Irlanda – Le prime imprese di Cúchulainn

Cúchulainn aveva ormai sette anni.
Un giorno Cathbad il druida si trovava col figlio, Conchobor figlio di Ness, e stava insegnando l’arte druidica a cento uomini (tale era sempre il numero dei suoi allievi).
Gli fu chiesto in che modo quel giorno sarebbe stato propizio. Cathbad rispose che, se in Cuchulainn-chiede-armiquel giorno un guerriero avesse preso le armi per la prima volta, il suo nome sarebbe stato tramandato in tutta Ériu, e le storie delle sue imprese sarebbero state narrate per sempre.

Cúchulainn intese tali parole, andò da Conchobor e reclamò le armi.
«Chi ti istruì?», chiese il re.
«Il mio padre adottivo», disse Cúchulainn.
«Invero, noi lo conosciamo», disse Conchobor. E diede al ragazzo uno scudo e una lancia.
Cúchulainn brandì le armi nel centro della casa, e non un sol pezzo rimase intero delle quindici lance e dei quindici scudi che il re teneva in serbo per i nuovi guerrieri o per sostituire le armi che si fossero rotte. Alla fine, gli furono date le armi di Conchobor, e queste resistettero.
Il ragazzo le brandì, salutò il re e disse: «Felice la stirpe e il popolo, il cui re possiede tali armi!».

Allora Cathbad si presentò a Conchobor.
«A quanto vedo – disse – il ragazzo si accinge a prendere le armi».
«Sì», rispose il re.
«Sventura al figlio di sua madre!», disse Cathbad.
«Perché? Non lo istruisti tu a prendere le armi?», disse Conchobor.
«No davvero».
«Perché dunque mi mentisti, piccolo demonio?», chiese Conchobor a Cúchulainn.
«Non fu menzogna, re dei Feni – rispose il ragazzo. – Questa mattina Cathbad stava istruendo i suoi allievi a mezzogiorno a Emain. Io lo udii e così venni da te».
«Ebbene – disse Cathbad – è una buona giornata, ché colui che prenderà le armi oggi avrà fama e grandezza. Ma la sua vita sarà breve».
«È un buon baratto – rispose Cúchulainn – ché, se sarò famoso, sarò felice anche se dovessi vivere un sol giorno».

Il mattino successivo un altro allievo chiese al druida in che modo quel giorno sarebbe stato propizio.
«Colui che oggi salirà sul carro – rispose Cathbad – sarà famoso per sempre in tutta Ériu».
Quando Cúchulainn intese tali parole, andò da Conchobor.
«Popa Conchobor, il mio carro!», disse.
Cuchulainn-carroGli fu dato un carro. Ma quando Cúchulainn appoggiò la mano tra le stanghe, esso si spezzò. In tal modo ne ruppe dodici; infine gli fu portato il carro di Conchobor, e questo resistette.

Cúchulainn salì sul carro del re, e con lui era Ibar figlio di Riangabair, l’auriga di Conchobor.
Ibar fece fare un giro al carro, poi disse: «Scendi!».
«Pensi che i tuoi cavalli siano preziosi – disse Cúchulainn – ma lo sono anch’io, ragazzo. Fammi fare un giro intorno a Emain, e sarai ricompensato».
Poi Cúchulainn lo pregò di dirigersi verso la brigata dei ragazzi, per salutarli e per ricevere la loro benedizione. Dopo di che lo supplicò di tornare sulla strada e, quando vi furono giunti, disse: «Ora frusta i cavalli!».
«In quale direzione», chiese Ibar.
«Va’ fin dove ti porterà la strada!», rispose il ragazzo.

Raggiunsero il monte Fuait, dove incontrarono Conall il Trionfatore. Quel giorno toccava a Conall proteggere le frontiere della provincia: tutti i campioni Ulaid dovevano a turno rimanere un giorno sul monte Fuait per prendersi cura di ogni uomo che giungesse su quel cammino a portare poesia, e per combattere ogni altro, e impedire così che qualcuno entrasse a Emain senza essere annunciato.
«La fortuna ti sia propizia! – disse Conall. – Ti auguro trionfo e vittoria».
«Conall, ritorna al forte – disse Cúchulainn – e lascia me di guardia».
«Potrai forse occuparti degli uomini di poesia – rispose Conall – ma sei ancora troppo giovane per trattare con gli uomini di guerra».
«Potrebbe non accadere! – disse il ragazzo. – Intanto andiamo a vedere la spiaggia di Loch Echtra. Spesso vi si accampano dei guerrieri».
«È una buona idea», disse Conall.

