Goffredo di Strasburgo – La grotta degli amanti

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Tristano e Isotta hanno di nuovo vinto cure e affanni, e sono nuovamente benvoluti dalla corte che ancora una volta risuona delle loro lodi. Mai furono più esaltati o ricevettero maggior favore da Marco, loro comune signore.
Pure si tengono bene al riparo ché, quando l’occasione non è propizia a un convegno, s’appagano dell’intento che spesso consola gli amanti. La speranza e l’attesa di poter realizzare ciò per cui il cuore si strugge, danno sempre al cuore gioia di vivere e rinnovato vigore.

È questo il vero affetto, questo il vero e miglior sentimento, e il senso dell’amore: quando non si può agire nel modo che è gradito all’amore, vi si deve prontamente rinunciare e accettare l’intento al posto dell’azione. Dove è la salda volontà, là è anche la buona occasione. Con la salda volontà si deve placare il desiderio. Gli innamorati e gli amanti non devono mai volere quel che l’occasione non concede loro, altrimenti vorranno la propria infelicità.
Volere ciò che non si può, è un gioco poco proficuo. Ma, se si può, allora si deve volere, ché la partita è vantaggiosa e non reca pena al cuore.

Quando questi compagni, Tristano e Isotta, non possono cogliere l’occasione, si soddisfano della comune volontà che, tenera e amabile, si insinua incessante nell’uno e nell’altra. Il comune desiderio e il comune affetto sembrano loro dolci e graditi.
Gli amanti nascondono in ogni momento il proprio amore a Marco e alla corte, nella Tristano-Isotta-apertomisura concessa dalla cieca passione che mai li abbandona.
Ma il sospetto d’amore e il suo seme sono di tale natura che mettono radice là dove vengono gettati, e sono sì fruttuosi, fertili e tenaci che, finché hanno una qualche rugiada, non possono seccare né morire del tutto.

Tale zelante sospetto comincia presto a crescere rigoglioso e a farsi di nuovo gioco di Tristano e di Isotta. E di rugiada ve n’è qui in abbondanza, vale a dire i teneri atteggiamenti in cui, in ogni momento, si possono scorgere i segni dell’amore.
È nel giusto colui che dice che, per quanto si stia in guardia, l’occhio tende sempre verso il cuore, il dito verso il punto che duole. Gli occhi, stelle polari del cuore, attendono solo di deviare dal cammino cui tende il cuore, così come il dito e la mano volentieri indicano il punto che duole.

Così fanno sempre gli amanti. Per quanto prudenti, non possono né sanno evitare di nutrire il sospetto coi molti e frequenti sguardi d’amore, sì che, ahimé, come ho detto, l’occhio, l’amico del cuore, al cuore è sempre rivolto, così come la mano si protende verso il dolore.
Più e più volte essi irretiscono gli occhi e il cuore coi reciproci sguardi, e spesso non sanno districarli prima che Marco scopra in loro il balsamo dell’amore.

Egli li osserva in ogni momento, e i suoi occhi sono sempre rivolti ai loro. Spesso vi legge segretamente la verità, ma invero solo e soltanto nello sguardo, che è sì amoroso, tenero e pieno di desiderio da colpirlo nel cuore; concepisce così ira, gelosia e odio, e lascia libero corso a questo e a quello, vale a dire al sospetto e al dubbio, ché dolore e collera lo hanno privato della misura e della ragione.
È morte per il suo senno che la diletta Isotta debba amare un altro, mentre per lui nulla è più caro d’Isotta, e in ciò è sempre stato costante. A dispetto della collera, ella è la sua amata sposa, più cara della sua stessa vita. Pure, per quanto gli sia diletta, il tormento e la dissennata pena lo conducono a tal furore che respinge l’affetto e si abbandona solo all’ira, e più non gli importa che il sospetto sia falso o fondato.

Tristano-Isotta-Marco

Nel suo cieco tormento, Marco li convoca ambedue a corte, nel palazzo, di fronte a tutto il seguito. Si rivolge a Isotta pubblicamente, sì che tutti odano e sentano.
«Mia signora Isotta d’Irlanda – dice – è ben noto a tutto il paese e alla gente in qual sospetto siete da lungo tempo tenuta insieme a mio nipote Tristano. Ora, più volte e in molti modi io vi ho messo alla prova per scoprire se, per amor mio, vi sareste astenuta da tale follia, ma vedo che non volete distogliervene. Non sono sì stolto da non sapere o vedere dalla vostra condotta, pubblica o privata, che i vostri occhi e il vostro cuore sono rivolti per sempre a mio nipote.

