Brosse – Il bosco sacro

giardino-botanico

Secondo quello che giustamente Lévi-Strauss chiama «il pensiero selvaggio» (non a caso selvaggio viene da silva, «foresta»), gli alberi sono abitati e hanno un’«anima».
Tale credenza, ormai sopravvissuta solo sotto forma di vaghe tracce in un folclore in via di rapida scomparsa, ci sembra rientrare tra le superstizioni del passato. Ma uno scetticismo così netto non sarà a sua volta tra qualche tempo superato?

Gli esperimenti intrapresi a partire dal 1900 e condotti per una trentina d’anni da un eminente ricercatore indiano, Jagadis Chandra Bose, hanno infatti dimostrato l’esistenza nelle piante di una sensibilità accompagnata perfino da una certa capacità di memorizzazione, il che assomiglia a una forma molto elementare di psichismo e indusse quel fisiologo a postulare l’esistenza dell’equivalente di un «meccanismo nervoso» nei vegetali.
Gli esperimenti di Jagadis Chandra Bose sono stati successivamente confermati e completati da scienziati americani e soprattutto sovietici.

Naturalmente, è ancora troppo presto per accettare come dimostrate in modo definitivo scoperte così rivoluzionarie, ma in fondo questa ipotesi è inaccettabile solo nel caso in cerchi-alberocui si concepiscano come radicalmente separati i sacrosanti «regni della natura», mentre già da un pezzo la paleobiologia dimostra e insegna che gli animali procedono dalle piante, i primi organismi vissuti sulla terra e in precedenza nel mare, e che le cellule animali non sono altro che cellule vegetali trasformate.
Ogni cellula, qualunque essa sia, gode di un certo grado di autonomia, ha un proprio sistema regolatore di equilibrio e di difesa e quindi possiede in potenza il principio della vita psichica.

Che le piante siano dotate di una sensibilità reattiva, in grado di inserirsi in loro sotto forma di ricordi, che possano presentare manifestazioni di benessere o, come ripetuti esperimenti hanno dimostrato, di paura e perciò di memorizzazione, non è forse quanto esprimeva, nel suo modo allegorico, «il pensiero selvaggio»?
Che gli alberi, in particolare, siano dotati di una certa forma di memoria è un fatto reso tangibile dai «cerchi», gli stati concentrici di accrescimento che consentono, quando l’albero è abbattuto, di conoscerne non soltanto l’età, ma le reazioni differenziate alle condizioni climatiche, che sono così registrati in esso e da esso, anno per anno.

Sia come sia, la mentalità tradizionale attribuiva agli alberi, come a tutti gli esseri viventi, un’«anima» che poteva manifestarsi in certe occasioni.
Tutti gli alberi ne avevano una, alcuni in grado superlativo; erano, questi, alberi sacri, ninfa-alberonel senso che erano abitati non, come gli altri, da esseri anonimi ma da una divinità nota che li aveva eletti a sua dimora, e di conseguenza erano oggetto di un culto.

Come si potevano distinguere, nella folla degli altri, questi alberi, estremamente rari?
Le varie tradizioni riferiscono che ciò avveniva sempre in conseguenza di una rivelazione, un sogno o un’apparizione, un’improvvisa guarigione al loro contatto o una manifestazione oracolare, ma anche certi indizi, come una statura eccezionale o qualche peculiarità morfologica loro propria, li avevano additati all’attenzione degli uomini.

Tali indizi venivano interpretati come segno di elezione da parte di un dio facilmente riconoscibile, anche se non rivelava la propria identità, perché le varie specie erano attribuite ciascuna a una divinità e, in un certo senso, suddivise tra loro.
Poi l’albero veniva isolato, protetto da severi divieti, a volte circondato da una recinzione, mentre ai suoi piedi veniva innalzato un rustico altare destinato a ricevere le offerte. […]

Tra i più noti boschi sacri spiccano quelli di Uppsala in Svezia, i boschetti che in India protessero la nascita, l’illuminazione e il trapasso del Buddha, e il bosco sacro di Nemi, detto Nemus Dianae, o semplicemente Nemus.
Il termine latino nemus, come il greco nemos, indica una foresta in cui sono compresi dei pascoli, un boschetto e soprattutto un bosco sacro. Il nemus era inframmezzato da radure in cui si portavano a pascolare le bestie. Anche il bosco sacro comprendeva una radura, perché gli alberi oggetto di culto erano stati messi in evidenza per essere esposti alla devozione dei fedeli.
Non si poteva in nessun modo alterarlo, neppure inavvertitamente, senza incorrere in gravi castighi, a volte nella morte. Quando, per un motivo o per l’altro, si era obbligati a tagliare degli alberi, bisognava offrire un sacrificio espiatorio alla divinità che ne era proprietaria.

radura

Nemus e nemos hanno la radice nem– che esprime l’idea di distribuire, dividere, tagliare. Oltre a questo significato generale il verbo greco némô contiene le accezioni «mettere in disparte, isolare», e anche «abitare, occupare», che corrispondono al concetto di bosco sacro, cioè di uno spazio riservato, protetto e occupato da un dio.
Dalla stessa radice nem– deriva il nome di Nemesi, che è una dea della distribuzione, della divisione, tra ciò che spetta agli dèi e ciò che è lasciato agli uomini, col conseguente castigo a qualsiasi illecito, a qualsiasi superamento di quel limite. […]

In latino bosco sacro è anche lucus. Questa parola deriva dalla radice indoeuropea leuk-, che in sanscrito dà lokah, spazio libero; il lucus è nella sua prima accezione una radura nella foresta, poi un bosco sacro.
Ritroviamo qui l’idea di «radura» che abbiamo già trovato a proposito di nemus e nemos, ma che è ancor meglio definita con lucus, dato che la stessa radice leuk– è all’origine di lux-lucis, la luce, di luna (in origine leuk-sna, cioè la «luminosa»), di lustrare (leuk-strare), «purificare mediante un sacrificio», e di lustrum, «luogo selvaggio, scosceso», e infine di luxuria, che in latino significa «sovrabbondanza, esuberanza della vegetazione» e solo secondariamente indica l’accesso di ardore, il che ha dato per derivazione la parola «lussuria».
Tutti questi concetti, in apparenza diversi, definiscono insomma le particolarità, o meglio le funzioni, dei boschi sacri.

bosco-tramontoFurono certamente questi i più antichi santuari, molto precedenti alla costruzione dei templi, che spesso sorsero in mezzo a loro o che facevano parte, come a Dodona, del recinto che racchiudeva e proteggeva gli alberi consacrati agli dèi. […]

Per i Celti il bosco sacro era il nemeton, termine che deriva dalla stessa radice di nemus. Secondo i celtisti, nem– indicherebbe il cielo «il senso religioso», e perciò sembrerebbe che il nemeton sia stato la proiezione ideale di una parte di cielo sulla terra, una specie di paradiso, o meglio di «frutteto meraviglioso», come se ne incontrano nelle leggende celtiche o di origine celtica.
Il nemeton era in primo luogo uno spazio aperto e coperto d’erba in una foresta, quindi una radura, come nemos e nemus. Era detto drunemeton quando il boschetto sacro era fatto di querce, come il luogo di riunione e di culto delle tribù celtogalate.
Più in generale, il nemeton era il tempio druidico in mezzo alle foreste, appartato dal gruppo sociale. Lì sacerdoti iniziati celebravano le cerimonie necessarie per attirare sulla collettività nel suo complesso le benedizioni degli dèi, dei quali erano gli interlocutori privilegiati e specializzati.

(Brosse, Mitologia degli alberi)