Partirono, ma d’improvviso Cúchulainn scagliò una pietra con la fionda e spezzò il timone del carro di Conall.
«Perché hai lanciato questa pietra, ragazzo?», chiese Conall.
«Per mettere alla prova la mia mano e la precisione della mira – rispose Cúchulainn. – Ora, poiché è consuetudine degli Ulaid non proseguire un viaggio che si faccia celtic-mandalapericoloso, ritorna a Emain, popa Conall, e lascia me di guardia».
«Non v’è altro da fare», disse Conall.
E fu così che Conall il Trionfatore quel giorno non andò oltre.

Cúchulainn raggiunse Loch Echtra, ma non vi trovò alcuno. L’auriga gli disse che dovevano ritornare a Emain per festeggiare e bere.
«No – rispose Cúchulainn. – Dimmi piuttosto che montagna è quella».
«Il monte Modorn», rispose Ibar.
«Conducimi laggiù!».
Andarono fino al monte Modorn, e quando vi furono giunti, Cúchulainn chiese: «Com’è chiamato quel tumulo di pietre bianche sulla cima della montagna?».
«Findcharn, il Cumulo Bianco», rispose l’auriga.
«E quella pianura davanti a noi?».
«È la piana di Brega».

Nello stesso modo, Ibar nominò ogni roccaforte di una qualche grandezza tra Temair e Cenannas. Inoltre, indicò i prati e i guadi, le abitazioni e i luoghi notevoli, e ogni forte e terrapieno. Infine gli additò il forte dei tre figli di Nechta Scén, che erano chiamati Foill, che indica falsità, Faindle, la Rondine, e Tuachall, lo Scaltro. Provenivano dalla foce del fiume Scén; Fer Ulli figlio di Lugaid era il loro padre, e Nechta Scén la madre. Gli uomini di Ériu avevano ucciso Fer Ulli, il padre, e perciò v’era inimicizia tra di loro.

«È vero che affermano di aver ucciso tanti Ulaid quanti ve ne sono ancora in vita?», chiese Cúchulainn.
«Sì», rispose Ibar.
«Allora conducimi da loro!».
«Vuol dire andare in cerca di guai», disse l’auriga.
«Non siamo venuti per evitare il pericolo», rispose Cúchulainn.

Proseguirono, e lasciarono liberi i cavalli là dove il fiume si fa palude, verso sud e a monte del forte dei nemici. Cúchulainn prese dalla pietra infissa vicino al guado la pastoia, la gettò nel fiume più lontano che poté e lasciò che la corrente la trasportasse via: sfidava così il geiss dei figli di Nechta Scén che, notato il gesto, si accinsero ad affrontarlo.
Intanto Cúchulainn si era steso a riposare accanto alla pietra, dopo aver detto a Ibar: «Non svegliarmi se vengono in pochi, ma solo se vengono in folla».
Ibar era in gran timore: attaccò i cavalli e tirò via le coperte e le pelli su cui Cúchulainn dormiva, ma non osò svegliarlo, poiché egli aveva detto di farlo solo se fosse giunta una gran folla.

tre-Nechta-Scén

Allora arrivarono i figli di Nechta Scén, e uno di essi chiese: «Chi è costui?».
«Un ragazzino che è uscito oggi per la prima volta sul carro», rispose l’auriga.
«La fortuna non l’ha dunque favorito – disse il guerriero. – Per lui, questa sarà una cattiva iniziazione d’armi. Uscite dal nostro paese, e non pascolate più qui i vostri cavalli!».
«Ho già le redini in mano – disse Ibar. – Non hai ragione di incorrere nella inimicizia degli Ulaid; inoltre, guarda, il ragazzo è addormentato».
«Un ragazzo fino a un certo punto! – esclamò Cúchulainn. – Uno che venne qui in cerca di battaglia».
«Ne sarò lieto», disse Foill.
«Ti accorderò subito il piacere, laggiù nel guado», rispose Cúchulainn.
«Sarebbe saggio che tu badassi all’uomo che stai per affrontare – disse l’auriga. – Il suo nome è Foill, e se non lo raggiungerai al primo colpo, non lo colpirai mai più».
«Giuro sul dio su cui giura il mio popolo che non si avvarrà più del suo trucco contro gli Ulaid dopo che sarà stato colpito dalla grande lancia di mio padre Conchobor. Si accorgerà che la mia non è una mano da amico!».

Poi scagliò la lancia contro Foill, gli spaccò la schiena e gli prese la testa insieme alle armi.
«Attento a quell’altro – disse l’auriga. – Il suo nome è Faindle: cammina sull’acqua leggero come un cigno o una rondine».
celtic-warrior«Giuro sul dio su cui giura il mio popolo che non si avvarrà più del suo trucco contro gli Ulaid. Del resto, hai visto anche tu come io incedo nello stagno di Emain».