«A lui mostrate più dolce sembiante che a me, e da ciò riconosco che vi è più caro. A nulla giova la vigilanza esercitata su entrambi e, per quanto m’adopri, tutto è vano. Vi ho tanto sovente divisi, che posso solo meravigliarmi che rimaniate sì uniti col cuore. Ho separato più volte i vostri teneri sguardi, ma non ho saputo disgiungere il vostro amore. Troppo a lungo l’ho tollerato, e ora voglio dirvi che vi porrò fine: non sopporterò oltre la vergogna e il dolore che con mio grande affanno mi avete causati! D’ora in poi non mi sottometterò più al disonore! Ma neppure voglio per questo vendicarmi, come avrei diritto, se volessi trarre vendetta.

«Nipote Tristano e mia signora Isotta, io vi amo troppo per mettervi a morte o nuocervi in alcun modo, per quanto lo confessi a malincuore. Ma poiché ben vedo che, a dispetto della mia volontà, vi amate più di quanto amiate me, allora state insieme come v’aggrada; non astenetevi per amor mio! Poiché il vostro amore è così grande, d’ora in poi non vi opprimerò né vi molesterò in alcun modo. Prendetevi per mano e lasciate la corte e il paese. Se devo patire torto da voi, non voglio né saperlo né vederlo. L’unione fra noi tre non può sussistere oltre: la lascio a voi due, e io solo me ne sottraggo. È una vile compagnia e comunque io riesca a liberarmene, voglio rinunciarvi! Il re che apertamente accetta la comunanza in amore è oltremodo indegno! Andate dunque, e che Dio vi accompagni! Vivete e amatevi a vostro piacere, ché è finito il sodalizio d’amore».

Tristano-Isotta-esilioAccade quel che Marco ha ordinato.
Con scarso rimpianto e moderata pena, Tristano e la sua signora Isotta si inchinano al loro comune signore e al suo seguito. Poi i due fedeli compagni si prendono per mano e lasciano la corte.
Augurano all’amica Brangania di stare in buona salute, e le chiedono di rimanere e di dimorare a corte finché non riavrà loro notizie; di questo la supplicano di cuore.

Tristano prende venti marchi d’oro di Isotta per il sostentamento e per ogni necessità. Gli portano inoltre l’arpa, la spada, l’arco da caccia e il corno, che egli ha richiesto per il viaggio. Ha anche scelto un bracco, un animale agile e bello chiamato Hiudan, che conduce egli stesso.
Raccomanda a Dio le sue genti e ordina loro di tornare in patria dal padre Rual; tutti, a eccezione di Governale che trattiene presso di sé. A lui consegna l’arpa, mentre egli porta l’arco, il corno e anche il cane Hiudan.
Poi tutt’e tre si allontanano dalla corte.

Così i tre cavalcano insieme per terre deserte, e per oltre due giorni, attraversano lande e foreste. Da lungo tempo Tristano sapeva d’una caverna su un monte selvaggio, in cui si era imbattuto andando a caccia. La grotta era stata scavata in quell’aspra montagna nell’età pagana, prima dell’era di Corinaeus [eroe eponimo della Cornovaglia], ai tempi in cui governavano i giganti. Questi erano usi nascondervisi quando volevano dedicarsi all’amore indisturbati.
Ovunque si trovasse una tale grotta, essa era chiusa da una porta di metallo e chiamata, in onore dell’amore, la foissure a la gent amant, vale a dire la grotta degli amanti.

E il nome ben le si addiceva. La storia ci dice che la grotta era rotonda, ampia, alta e diritta, bianca come la neve, liscia e levigata in tutta la sua circonferenza. La volta era chiusa in alto con maestria e, sulla chiave, v’era una corona meravigliosamente adorna d’oreficeria di rara fattura e incastonata di gemme preziose.
Il pavimento era liscio, ricco, di lucido marmo verde come erba. Al centro, era un letto intagliato a perfezione in puro cristallo, ampio e alto, ben sollevato da terra: su tutti i suoi lati v’erano scritte che celebravano la dea dell’amore.

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Nella caverna erano state tagliate, in alto, delle finestrelle per lasciar penetrare la luce in più punti.
Per entrare e per uscire v’era una porta di metallo. All’esterno di questa, s’ergevano tre folti tigli, ma dietro a essi, nessun altro albero. Pure, più a valle e all’intorno, innumerevoli piante spandevano l’ombra del loro fogliame sulla montagna.
Da un lato, v’era una radura pianeggiante, solcata da una sorgente limpida e fresca, lucente come il sole. Anche qui vi erano tre bei tigli, che proteggevano la fonte dalla pioggia e dal sole. I vividi fiori e la verde erba che rifulgevano nella radura rivaleggiavano amabilmente tra loro, e ognuno voleva superare l’altro in splendore.

