Bretagna – La nave di Salomone

vortice

Una notte che Nascien riposava nel suo letto nella città di Sarras, una grande mano vermiglia lo sollevò in aria e, subito dopo, lo depose svenuto sull’Isola vorticosa. E vi dirò perché quest’isola era chiamata così.
All’inizio di tutte le cose, i quattro elementi erano confusi. Il Creatore li divise: subito il fuoco e l’aria, che sono tutta luce e leggerezza, salirono al cielo, mentre l’acqua e soprattutto la terra, che non è che un pesante cumulo di lordure, caddero in basso.
Ma, per il fatto d’essere stati così a lungo mescolati, i quattro elementi non potevano non essersi contaminati l’un l’altro di alcune delle loro opposte proprietà.

Sicché, quando il Padre Sovrano, ch’è fonte di chiarezza e di sapienza, ebbe mondato l’aria pura e il fuoco chiaro, lucente e caldo, di ogni cosa terrena, e la fredda acqua e la terra pesante di ogni cosa celeste, i residui formarono una sorta di massa o di fumo, troppo pesante per innalzarsi in aria, troppo leggera per restare a terra, troppo umida per confondersi col fuoco, troppo secca per mescolarsi con l’acqua, e questa massa si mise a navigare per l’universo, finché giunse al di sopra del mare d’Occidente, tra l’isola Enagra e il Porto delle Tigri.

Là, nella terra vi è un immenso magnete la cui forza ne attirò e ne trattenne le parti ferrose, ma non fu abbastanza possente per impedire alle parti di fuoco e di aria di rotazione-firmamentotrascinare la massa verso il cielo, di modo che questa rimase sulla superficie dell’acqua. E si mise a ruotare su se stessa, secondo il movimento del firmamento cui apparteneva a causa delle parti ignee.
Cosicché le genti del paese la chiamarono Isola perché era in mezzo al mare, e Vorticosa perché ruotava su se stessa.
E là fu deposto Nascien svenuto.

Quando riprese i sensi, intorno a sé non vide che il cielo e l’acqua, ché su quella materia non potevano crescere né erba né albero, né resistere bestie. Allora si mise in ginocchio, volto verso oriente, e pregò Nostro Signore; e quando si rialzò, vide avvicinarsi sul mare una nave molto alta e ricca, che presto si accostò all’isola; dopo aver alzato la mano e fatto il segno della croce, egli vi salì: non vi trovò alcun uomo mortale, non vide che un magnifico letto, sul cui capezzale era posata, sguainata a metà, la spada più bella e preziosa che mai vi sia stata, in confronto alla quale le cinghie o le corregge con le quali si doveva appendere il fodero al cinturino sembravano di materiale povero e vile com’è la stoppa della canapa, sì deboli d’altronde che non avrebbero potuto reggere per un’ora il peso dell’altra; inoltre, lettere incise sulla lama avvertivano che solamente il miglior cavaliere di tutti i tempi avrebbe potuto estrarla senza pericolo e che le cinghie sarebbero state cambiate un giorno da una donna vergine.

Intorno al letto erano piantati tre fusi di legno, di cui l’uno era bianco come neve appena caduta, il secondo vermiglio come il sangue naturale e il terzo verde come lo smeraldo; ora, quelli erano proprio i loro colori, senza alcuna pittura artificiale.
E poiché potreste dubitare di questa meraviglia, vi dirò la verità sui tre fusi, sulla spada e sulla nave.

Quando Eva la peccatrice ascoltò il consiglio del Nemico e colse il frutto proibito, dall’albero strappò anche il ramo che portava quel frutto. Il suo sposo Adamo prese il pomo e lasciò il ramo tra le mani della donna che lo conservò senza pensarvi.
Cranach-Adamo-EvaOra, appena ebbero mangiato il frutto mortale a gran detrimento loro e nostro, l’uomo e la donna seppero che erano nudi, e Adamo si coprì con le proprie mani ed Eva con il ramoscello.

Allora Colui che indovina ogni pensiero li chiamò.
Parlò in primo luogo ad Adamo, perché l’uomo era più colpevole, essendo la donna di debole complessione e fatta dal suo costato, e gli disse le parole dolorose: «Tu mangerai il pane col sudore», ma non volle che la donna fosse affrancata poiché aveva preso parte al misfatto, e le disse: «Tu partorirai con tristezza e dolore».
Poi scacciò tutt’e due dal suo paradiso.

Eva teneva sempre il ramo frondoso: decise di conservarlo in ricordo dell’albero dal quale era venuta la sua disgrazia e, poiché in quel tempo non v’erano né cassa né cofano in cui poterlo mettere, lo conficcò in terra.
Il ramo mise radici e, per volontà del Creatore, crebbe così forte che in poco tempo divenne un albero bello e grande, bianco come la neve di fusto, di rami, di foglie e di corteccia.

Ed era così per significare che Eva era casta quando lo piantò. E sembrava dir loro: «Non disperate perché avete perduto la vostra eredità, ché non l’avete perduta per sempre».