Si incontrarono nel guado. Cúchulainn abbatté Faindle e gli tolse la testa e le armi.
«Bada all’altro che ora viene contro di te – disse Ibar. – Il suo nome è Tuachall, lo Scaltro, e invero le armi non gli sono mai venute meno».
«Ho in serbo per lui il mio del chliss, per confonderlo e crivellarlo di colpi», disse Cúchulainn.
Lanciò l’arma e lo fece a pezzi. Poi si avvicinò e gli tagliò la testa che porse a Ibar insieme alle armi. Allora, alle loro spalle, sentirono levarsi le grida della madre, Nechta Scén, ma Cúchulainn prese le armi e le tre teste, e le pose sul carro.
«Non lascerò i miei trofei prima di aver raggiunto Emain – disse. – Ibar, mi promettesti una bella corsa; ora ne abbiamo bisogno per sfuggire a quelli che ci inseguono».

Partirono verso il monte Fuait, e Ibar usava la frusta: correvano sì veloci che i cavalli superavano il vento e gli uccelli in volo, e Cúchulainn riusciva a riafferrare un sasso scagliato dalla propria fionda prima che ricadesse al suolo. Quando raggiunsero il monte Fuait, incontrarono un branco di cervi.
«Come si chiamano quegli animali così agili?», chiese Cúchulainn.
«Cervi», rispose l’auriga.
«Gli Ulaid preferiscono averli vivi o morti?».
«Vivi, perché nessuno è capace di catturarli, mentre tutti sono in grado di riportarli morti. Ma neppure tu puoi prenderne uno vivo».
«Invece ne sono capace – rispose Cúchulainn. – Frusta i cavalli e spingili nella palude».
L’auriga obbedì, e i cavalli affondarono nel fango. Cúchulainn saltò giù dal carro e afferrò il cervo più vicino, il più bello di tutti. Incitò quindi i cavalli con la frusta per liberarli dall’acquitrino, e rapidamente domò il cervo. Poi lo legò tra le stanghe del carro.

gruppo-cervi

Più avanti videro uno stormo di cigni.
«Gli Ulaid preferiscono averli vivi o morti?», chiese Cúchulainn.
«I più veloci e i più esperti li prendono vivi», rispose l’auriga.
Subito Cúchulainn gettò un sassolino e fece cadere otto uccelli. Poi tirò un sasso più grande e ne fece precipitare altri dodici.
Compì così la prodezza del colpo stordente.
«Ora raccoglili – disse poi all’auriga. – Se andassi io, questo cervo si rivolterebbe contro di te».
«Ma non sarà facile neanche per me – disse Ibar. – I cavalli sono come impazziti, e io non posso avvicinarmi. Non riuscirò a saltare oltre i cerchioni di ferro delle ruote perché sono troppo taglienti. E non posso nemmeno oltrepassare il cervo perché le sue corna riempiono tutto lo spazio tra le stanghe del carro».
«Passagli pure tra le corna! – esclamò Cúchulainn. – Giuro sul dio su cui giurano gli Ulaid che volgerò la testa e fisserò il cervo con un tale sguardo che non oserà muoversi né girarsi verso di te».

E così fece. Cúchulainn tenne le redini e l’auriga raccolse gli uccelli. Poi l’eroe legò gli uccelli alle funi e alle corregge del carro. E fu in questo modo che essi tornarono a Emain: un cervo selvaggio dietro il carro, uno stormo di cigni al di sopra, e le tre teste dei figli di Nechta Scén all’interno.

bagno-tinozza«Un uomo e un carro vengono verso di noi – gridò la scolta di Emain. – Farà scorrere il sangue dell’intero paese se non gli presteremo attenzione e non gli manderemo incontro delle donne nude».
Cúchulainn volse verso Emain il lato sinistro del carro, e ciò era un geiss per la roccaforte.
Poi disse: «Giuro sul dio su cui giurano gli Ulaid che, se non si trova un uomo che combatta contro di me, farò scorrere il sangue di quanti sono in questo paese».
«Mandategli incontro delle donne nude!», ordinò Conchobor.

Le donne di Emain avanzarono verso Cúchulainn, e alla loro testa era Mugain, moglie di Conchobor figlio di Ness, e tutte denudarono il seno davanti a lui.
«Questi sono i guerrieri contro cui dovrai combattere oggi», disse Mugain.
Cúchulainn nascose il viso. Subito i guerrieri di Emain lo afferrarono e lo immersero in una tinozza d’acqua fredda. La tinozza scoppiò e i pezzi caddero intorno a lui.
Allora lo immersero in un’altra tinozza, e l’acqua che vi era contenuta bollì, e le bolle avevano la grandezza di un pugno. Lo immersero quindi in una terza tinozza, e il suo corpo la riscaldò finché il freddo e il caldo si equivalsero.
Poi ne uscì, e la regina Mugain gli porse un mantello azzurro in cui avvolgersi, con una spilla d’argento, e una tunica con cappuccio. Cúchulainn sedette tra le ginocchia di Conchobor, e da allora quello fu il suo posto.