Al tempo dovuto, si poteva udire l’amabile canto degli uccelli, e la loro musica era bella e più dolce che altrove. Gli occhi e gli orecchi vi trovavano nutrimento e diletto: l’occhio il cibo, l’orecchio la gioia. V’erano ombra e sole, venti e brezze miti e gentili.
Giù per la montagna e intorno alla valletta, per un buon giorno di viaggio, non v’erano che rocce senz’altra vegetazione, e terra guasta e deserta. Non v’erano tracciati né sentieri né altro cammino; pure, il luogo non era sì aspro e impervio da scoraggiare Tristano dal penetrarvi insieme alla diletta compagna, ed eleggere dimore in quella grotta e in quel monte.

Quando si sono alloggiati, rimandano indietro Governale perché riferisca alla corte, qualora occorra, che Tristano e la bella Isotta sono tornati in Irlanda con grande pena e afflizione, per proclamare la loro innocenza di fronte al popolo e al paese.
Inoltre, egli dovrà rimanere a corte secondo il volere di Brangania, e rassicurare Tristano-Isotta-film-tenerisinceramente la fedele amica del loro amore e della loro amicizia. E ascolti anche quanto si dice delle intenzioni di Marco, se trami maliziosamente contro la loro vita e, nel caso, ne dia avviso all’istante.
Pure, sempre tenga cari nella sua mente Isotta e Tristano, e ritorni ogni venti giorni con notizie da cui trarre buon consiglio.

Che dirvi di più?
Governale fa quanto gli viene ordinato: intanto Tristano e Isotta hanno preso dimora in quel riparo selvaggio.
Molti sono ora curiosi e stupiti, e si struggono per sapere come i due innamorati, Tristano e Isotta, si siano nutriti in quel luogo deserto.
Così io voglio spiegare per appagarne la curiosità.

Essi si cibano dei reciproci sguardi. Il frutto che nasce dai loro occhi è il loro sostentamento. Nella caverna, d’altro non si nutrono che d’amore e piacere; l’amorosa unione è la loro pastura, e non hanno altra pena. Nascosto nel petto, hanno l’alimento migliore del mondo, che si offre loro senza artificio, ogni volta fresco e nuovo.
È questo il vero amore, il balsamico sentimento che teneramente conforta il corpo e la mente, e infiamma l’animo e il cuore: è il loro miglior nutrimento e, invero, raramente si curano d’altro cibo, se non di questo da cui il cuore attinge il desiderio, gli occhi il diletto e il corpo il sostentamento.

Di tale alimento ne hanno in abbondanza. L’amore, il loro aratro, solca per loro la via, e li accompagna a ogni passo e in ogni momento, donando a profusione tutto quel che occorre a una vita di perfezione.
Poco si curano di essere soli in quel luogo deserto, lontano da tutti.
Di cosa avrebbero bisogno e perché mai altri dovrebbero unirsi a loro?
Il sodalizio è pari nel numero: sono semplicemente uno e uno. Se ne includessero un terzo, sarebbero dispari, e questo uno, dispari e in più, sarebbe solo di disturbo e disagio.

La compagnia a due è copiosa quanto una folla, sì che il buon re Artù non tenne mai festa in alcuna delle sue dimore da cui avesse tratto maggior gioia o maggior diletto.
In nessun paese si troverebbe altra letizia per la quale i due amanti spenderebbero anche solo il valore di un anellino di vetro!
Tutto quello che altrove, in altri paesi, si potrebbe immaginare o concepire per una vita di delizia, essi lo hanno in se stessi. Non darebbero una bacca per una vita migliore, salvo che per l’onore.

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Che altro potrebbero volere?
Hanno la propria corte, hanno tutto ciò che dispensa felicità.
I loro fidi sono il verde tiglio, la luce del sole e l’ombra, il ruscello e la fonte, i fiori, l’erba, i boccioli e le foglie, sì graditi alla vista.
Il servitore è il canto degli uccelli: l’amabile e piccolo usignolo, il tordo e il merlo e gli altri uccellini della foresta; il cardellino e la calandra li servono a gara. Tal seguito provvede in ogni momento ai bisogni degli orecchi e dei sensi.

Festa è per loro l’amore che indora ogni diletto e, mille volte al giorno, porta in omaggio la tavola rotonda d’Artù con tutta la sua compagnia.
Qual cibo migliore potrebbero avere per l’anima e il corpo?
L’uomo ha accanto la donna, la donna ha l’uomo; cos’altro manca loro?
Possiedono quel che hanno desiderato e sono giunti là dove volevano essere.

Ebbene, molti guardano a questa storia in modo invero grossolano, e io non ne voglio aver parte: essi dicono che per questo tipo di gioco occorre ben altro cibo! Io non ne sono sicuro.
Con ciò, mi pare che basti!
Ma se qualcuno ha scoperto miglior nutrimento in questa vita, parli secondo la propria esperienza. Anch’io, un tempo, condussi simile vita, e allora la stimai sufficiente.

(Goffredo di Strasburgo, Tristano)