Graf – Leggende di viaggi nei mari del Nord

Dice san Patrizio, in certa Confessio a lui attribuita, che quelli del suo sangue furono dalla Provvidenza dispersi in qua e in là sino agli ultimi termini della terra.
Queste parole, vere o supposte, di un santo di cui la stessa esistenza fu posta in dubbio, ci san-Patriziorichiamano a un particolare gruppo di leggende, nelle quali allo spirito ascetico si accompagnano lo spirito di esplorazione e di ventura, e che hanno per giunta questo comun carattere, d’essere leggende marittime, e di avere ad eroi certi monaci settentrionali che odiano la pace e l’ozio dei chiostri, ardono dal desiderio di propagare la fede di Cristo, sognano cose mostruose e terribili, ed essendo, in generale, grandissimi santi, hanno pure in sé qualche cosa del pirata.

Costoro fioriscono più particolarmente sulle coste occidentali dell’Irlanda, della Scozia e della Frisia; e campo alle loro imprese è lo sterminato oceano che le bagna di onde perpetuamente in tumulto, e si stende, formidabile e sconosciuto, fino all’estrema plaga del cielo, ove il sole tramonta, fin sotto alla notte del Polo; terribile ed infinito oceano che tutto il mondo circonda, scrive Adamo di Brema (m. 1076), oceano pieno d’intollerabile gelo e di caligine immensa.

Esso fu dalla turbata fantasia degli antichi prima, da quella degli uomini del medioevo poi, riempito di pericoli, popolato di mostri, il terrore dei quali fu di non lieve ostacolo alla temeraria navigazione di Colombo, ma non valse a trattenere quegli arditi ed oscuri esploratori del Settentrione a cui si deve la scoperta della Groenlandia, e d’altre terre boreali, e della stessa America forse, molti secoli prima che vi approdasse il grande Italiano. […]

Di Aroldo, principe di Norvegia, narra il testé ricordato Adamo di Brema come corresse con le sue navi il mare settentrionale, finché si vide intenebrare dinanzi gli estremi confini del mondo, e come a stento scampasse da un immane baratro dell’abisso.
Lo stesso Adamo narra poi la seguente storia. Alcuni nobili di Frisia, desiderosi di accertarsi con gli occhi loro se verso Settentrione non vi fosse più terra alcuna, ma solo quel mare che dicesi concreto o viscoso, com’era comune sentenza, si misero in nave e sciolsero le vele ai venti.

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Lasciando dall’una mano la Danimarca, dall’altra la Bretagna, giunsero alle Orcadi, e seguitando la navigazione loro a occidente della Norvegia, pervennero alla glaciale Islanda, donde, più oltre procedendo, verso il polo, entrarono nella regione delle tenebre e furono travolti, con veementissimo impeto, in quella profonda voragine, che assorbendo, com’è fama, e rivomitando immensa copia d’acque, dà origine al flusso e al riflusso del mare.
Parecchie loro navi andarono miseramente perdute con quelli che dentro vi erano; altre, risospinte dal gorgo, uscirono dalle tenebre e dalla plaga del gelo, e giunsero insperatamente a un’isola, la quale era, a guisa di fortezza, munita tutt’intorno di altissimi scogli.

Scesi a terra, i naviganti non videro per allora gli abitatori, i quali, essendo l’ora meridiana, si tenevano celati nelle loro spelonche; ma ben videro, davanti agli aditi di queste, molti vasi d’oro, e d’altri metalli che gli uomini stimano preziosi, e tolti di quelli quanti più poterono, lietamente fecero ritorno alle navi.
Ma ecco che improvvisamente si videro inseguiti da uomini smisurati, che noi chiamiamo Ciclopi, i quali erano preceduti da cani di molto maggior mole che i nostri non siano. Raggiunsero coloro uno dei fuggitivi, e subito lo fecero a brani; mentre gli altri poterono riparare nelle navi, e allontanarsi, non senza che i giganti li inseguissero buon tratto in alto mare, gridando e minacciando.
Maelstrom-naveTornarono a Brema gli esploratori, e narrate le loro fortune al vescovo Alebrando, offersero sacrifici a Cristo redentore e al confessor suo Villecado, in ringraziamento della loro salvezza.

