L’immagine è nubile … e Narciso è una macchina celibe

Una volta nubile, l’immagine non sogna che le sue nozze.
Docile alla volontà dello scrittore, l’immagine si piega talvolta a un matrimonio di ragione.
Per tutta la sua vita, aspetterà dal lettore, il divorzio.
(Jabès, Uscite di sicurezza)

L’immagine, a ogni Narciso che l’immagina, in fondo viene a «dire» solo questo: Sposami! Facciamo questo patto: tu mi sposi, e io prometto che ti dirò dov’è nascosto il tamburo che cerchi!
Se c’è qualcosa da cui principia ogni immaginazione, è proprio questa pretesa «nuziale» di cui si fanno messaggere, mute, le immagini che secerne.

Narciso-ninfe

Il Racconto dice che la foresta era piena di ninfe, e che non ce n’era una, macché una sola che non spasimasse per il bel Narciso.
E tutte a dirgli: Su, facciamo all’amore, uniamoci in un amplesso tutto nostro – io e te. E vedrai: altro che un misero tamburo ti farò scoprire!
Ogni ninfa è un’immagine che tenta di sedurlo, e ogni immagine, in quanto ninfa, è, come dice Jabès, una Seduttrice «nubile». O, come indica l’etimologia: una bolla che non chiede altro che di «gonfiarsi» del seme di Narciso! Perciò lo tenta, perciò gli fa le smorfie: per succhiargli l’anima!

È lei a farsi avanti, è lei a prendere l’iniziativa. È lei, la Smorfiosa, che dà il la a quell’evento che noi chiamiamo narcisismo: è lei che «sogna», è lei che anela alle «nozze immaginarie». È lei che, senza parlare, dice a Narciso: Prendimi!
È l’Immagine che «inizia» Narciso. È la Preda che «fa» il Predatore. È l’Ombra che svela il segreto della Luce.
Non sarà dunque una ninfa come Eco, una che fa solo chiacchiere, a «iniziarlo»: non una «voce senza corpo», ma il «corpo afono» di un fantasma – non un alito di vento, ma uno specchio, anzi la muta superficie di uno specchio.

Sia come sia – questa iniziazione nuziale comporta, da subito, più di una complicazione: qualcuno ha già mandato a dire a don Abbondio che questo matrimonio non s’ha da fare! Qualcuno c’è, in anticipo, che è contrario a queste nozze.
macchine-celibiC’è sempre un intralcio, qualcosa che si mette di traverso, un impedimento, o nella più illusa delle illusioni – un rinvio ad altra data. A un sine die. Come dire: a un poi si vedrà (anche se nessuno l’ha mai visto).

Deleuze dice che Narciso è una macchina celibe. Jabès, dal canto suo, dice: no, guarda bene, fa’ attenzione, è l’Immagine che è nubile. È lei la Seduttrice. Lei, la Sciantosa – quel poveraccio di Narciso era in cerca soltanto d’un tamburo. Ha incontrato Lei, e ne è stato circuito.
Deleuze dice che la «macchina» s’è inceppata, che il suo «autista» è rimasto fregato, che è stato sedotto e abbandonato da un miraggio, che ha incontrato l’Immagine e ha visto il Miracolo, dice che l’ha visto coi suoi occhi, ma che, ahimé, quel miracolo non si è più ripetuto. Tutto scorre, e niente torna a prima.
Jabès, fino a un certo punto, concorda: Narciso, dice, è stato stregato. Lo è stato però da subito, lo è stato già nel Miraggio, sin dalla prima volta – perché l’Immagine era già nubile, prima ancora che Narciso, dopo averla incontrata, si trovasse ad accusare il proprio celibato. Narciso era dunque già stato tirato, a sua insaputa, nel gioco delle prede e dei predatori.

Sfumature, direte. Minimi dettagli. Eppure qui si tratta del nostro narcisismo: qui si tratta dei divorzi inscritti nei nostri sposalizi infantili. Si tratta di quelle separazioni – alla sofferenza dei cui dolori ci votammo (come Narciso: a nostra insaputa) sin dai primi sguardi gettati in uno specchio, sulla muta superficie di quel certo specchio che sapeva, Lui solo chissà perché, chi è «la più bella del reame».
Si tratta di questo: ovunque e comunque avvenga il «miraggio», Narciso e la sua «mirabile» Immagine sono condannati a farsi male.

