da nona fino a vespro; e quando le carole furono terminate, le dame e le damigelle sedettero coi loro begli abiti sull’erba fresca, mentre gli scudieri e i giovani cavalieri andavano nel verziere a giostrare alla quintana.
«Che ve ne pare, damigella? – chiese Merlino. – Terrete fede al vostro giuramento?».
«Bello e dolce amico, son tutta vostra di cuore, ma non mi avete ancora insegnato nulla».
«Vi parlerò dei miei giochi e ve li metterò per iscritto, ché voi sapete leggere».
«Ma chi ve l’ha detto?».
«Il mio maestro m’ha insegnato tanto bene!».

Mentre così parlava, le dame e le pulzelle se ne andavano danzando verso la foresta in compagnia dei cavalieri e degli scudieri, e man mano che le coppie giungevano sotto gli Merlino-Viviana-disegnoalberi, svanivano; il castello scomparve a sua volta, ma il verziere rimase per preghiera di Viviana, e fu chiamato Riparo di Gioia e di Letizia.
«Bella! – disse Merlino – ahimé, devo partire!».
«Come? Non mi insegnerete alcuno dei vostri giochi?».
«Ci vuol luogo e tempo. E voglio che promettiate in cambio che voi vi donerete al mio piacere».
La pulzella rifletté un po’ e disse: «Signore, lo farò dopo che mi avrete insegnato tutto quello che vorrò sapere».

Ed egli subito le insegnò a far scorrere un fiume dove le piacesse, e qualche altro semplice gioco di cui ella appuntò le parole su una pergamena, cosa che sapeva fare molto bene.
Poi egli prese congedo, promettendole di tornare la vigilia di san Giovanni.

(Merlino l’incantatore, 20)