Corbin – Il paradiso di Yima

Il termine avestico Airyanem vaêjah (in pahlavi Erân-Vêj) designa il luogo d’origine, la culla degli Ario-iranici al centro del keshvar (orbis, zona) centrale.
Ogni tentativo di reperirne la posizione sulle nostre carte geografiche si è imbattuto in grandi difficoltà, e non è giunto ad alcuna soluzione convincente per il semplice motivo iranian-paradiseche il problema di questa localizzazione compete a una geografia visionaria.
I dati che si raccolgono rinviano a un’Immagine primordiale e archetipica, ovvero al fenomeno primario, dell’orientamento.

È questa Immagine a dominare e regolare la percezione dei dati empirici, e non viceversa i dati acquisiti, geografici e culturali, a dominare essa. Essa dà senso agli avvenimenti fisici e li precede, e non sono questi ultimi a provocarla.
Non si tratta però di pura «soggettività» nel senso in cui oggi si intende comunemente questa parola; si tratta piuttosto di un organo di percezione al quale corrisponde come oggetto un piano o una regione determinata dell’essere, quella che nella tarda elaborazione filosofica iraniana è presentata come la Terra celeste di Hûrqalyâ.

Per orientarci la cosa migliore è esaminare anzitutto gli avvenimenti che hanno luogo in Erân-Vêj, ricordando solo quelli che interessano direttamente il nostro argomento.
Erân-Vêj è il luogo delle memorabili liturgie celebrate da Ohrmazd in persona, dagli esseri celesti, dagli eroi leggendari. In Erân-Vêj il bello Yima, Yima lo splendente di bellezza, il migliore dei mortali, ricevette l’ordine di costruire il recinto, il var in cui fu radunato il fior fiore di tutti gli esseri, i più belli, i più graziosi, per proteggerli dall’inverno mortale scatenato dalle potenze demoniache e per ripopolare un giorno un mondo trasfigurato.

E Ahura Mazdâ parlò a Yima dicendo: O biondo Yima, figlio di Vivanghat! Sopra il mondo della materia, gli inverni fatali stanno per cadere, che apporteranno il crudele e abominevole gelo. Sopra il mondo materiale, i fatali inverni stanno per abbattersi, che apporteranno fitti fiocchi di neve e anche un fitto aredvi sulle più alte cime delle montagne.
E tutte le tre sorti d’animali periranno tutte: e quelle che vivono selvagge e quelle che sulle cime dei monti traggono la vita e quelle che vivono in grembo alle vallate e sotto il riparo delle stalle.
Prima dell’inverno, quei campi erano colmi d’erba per le bestie: ora con torrenti che scorrono, con nevi che si sciolgono, apparirà come terra felice sul mondo, la terra, ove si vedrà l’orma di un montone.
Perciò tu fa’ un var, lungo una corsa di cavallo, in ciascuno dei 4 lati, e là porta i semi delle pecore e dei buoi, degli uomini, dei cani, degli uccelli ed il rosso fuoco ardente (Avesta, Vendidâd, Fargard II, 22-25, ed. Darmesteter).

Il var, o paradiso di Yima, viene descritto come un recinto che, al modo di una città, comprende case, magazzini, bastioni. Porte e finestre luminescenti secernono esse stesse Yima-varla luce all’interno, perché questo paradiso è illuminato a un tempo da luci increate e da luci create.
Soltanto una volta l’anno i suoi abitanti vedono tramontare e sorgere le stelle, la luna e il sole. Dunque un anno sembra loro soltanto un giorno.
Ogni quarant’anni da ciascuna coppia umana nasce un’altra coppia, composta da un maschio e una femmina. E tutti questi esseri vivono la più bella delle vite nel var di Yima.

Si sarebbe tentati di vedere in questa descrizione la reminiscenza di un soggiorno primitivo degli Iraniani in un estremo nord geografico, dove essi avrebbero conosciuto un’aurora di trenta giorni, un sorgere annuale del sole. Prevalgono però le indicazioni secondo cui ci si trova in realtà sulla soglia di un Aldilà sovrannaturale.
Vi sono luci increate; è un mondo che secerne la propria luce, come quei mosaici bizantini il cui oro illumina lo spazio che essi racchiudono, perché i cubi di vetro sono armati di una lamina d’oro; ed è un paese senz’ombra, popolato da esseri di luce che hanno raggiunto altitudini spirituali inaccessibili ai terrestri. Sono esseri dell’aldilà: là dove cessa l’ombra che tiene prigioniera la luce – là ha inizio l’aldilà, ed è questo il mistero cifrato dal simbolo del Nord.