Quell’immane abisso, quella voragine che produce il flusso e il riflusso del mare, è probabilmente il Maelstrom, ingrandito e trasposto dalla fantasia, ed altri ricordi se ne trovano in scritture del medioevo.
Quanto ai Ciclopi è noto che il mito loro fu diffuso così in Occidente come in Oriente, e che nel medioevo esso riappare più di una volta.

Un’altra spedizione degna d’essere rammemorata la narra Saxo Grammaticus.
Gormo, re di Danimarca, bramoso di scoprire cose nuove, raccoglie trecento compagni, e alla guida di un tal Torkillo, con tre navi saldamente costrutte, si mette in mare.
In capo di un certo tempo giungono i naviganti a una terra, ove, essendo già stremati di vettovaglie, fanno strage dei greggi che vi trovano. Le divinità del luogo, offese, non li lasciano partire sino a che non abbiano offerto in sacrificio d’espiazione tre dei loro compagni.

Di qui passano nella Biarnia ulteriore, paese di delusive lusinghe e d’incantamenti diabolici.
Torkillo vieta ai compagni di parlare con gli abitanti, di accondiscendere ai loro inviti, questo essendo il solo modo di render vane le loro malie: quattro più incontinenti trasgrediscono il divieto, e rimangono nella terra in una condizione di servitù neghittosa, immemori del passato. Gli altri si partono liberamente, e pervengono a un orribile castello, custodito da cani famelici, abitato da mostruose e spaventevoli larve.
Qui Torkillo ammonisce di nulla temere e di nulla prendere delle cose che s’offrono alla vista e lusingano la cupidigia; ma egli stesso non sa resistere alla tentazione. Ne segue una terribile zuffa.
Al ritorno, dei trecento compagni non ne rimangono più che venti.

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Narrazioni consimili ebbero corso e celebrità fra i Celti, i quali le designarono col proprio nome d’imramha.
Fantastica in sommo grado, e lunghissima è quella della navigazione di Maelduin, il quale desideroso di vendicare la morte del padre, ucciso da certi pirati, si mise in mare con più di sessanta compagni, e correndo verso Settentrione e verso Ponente, visitò un numero stragrande di isole, piene di infinite meraviglie, ed una tra le altre in cui non s’invecchiava né di male alcuno si pativa, e dalla quale era malagevole cosa partirsi.

I figliuoli di Conall Dearg Ua-Corra erano stati prima pirati, ma poi, pentitisi, fecero un pellegrinaggio in mare, e videro anch’essi moltissime meraviglie, e tra l’altro alcune isole che facevano officio di Inferno o di Purgatorio, e dove erano variamente puniti peccatori di più maniere.
Avventure in parte simili alle loro, in parte diverse, si hanno nella narrazione del viaggio di Snedghus e di Mac Riaghla, e in altri racconti, alcuni dei quali tuttavia inediti.
Di Merlino si narrava che fosse andato con una nave di cristallo in traccia delle Isole Beate.

Ma fra tanti navigatori erano forse i più ardenti, e non erano i meno audaci, i monaci, sia che li sollecitasse la speranza di piantare la croce in qualche isola incognita, perduta navigatori-medievalinell’immensità dell’oceano, sia che li movesse il desiderio di compiere, a salute delle anime loro, un pio pellegrinaggio su quel mare pieno di pericoli, che si credeva accogliesse, nella più remota sua parte, l’isola arcana del Paradiso.
Testimonianze del IX e dell’XI secolo provano che lo zelo dei missionari fece scoprire parecchie terre dell’Atlantico settentrionale; e Dicuil, nel suo trattato De mensura orbis terrae, parla delle loro spedizioni.

I monaci di san Colombano correvano temerariamente l’oceano con barche leggere, intessute di vimini, coperte di pelli, quali usavano sulle coste d’Irlanda, e uno di essi fu spinto dai venti nell’Oceano settentrionale lo spazio di quattordici giorni e quattordici notti.
San Colombano stesso (m. 597) fu un ardito navigatore.
Nondimeno lo fu quel san Brandano, la cui famosa leggenda acconciamente fu detta una Odissea monastica: si tratta di un racconto fantastico formatosi intorno a un nucleo reale, e strettamente legato a tradizioni e credenze gaeliche. Un racconto, che se non altro per il prestigio di cui ha goduto durante e oltre tutto il medioevo, merita una trattazione a parte.

(Graf, Miti, Leggende e Superstizioni del Medio Evo)