Solo una coincidenza

I due suoni fa e si (nella notazione europea) sono i punti angolari del sistema musicale: essi operano le due alterazioni caratteristiche introducendo il fa diesis e il si bemolle. Queste due alterazioni, per cui si eleva il fa a fa diesis, o si abbassa il si a si bemolle, costituiscono il meccanismo della modulazione.
È importante notare che l’alterazione prodotta dal si bemolle deve essere considerata come una trasformazione del modo musicale, mentre l’alterazione effettuata dal fa diesis equivale a una trasposizione.
Lo stesso Guido d’Arezzo distingue chiaramente queste due nozioni, separando con tutta chiarezza transformatio da transpositio. Mentre un fa diesis cambia sempre la natura del modo musicale (transpositio), un si bemolle varia solo l’aspetto dello stesso modo (transformatio)
(Schneider, Gli animali simbolici)

Questa storia dell’«uccello» che, nascosto tra le foglie di un albero, «lascia cadere» una bacca, un «frutto», magari una mela, sulla testa di chi sta di sotto, non è una novità.
Il piccione Maui si comporta all’incirca come il Pappagallo dei Toba e, forse, come lui non albero-gravidoè su un albero qualsiasi che si è «appollaiato», quanto piuttosto sul quel ramo (antico) del Racconto in cui si narra di quando il Maschio «scoprì» (meraviglia delle meraviglie) la Donna. Di quando «ritrovò» l’altra metà del cielo – quella sprofondata, nientemeno!, sotto terra.

La posizione di entrambi gli «uccelli» è la stessa. Uccelli in alto e donne (sprofondate) in basso. Uccelli, però, non tanto in alto: né il piccione né il pappagallo volano mai all’altezza di un’aquila.
Volatili, dunque, che volano sì, ma poco sopra le «donne» piovute dal cielo nel Paese dei «maschi». Guardiani, semplici vedette che, di lassù, per conto dei predatori, vigilano sulle prede. Occhi di Narciso – rossi come il fuoco del suo desiderio – che da sopra mirano «al bersaglio».

Certo, non è che un minimo dettaglio. Niente esclude che si tratti di pura e semplice coincidenza «narrativa». Ma non per questo la «cosa» è priva di senso. Anzi, la «coincidenza» di due storie differenti in uno stesso evento scenico, è in fondo tutto ciò che vi è di «significativo» (alla lettera: capace di far valere un segno) nella circolazione delle parole dei racconti.
E niente è più «significativo» di una «ripetizione a distanza» di un vocabolo o di un gesto in cui una storia, senza volerlo, «replica» un’altra, e quanto più lo fa a sua insaputa – tanto più l’una sta all’altra come il senso proprio al senso figurato del Racconto.

Sarà anche minimo, il dettaglio non si limita tuttavia solo al lancio dei frutti dell’albero. Cosa vuole il piccione, cosa s’aspetta il pappagallo dal suo gesto? Cosa, se non di richiamare su di sé l’attenzione? Cosa, se non di farsi scoprire: di farsi, diciamo così, ingenuamente scoprire? di essere, cioè, riconosciuto da chi (ancora) ne ignora la presenza?
Le donne, dice il racconto sudamericano, sono discese quaggiù in terra a rubare. Ma, ruba oggi, ruba domani, esse sono finite per ridursi a «prede» dei maschi che credevano di venire a depredare quaggiù. Anzi, la loro «discesa» è stata così brutale che le ha sprofondate sotto terra. Che le ha ridotte a essere, laggiù, soltanto le Ombre di se stesse – soltanto femmine, da Donne che sono.
E laggiù dove sono sprofondate, solo un bambino selvatico e curioso, come è selvatico e curioso il piccione Maui – solo un infante che a malapena balbetta, come il pappagallo, le parole che ha udito – solo lui può andare a riscoprirle: basta che abbia appena imparato a svolazzare nei sogni.