Allo stesso modo, gli Iperborei simboleggiano l’uomo la cui anima ha raggiunto una completezza e un’armonia tali da essere priva di negatività e di ombra, anima che non è né dell’oriente né dell’occidente.
Lo stesso è, nella mitologia indiana, per il popolo degli Uttara-kuru, popolo del sole del nord dai tratti pienamente e idealmente individualizzati, popolo di gemelli che formano coppie e che tipizzano uno stato di completezza espresso anche dalla forma e dalle dimensioni del loro paese: un paradiso terrestre nell’Estremo Nord, la cui configurazione è quella di un quadrato perfetto come il var di Yima, come le città smeraldine di Jâbalqâ e Jâbarsâ, come la Gerusalemme celeste.

Altri avvenimenti in Erân-Vêj: Zarathustra (Zoroastro) all’età di trent’anni compiuti ha desiderio di Erân-Vêj e si mette in cammino con alcuni compagni, uomini e donne.
La natura degli spazi superati e la data della migrazione (omologa, nel ciclo annuale del calendario, all’alba di un millennio) ci mostrano, più e meglio di quanto potrebbe farlo una storia positiva, che qui vi è una successione di ierofanie.

ZoroastroDesiderare Erân-Vêj significa desiderare la Terra delle visioni in medio mundi, significa guadagnare il centro, la Terra celeste dove ha luogo l’incontro con i Santi Immortali, l’eptade divina di Ohrmazd e dei suoi arcangeli.
La montagna delle visioni è la montagna psico-cosmica, ovvero la montagna cosmica omologata al microcosmo umano. È la «Montagna delle aurore», la vetta da cui si slancia il Ponte Chinvat, passaggio verso l’aldilà e luogo in cui avviene l’incontro aurorale tra l’angelo Daênâ e il suo io terrestre.

L’arcangelo Vohu Manah (Bahman in persiano, «Pensiero eccellente», Εὔνοια) ordina al profeta visionario di spogliarsi della sua veste, ovvero del suo corpo materiale e degli organi della percezione sensibile: gli avvenimenti in Erân-Vêj hanno come sede e organo il corpo sottile di luce. Ed è là, in medio mundi e alla sommità dell’anima, che si conserva la semenza zarathustriana di luce, lo xvarnah dei tre Saošyant o Salvatori futuri, che compiranno la trasfigurazione del mondo attraverso l’atto di una liturgia cosmica.

A moralizzare le percezioni cui si rivela quella che possiamo definire una «fisiologia dell’uomo di luce», sono le categorie dell’Immaginazione attiva trascendentale. Rendendo possibili le omologazioni psico-cosmiche, ecco che queste assurgono a fondamento delle costruzioni simboliche che servono da supporto alle realizzazioni mentali della meditazione e che sono designate dal termine mandala.
Sappiamo che vi furono dei mandala immensi. Le famose ziqqurat di Babilonia tipizzavano la montagna cosmica dai sette stadi e dai rispettivi colori dei sette Cieli; grazie alle ziqqurat era ritualmente possibile l’ascensione sino alla vetta, sino al punto culminante che è il nord cosmico, il polo intorno a cui ruota il mondo.

Ogni volta lo zenit locale poteva essere identificato col polo celeste. Lo stesso era per gli stupa (Borobudur), la cui architettura simbolica tipizzava l’involucro esteriore dell’universo e il mondo segreto e interiore, la cui vetta è al centro del cosmo.
Infine, e con identiche omologie, vi è il tempio microcosmico che gli Ishrâqîyûn chiamano «tempio della luce» (haykal al-nûr), perché l’organismo umana cela i sette centri o organi sottili, le sette latifa, sovrapposizione dei Cieli interiori ciascuno dei quali ha il proprio colore ed è sede microcosmica di uno dei grandi profeti.

borobudur-2

L’intera rappresentazione dell’uomo e del mondo è dunque disposta su un asse verticale; l’idea di un’evoluzione lineare orizzontale sembrerebbe qui interamente priva di senso, disorientata.
La Casa dei Canti e la Terra di Hûrqalyâ, come la Gerusalemme celeste, discendono nella stessa misura in cui ascende l’uomo di luce. Lo spazio della sfera di 360 gradi è l’omologo che materializza su scala cosmica un corpus mysticum, segreto e sovrannaturale, di esseri e organi di luce.

Erân-Vêj, paradiso di Yima, regno spirituale dei corpi sottili, non ha cessato di occupare e di preoccupare le meditazioni iraniane, da quelle dei lontani adepti di Zarathustra sino a quelle degli adepti della filosofia della Luce, e a quelle della scuola shaykhita.
L’idea del centro del mondo, il tema leggendario del keshvar centrale che determina l’orientamento degli altri sei keshvar disposti tutt’intorno e separati posteriormente gli uni dagli altri dall’oceano cosmico, attraversa una complessa elaborazione filosofica la cui fase più importante è forse il momento in cui, nella «teosofia orientale» di Sohrawardî, le Idee platoniche vengono interpretate nei termini dell’angelologia zoroastriana.

(Corbin, L’uomo di luce nel sufismo iraniano)