Adamo ed Eva furono riconfortati dalla vista di quel bell’albero color della neve, e lo fecero moltiplicare, staccandone ramoscelli che piantarono e che germogliarono tutti bianchi come il primo. E così si formò un bosco sotto il quale essi andavano volentieri a riposare.
Un venerdì che erano seduti là, una voce comandò loro di unirsi carnalmente, ma udendola l’uomo e la donna furono pieni di vergogna, perché non potevano sopportare l’idea di vedersi l’un l’altra in un atto sì indegno.

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Tintoretto – Le tentazioni di Adamo ed Eva

Ora, la volontà di Dio era di dar inizio alla schiatta umana e di riformare così la decima legione degli angeli che erano precipitati dal cielo per orgoglio, e il volere di Dio non poteva essere svitato; ma Nostro Signore ebbe pietà di Adamo ed Eva che si guardavano pieni di vergogna e di confusione: li coprì di tenebre e fu così generato Abele il Giusto.
Appena la cosa fu fatta, l’oscurità si dissipò, e l’uomo e la donna notarono che il primo albero, un tempo bianco, era diventato verde come l’erba dei prati, e da quel giorno cominciò a fiorire e fruttificare, come mai prima, e divenne così in ricordo del seme seminato sotto di esso per giusto pensiero e amore del Creatore. Tutti gli alberi che nacquero da quello, gli furono simili. Ma quanti erano nati prima rimasero bianchi, e senza fiori né frutti.

E andò così finché Abele il Mite fu diventato grande, e suo fratello Caino cominciò a invidiarlo e a odiarlo. Un giorno che Abele aveva condotto le pecore vicino all’albero della vita, andò a ripararsi dal sole ardente all’ombra dei rami verdi, e si addormentò.
Intese tuttavia arrivare il fratello e si alzò augurandogli il benvenuto, ché l’amava di Caino-Abelegrande amore. Caino gli rese il saluto e gli disse di tornare a sedersi, ma mentre Abele si chinava, lo colpì con una mascella d’asino sì rudemente da fargli sprizzare il cervello.

Così Abele ricevette la morte nel luogo stesso in cui era stato concepito, e fu parimenti un venerdì.
E accadde una grande meraviglia, ché nell’istante in cui fu ucciso, l’albero della vita divenne vermiglio, in ricordo del sangue che era stato sparso sotto i suoi rami.
E da quel momento non vi fu albero più bello e delizioso da guardare, ma non portò né fiore né frutto, e i suoi rami morirono quando furono piantati in terra.

L’albero superò il diluvio senza danno, così come tutti gli alberi bianchi e verdi che erano nati da esso; erano ancora tutti di grande bellezza al tempo in cui Salomone regnò dopo re David, suo padre.
Dio aveva dato a quel Salomone ogni senno e discernimento: egli conosceva le virtù delle pietre preziose, la forza delle erbe, il corso del firmamento e delle stelle, e tutto ciò che un uomo mortale può sapere; tuttavia, fu sedotto dalla bellezza di una donna al punto di compiere un gran numero di cose contro Dio.

Eppure quella donna lo ingannava e lo disonorava quanto poteva, e mai egli poté difendersene: e non bisogna meravigliarsene, ché, quando una donna vuole usare il cuore e la testa in intrighi, nessun uomo saprebbe resisterle.
Ed è per questo che Salomone ha scritto nel suo libro che si chiama Parabole: «Ho fatto il giro del mondo e ho cercato quanto ho potuto: non ho trovato una donna onesta».

La sera stessa che ebbe scritto ciò, udì una Voce che gli diceva: «Salomone, non aver le donne in tal disprezzo. Fu la nostra prima madre che portò il dolore all’uomo; ma è un’altra madre che gli procurerà una gioia più grande di quanto sia stato il suo dolore: così una donna correggerà ciò che una donna ha fatto. Ed ella uscirà dal tuo lignaggio».

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Piero della Francesca – Salomone e la regina di Saba

Salomone si mise a riflettere e a scrutare i segreti divini e le Scritture, di modo che predisse la venuta della gloriosa Vergine che generò il Figlio di Dio.
Ma una notte la Voce si rimise a parlare e gli disse: «Quella vergine misericordiosa e beata non sarà la fine del tuo lignaggio. L’ultimo che nascerà sarà un cavaliere che supererà per bontà e valore tutti quelli che l’avranno preceduto e che lo seguiranno, così come il sole supera la luna e la prodezza del cavaliere Giosuè supera in questo momento quella di tutte le genti in armi».

Salomone fu molto lieto di questa notizia; tuttavia rimpianse molto che non gli potesse essere concesso di vedere quel cavaliere sì prode che doveva uscire dal suo lignaggio.
Almeno, avrebbe voluto fargli sapere che egli aveva predetto la sua venuta, ma ebbe un bel cercare, non trovò alcun modo per farlo.
Allora pensò che la donna che amava era molto più sottile e astuta di alcun uomo e si disse che, se qualcuno poteva consigliarlo, questa era lei: sicché, le svelò tutti i suoi pensieri.