Smarrimenti.
Salvo, dice Jabès, quei rari momenti in cui lo «scrittore» riesce a piegarla a un «matrimonio di ragione», l’Immagine lo depista.
Sposa me, e altro che il Tamburo sentirai suonare! Sono tutta per te – cosa aspetti?

Mary-NolanTestuali parole, voci «fatte a maglia»: è Eco che prova a sedurre Narciso! Ma no, lui non ne vuol sapere! Sarà ben altro a sedurre Narciso!
Lo sedurrà una ninfa «muta»: quella ninfa che, senza dire una parola, farà «parlare» la sua Bellezza.

Quando la incontra, Narciso ancora non ha passato la frontiera della Parola simbolica, Narciso «parla» ancora una Parola più antica: parla (come la nipotina di Zio Lupo) solo il linguaggio immaginario.
Perciò, come dice Lacan: sarà il Tipo a «ingoiarlo», sarà il sordo profondo richiamo della Specie a «incantarlo»: alla lettera, a spingere Narciso verso il Canto. Verso la Fonetica.

Di cosa vai in cerca? Cosa desideri? Gli domanda, muta, la ninfa. Cosa aspetti a sposarmi? qualunque desiderio, è addosso a me che lo devi scrivere! Scrivilo, e io ti mostrerò la via che ti condurrà al tamburo!
Ma voi guardatelo! Guardate che misera fine ha fatto lo «sposo». All’inferno, è ancora lì che corre appresso alla di lei sottana:

che come vedi ancor non m’abbandona
(Inferno, 5: 105)

Narciso ha gli occhi, ma non vede. Non può vederla: tra lui e la sua ninfa c’è la Voce della foresta: questo matrimonio non s’ha da fare! e chi, come lo Scrittore, oserà lo stesso «sposare» la sua immaginazione, lo vedi?, adesso non ha che da aspettare tutta la vita che gli sia dato il divorzio.
Narciso non se la dovrebbe mai «scrivere» in mente, la sua Immagine. Perché, proprio questo è il punto: che, finché ci sono «scrittori» che la loro ninfa se la «scrivono», e come se non bastasse, arrivano perfino a «scriverla» agli altri, ci sarà sempre un libro galeotto tra Narciso e la sua Immagine.

Ci sarà sempre un libro che dice «tra» lo Scrittore e il Silenzio da cui la sua «nubile» proviene. In tutte le lingue, quel libro dice sempre la stessa cosa. Questo matrimonio non s’ha da fare. Il frutto di quest’Albero è proibito.
Perciò, allo «scrittore» non può far che bene sapere d’essere posseduto dal sapore Francesca-Paolo«avvelenato» della sua più acerba mela.
Sapere che da allora, dal Miraggio, è stato spinto a uscire dal «mutismo». Che da allora «ha parlato» all’Immagine. Da allora è stato iniziato a lanciare nel «dire» (nel linguaggio dei Segni) il suo appello!

Per favore, se potete – liberatemi di Lei!
Separatemi da Lei, se pure a voi è successo qualcosa di quel genere che, in gergo, si dice «narcisismo».
Scrivo, dice Jabès, perché solo i lettori ci possono divorziare!
Prendetevela voi, io ne ho abbastanza.

Questa, miei cari lettori, è la catena di sant’Antonio, di quel tale eremita con le corna di cervo. È una «catena» che viene da lontano: che viene da quando l’uomo non era ancora «umano». Da quando non «verbalizzava» la sua attrazione per l’Immagine.
Finché Narciso si limitava a contemplare l’Immagine, dov’era il problema? Non per caso, per vincere i cento milioni di demoni tentatori, il Buddha tacque!
Ma dacché ha cominciato a «scriverla» (intendo, innanzitutto, nella sua memoria), è da allora che sono sorte le complicazioni.
Salvo quei rari momenti «di ragione», è stata una follia «sposarla» alle parole. Una follia a cui solo sant’Antonio seppe trovare un rimedio «analogo» a quella di Jabès: Passala a un altro, al primo che ti «legge»!
Restituiscila al Racconto! – perché quell’Immagine è pregna dell’inconscio che serpeggia tra le pagine del Libro!