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Gauguin – Ruperupe

Se è un dettaglio, è dunque un dettaglio forte, una scheggia sì, solo un frammento, ma di una pietra miliare antica quanto il tempo che ci è voluto al Racconto per sparpagliarsi da un capo all’altro del mondo. Un masso erratico, come l’ha chiamato qualcuno, uno di quelli capaci di trascinarsi appresso nei suoi movimenti tutta una topografia immaginale. Intendo quella topografia su cui solo una «coincidenza» come questa, tanto meglio se inaspettata e casuale, può gettare all’improvviso un bagliore e riportarla alla luce.

Eravamo fermi là, al doloroso epilogo del racconto sudamericano, col sipario che cala sui bambini golosi «sospesi in cielo» e che, di lassù, tramutati in stelle, la notte piangono la lontananza dalle loro madri e impotenti assistono al loro sprofondamento nelle viscere della terra.
Eravamo a quell’ultima scena, del dramma della Donna, contemplata con gli occhi dei suoi Figli «appesi» alla volta celeste. Eravamo a quell’ultimo tardivo sguardo gettato sulla Madre.

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Picasso – Maternità

La madre pre-edipica, dice la Dottoressa, la madre ancestrale, la madre che allatta, colei che nel suo grembo feconda il seme della vita, solo le Stelle di lassù ancora la «vedono». Di giorno, alla luce del sole, noialtri non «vediamo» che una Strega. Appena fa giorno e non ci sono più stelle in cielo, la Madre scompare.
Scompare la Donna, si dissolve l’indovinello della Sfinge nella Lingua di Edipo, e – dice ancora la Dottoressa – al suo posto compare quest’altra che si è dovuta «fare femmina» per assentarsi alla sua natura «angelica», questa qui che si è vista costretta a «indemoniarsi», solo così potendo sopravvivere alla cattività nel Nome del Padre.
La Madre è sepolta sotto la terra di tutte le lingue in cui si è imbabelito il Nome del Padre. E solo gli occhi «notturni» dei bambini – quando la notte i bambini diventano stelle e contemplano il mondo da lassù – solo essi, solo la notte possono, forse, ancora «vederla».

Tu mi dirai: ma che razza di madre è mai questa che, come Taranga, alle prime luci dell’alba scompare per rifarsi viva soltanto dopo il tramonto? Si può dire Madre, si può dire Donna una che non si cura dei suoi figli prima dell’ora di andare a dormire, e che se la squaglia sul far del giorno?
Di quale altra «madre» si può trattare, dico io, se non di quella che compare solo in sogno? Non sta forse qui, dico io, il «masso» che, errando di racconto in racconto, ancora insiste nella sua antica allusione al Tempo del Sogno, come al solo in cui ai figli è dato ancora d’«incontrare» la Madre «che non c’è più»?

La puoi solo sognare. Non c’è che la via dei sogni per metterti, caro figlio, sulle tracce della tua Madrelingua. Della «lingua» che parlavi prima di tradurti in quella del Padre.
Mi pare di sentir risuonare, in sottofondo, questo stesso motivo in tutt’e due le arie, in lingua maori come in quella toba. Se sei una stella lontana da tua madre, e vuoi per caso sapere in quale sottoscala del mondo il Nome del Padre l’ha sepolta, non hai che da scendere nel suo stesso pozzo, e andarla a raccattare in sogno fin laggiù, sotto terra, dove da tempo immemorabile è tenuta in ostaggio.

Se cerchi l’Angelo, se hai nostalgia della Donna, il Padre ti dice: sali di un tono, alza di un diesis la nota dominante del tuo desiderio, e parti alla sua ricerca. Guarda quante belle madre-sognoparole, vedi un po’ quanti segni e che bei gioielli ti metto a disposizione! Su, fa’ il bravo: studia!
Se ora sei appena un piccioncino, solo uno che ripete a pappagallo le parole udite, il Padre ti dice: abbi fede, dopo il Trivio, se sali ancora più su, trovi un Quadrivio, e poi, se ti va bene, trovi addirittura una tua via al Paradiso!