Ella rifletté un poco, e poi disse: «Signore, ho trovato come l’ultimo cavaliere del vostro lignaggio potrà sapere che voi avete predetto la sua venuta. Mandate a chiamare tutti i carpentieri del regno e ordinate loro di costruire una nave con un legno che non possa marcire prima di quattromila anni, poi prendete nel tempio che avete fatto innalzare in onore di Dio la spada di vostro padre, il re David. Ne estrarrete la lama, che è la più tagliente e la meglio forgiata che mai vi sia stata e, grazie alla vostra scienza delle virtù delle erbe e della potenza delle gemme, munirete questa lama di un fodero senza pari, e d’una impugnatura senza eguali e d’un pomo fatto di diverse pietre preziose, ma composte con tanta arte da apparire di una sola gemma. Io porrò su questa spada cinghie di canapa, sì deboli che non potranno che rompersi sotto il suoi peso. Ma, se piacerà a Dio, una damigella le sostituirà con altre sì belle e ricche che sarà meraviglia vederle. Di modo che questa pulzella metterà riparo a ciò che io avrò mal predisposto in questa spada, come la Vergine che verrà farà ammenda dell’errore della nostra prima madre».

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Così fu fatto e, sei mesi più tardi, la nave era costruita. La spada vi fu deposta su un letto magnifico; ma la dama dichiarò che mancava ancora qualcosa. Ordinò ai carpentieri di andare a tagliare dall’albero della vita e da quelli che ne erano scaturiti un fuso rosso, un fuso bianco e un fuso verde.
E ai primi colpi d’ascia che essi assestarono, videro gli alberi sanguinare, del che furono molto spaventati; ma la dama volle che essi portassero a termine il loro lavoro. E i fusi furono infissi sui lati del letto.

Poi Salomone incise sulla lama e sul fodero parole che vietavano di sguainare la spada a qualunque cavaliere non fosse il migliore dei migliori; infine egli fece scivolare sotto il capezzale un breve, in cui spiegava il significato della nave e del tutto, e che così cominciava:

O cavaliere, che sarai l’ultimo del mio lignaggio, se vuoi essere in pace, guardati dalle donne sopra ogni cosa. Se tu credi loro, né saggezza, né prodezza, né cavalleria ti assicureranno dall’essere disonorato.

Quando tutto fu portato a termine in tal guisa, la nave fu messa in acqua. E presto la brezza ne colpì le vele, e in poche ore l’allontanò dalla riva e la trascinò in alto mare, e nessuno la vide prima di Nascien.

Ora, mentre Nascien guardava meravigliato il letto, i fusi e la spada sulla nave di Salomone, s’era levato un gran vento che presto divenne tempesta traditrice e crudele, sì che la nave si trovò trascinata a tutta velocità nel mezzo del mare infuriato.
La tormenta durò otto giorni, durante i quali Nascien non vide terra né vicina né lontana, e pensò che il naviglio si rovesciasse; eppure non cessò di adorare Iddio, di modo che non avvertì né la fame né la sete.

Il nono giorno, il mare ridivenne placido e tranquillo, e Nascien si addormentò.
Credette di vedere in sogno un uomo vestito di rosso che lo chiamava: «Nascien, sappi Galaadche non tornerai mai più nel tuo paese e che resterai, e i tuoi figli dopo di te, nella terra d’Occidente in cui stai andando. Quando saranno passati trecento anni, l’ultimo uomo del tuo lignaggio risalirà sulla nave del tuo avo Salomone per portare a Sarras il santo vaso che si chiama Graal. Il primo sarà re, buon cavaliere e valentuomo, e avrà nome Narpus; il secondo sarà chiamato Nascien come te; il terzo, Alano il Grosso; il quarto, Isaia; il quinto, Gionan: egli molto esalterà la Santa Chiesa, e donerà al fratello tutta la propria terra, poi sposerà la figlia del re di Gallia; il sesto, suo figlio Lancillotto, sarà incoronato in cielo come sulla terra, ché in lui albergheranno la pietà e la carità: e sappi che egli amerà di puro amore una dama, la più bella che vi sia in Bretagna, e la migliore e la più santa, il cui marito lo ucciderà di sorpresa mentre egli berrà a una fonte; e il settimo del tuo lignaggio, dopo Celidonio, sarà re Ban; e l’ottavo avrà nome Lancillotto: sarà lui a sopportare le maggiori pene e fatiche, ma sarà caldo e lussurioso come un cane fino all’avvicinarsi della morte, quando si emenderà; quanto al nono, di origine oscura, ma poi sì chiaro e mondo che Gesù Cristo si bagnerà in lui tutto nudo, e sì dolce e delizioso da bere che a malapena si potrà saziarsene, avrà nome Galaad, e supererà in cavalleria terrena e celeste tutti quelli che l’avranno preceduto, e porrà fine ai tempi avventurosi».

Così sognava Nascien, dormendo.
Quando il giorno fu bello e chiaro, si svegliò. A lungo errò sulla nave, dove gli occorsero molte avventure.
Una sera, infine, prese terra in un porto. Era quello in cui Giuseppe di Arimatea e i suoi compagni erano approdati, nella Grande Bretagna, non lontano dalla città di Oxford.

(Merlino l’incantatore, 27-30)