La «caduta» dal Paradiso

Conveniamo di chiamare ossatura un insieme di proprietà che rimangono invarianti in due o più miti; codice il sistema delle funzioni assegnate da ogni mito a queste proprietà; messaggio il contenuto di un mito particolare […]
Quando si passa da un mito all’altro, l’ossatura si conserva, il codice si trasforma e il messaggio si inverte.
(Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto)

figlie-uomoAlla ragazza che andava pazza per le frittelle – risponde, sull’altra sponda dell’Oceano, la ragazza folle di miele. Chissà, forse il Racconto risale a un antico «ceppo narrativo», o quantomeno a una stessa «diceria» che si diceva prima della Diaspora, prima della Grande Migrazione – e quei nostri antenati che anticamente «migrarono» se la portarono appresso su e giù per i sentieri del Paleolitico.

Prova ora a immaginare da lì a qui quanto sarà stato lungo il Passaparola: e dimmi per quante metamorfosi deve essere passata la «diceria» che partì dicendo che le Donne sono Golose, ma che ora, quando arriva al nostro orecchio, «dice» che per colpa delle Figlie dell’Uomo gli Angeli persero la testa.

Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero.
(Genesi, 6: 1-2)

Il maestro dice: l’ossatura rimane immutata (qualcuno cade dalle nuvole), il codice si è trasformato (la Langue è in perenne metonimia), e il messaggio ci giunge invertito (nientemeno, adesso è Adamo che mette al mondo Eva! adesso sono sparite le Donne e, al loro posto, ci sono le Figlie del desiderio e della predazione degli uomini: ci sono soltanto le Femmine!).
Ora, a seconda dei racconti, a cadere dalle nuvole, a perdere l’Antico Rango Celeste, sono: in Sudamerica le Donne (per via del loro «peccato di gola») e qui da noi gli Angeli, certi «figli di Dio che a Dio si ribellano» (affetti come sono da pensieri «lussuriosi» alla vista delle «belle»).

angeli-ribelli

Comunque sia, la sceneggiatura ridotta all’osso contempla in principio una caduta, una discesa, una deiezione, un degrado. A cadere, di volta in volta, sono le stelle, le donne o gli angeli: in nessun caso, bada bene!, in nessun «codice» gli uomini.
Perché possono «atterrare» solo i «celesti»: solo gli uccelli, solo quelli che hanno le ali possono «perdere» il volo. Tacchini e pavoni, angeli e donne, solo loro, possono abdicare al loro privilegio. Solo chi è vestito di piume può essere così pazzo da correre il rischio di farsi spennare, e perché? – per un po’ di miele, per una padellata di frittelle, o anche soltanto per una mela.

Il Racconto dunque racconta in tutte le salse la perdita di un privilegio, di una «volatilità», di una «levità» iniziale. Racconta di come dove e quando siamo diventati così pesanti, come ci troviamo a essere – una volta precipitati nel Racconto e nei giochi di prestigio della sua Langue.
Il Racconto si morde la coda – letteralmente. Il Racconto, dicevano una volta gli orfici, è Okéanos che «serpeggia» nei nostri flussi verbali, riconducendoli sempre, prima o poi, di nuovo a capo di quell’Evento che fu il loro principio «peccaminoso».
Perché «in principio» eravamo uccelli, non tanto tempo fa. E sapevamo volare, tant’è che ancora abbiamo piume e peli che ci vestono il corpo, e, soprattutto, abbiamo ancora le ali – anche se non sappiamo più che farcene.

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Chagall – La caduta di Icaro

Che dici? – se solo volesse usarle ancora, l’angelo ritroverebbe facilmente la via di casa, o ci vorranno almeno tre cantiche e un rosario di cento amen, solo per dargli l’avvio? e il tacchino così affezionato alle sue abitudini alimentari saprebbe fare a meno del solito mangime? e il pavone potrebbe sopravvivere se nessuno più ci fosse ad ammirare i colori della sua coda? e la donna, che dici?, la donna saprebbe riconquistare il cielo, se è lei, di sua iniziativa, che si è buttata giù?
Metonimie, travestimenti del codice: uccelli … angeli … donne … tutti alle prese col primo «peccato», con la Metafora che, intanto, sotto, giace immobile: soggiace – soggetto sottinteso a tutte le metamorfosi del Racconto.
La Metafora contempla una caduta, una discesa all’inferno. Di chi? – questo il Racconto si riserva di variarlo di volta in volta. Da codice a codice, a seconda del Fantasma del gruppo che lo codifica.

In quanto, da ultimo, al «messaggio invertito», eccolo servito a doppio gusto, pardon, eccolo scandito secondo i due «peccati»: anzi, quasi fosse lo stesso «peccato» differenziato in due tempi, in due sessi, in due scene, di modo che, se a peccare è la donna, il Racconto racconta d’una sua caduta nella «follia alimentare», se invece è un angelo, è in una «perversione del desiderio» che lo fa precipitare.
Se non cadono l’uno addosso all’altra, finché non decadono reciprocamente i due «mezzi» della nostra originaria androginia, né la donna che è in noi saprà della sua dominazione, né l’angelo di cui ciascuno di noi è il «resto umano» avrà mai notizia alcuna della sua perduta angelicità.

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Non so se e come si esce, se mai si esce, da questo inghippo: ammesso che sia possibile che questo «ceppo narrativo» non s’inceppi in una perpetua oscillazione, che lo tiene sempre lì a tentennare a proposito del suo doppio «peccato originale».
Eppure il libro della Genesi è abbastanza esplicito al riguardo: prima la Donna mangia la mela, prima dunque il «peccato di bocca», e poi i «peccatori» si scoprono ad avere vergogna della nudità dei loro «genitali»!
Prima golosamente nudi … e poi sessualmente rivestiti.

Forse, è proprio questa la Caduta che il Racconto da sempre, a dispetto dei mutamenti di codice e dell’inversione del messaggio, si sforza di mettere in scena: la caduta della nostra «nudità» sotto la Veste di una cultura e, insieme, il precipizio della nostra libidine che sprofonda da un «organo» alto e manifesto, come la bocca, a un altro basso e, per giunta, costretto alla clandestinità, qual è il «nostro» sesso.
Forse la caduta in questa «bassezza» è tutto ciò che il «ceppo» sopravvissuto all’Albero del «peccato», ha da «dire», tutto ciò che ha da gettare nel «dire», da andare cioè a nascondere sotto il «dire».