C’è però che il Padre, come il Racconto svela alla fine, omette sempre una certa parte della formula magica che farebbe di te l’Immortale Vittorioso. Il Padre, proprio lui che t’incoraggia e ti spinge a divenire sempre più «fumantino», e a svolazzare sempre più in alto nei diesis delle parole, saltando di palo in frasca dall’una all’altra, lui, il Signore della Metonimia, proprio lui ti condanna alla «morte».
Sì, è dal v.111 del canto quinto dell’Inferno, è dal «che pense?» che Virgilio rivolge a Dante, che pure noi siamo alle prese con lo stesso sconcertante dato di fatto: la Lingua del Padre condanna all’inferno chi la parla. Parlasse pure le «dolci» parole dello Stilnovo, il Libro del Padre è sempre galeotto.

È il tuo sogno, una volta «trasposto» nella sintassi delle mille e poi ancora mille parole della Lingua del Padre, è il tuo sogno, come ogni sogno «detto», a essere così votato a morire asfissiato. Votato a condividere la «vita breve» delle parole. Destinato a spegnersi quando non a negarsi, o peggio a rinnegarsi, nei segni a cui si è affidato – come alla potenza del suo infinito.
Si è affidato all’«omissis» paterno (guarda un po’: allo stesso «inconscio» in cui incoccia Väinämöinen): si è affidato alla Lingua del Guerriero in guerra eterna con la morte, in una guerra infinita quanto infinita è la potenza metonimica del suo Verbo (maschio e prepotente) di «spostare» la morte sempre più in là, illudendosi così di decretarne la perpetua «estradizione».
Il Guerriero passa continuamente da un campo di battaglia all’altro, senza mai fermarsi a domandare a chi sta facendo la guerra.

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Gauguin – Ia Orana Maria

Alla sua «logica», fatta di continue incessanti «trasposizioni» dal questo al quello, fa – per fortuna – da contraltare la «coincidenza» materna: proprio quella «coincidenza» che è la sola «cosa» che, in lingua di Madonna, è davvero «significativa».
(Tutto ciò che non «coincide» non diventa mai un vocabolo di Madrelingua.)

Ed eccola qui, testuale, la «coincidenza»: Maui, sentendo le parole della madre vi riconobbe le sue stesse parole! A Maui ritornano le sue stesse parole. Le parole della Madre fanno eco e ripassano sulle sue.
Trattasi dunque di una «coincidenza a pappagallo», di una reiterazione degli stessi suoni, della ripetizione degli stessi significanti in due «bocche» differenti: non c’è propriamente una «trasposizione» da una bocca all’altra che le «snaturi», che ricorra ad altre parole per «spiegarle». C’è piuttosto quella che i musici chiamano da sempre una «trasformazione» del modo, una sua «trasfigurazione» in un tono diminuito: da si a si bemolle.

Mentre, a furia di «trasporre», il Padre dimentica la parte più importante di una certa formula che solo lui sapeva, la Madre invece ricorda talmente bene le parole udite da Maui da ripeterle «fedelmente».
Ciò che nella metonimia si disperde, la metafora così lo restituisce al suo solo Senso possibile: al suo originario «da dove», al suo «dove» iniziale, a quel «dove» che non ha nessun dove in cui stare nella successione mortale delle parole del Padre. A quel «dove» che, una volta rimesso alla Topografia della logica del Guerriero, non può fare a meno di essere rimosso.

Detto in altre parole: il rimosso (nel Nome del Padre) ritorna grazie a una «rammemorazione» (nella Madrelingua, preverbale).
Torna l’eco (diminuita, bemolizzata) di uno stesso Suono. Di una Voce antica. Di un «sentito», che solo «risentito», scopre di essere e si riconosce come lo Stesso. Non c’è qui trasposizione, non c’è θυμός, non c’è fumo, non c’è volo pindarico né eccitazione metonimica, ma … metamorfosi tonale, anagramma e trascrizione di una Metafora che viene così, grazie alla «ripetizione a pappagallo», finalmente, a «segnarsi».

Ritornando, diminuendo d’intensità, scemando nelle risonanze, la Madre restituisce a Maui, come a ogni bambino, ciò che Maui le ha «detto». Allora Maui fa il primo passo: quando ha trovato l’eco che lo conferma nel suo primo movimento metaforico, nel suo originario «trasporto».
Glielo conferma Colei che, muovendosi di movimento contrario a quello «paterno», non si eleva di un diesis, ma abbassando di un bemolle le parole del figlio, così lo trae fuori dalla Metonimia infinita della lingua paterna.