Upanisad – Colui che trova questo Âtman

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«Quell’Âtman che è libero da peccato, libero da vecchiezza, da morte, da dolore, non soggetto né a fame né a sete, i cui desideri sono reali, le cui immaginazioni sono reali – esso bisogna ricercare, esso bisogna desiderare di conoscere. Tutti i mondi ottiene, tutti i desideri realizza, colui che trova questo Âtman e lo riconosce».
Questo disse Prajâpati.
Sia i deva, sia gli asura, udirono questo e, a loro volta, dissero: «Orsù, mettiamoci a ricercare questo Âtman, cercando il quale si ottengono tutti i mondi e si realizzano tutti i desideri».

Fra i deva venne fuori Indra, fra gli asura Virocana. Senza aver preso accordi si trovarono entrambi alla presenza di Prajâpati, con in mano il combustibile.
Per trentadue anni essi praticarono l’apprendistato. Poi Prajâpati disse loro: «Per desiderio di che cosa l’avete praticato?».
Essi risposero: «Ecco le parole che ti attribuiscono, o venerabile: “Quell’Âtman che è libero da peccato, libero da vecchiezza, da morte, da dolore, non soggetto né a fame né a sete, i cui desideri sono reali, le cui immaginazioni sono reali, esso bisogna ricercare, esso bisogna desiderare di conoscere. Tutti i mondi ottiene, tutti i desideri realizza, colui che trova questo Âtman e lo riconosce”. Per desiderio di esso noi siamo rimasti come discepoli».

Prajâpati allora disse loro: «Quell’uomo che si vede nell’occhio, è l’Âtman – disse, – è l’immortalità, è la sicurezza, è il Brâhman».
maschere-bn«E quello che si vede nelle acque, o in uno specchio, chi è mai?».
«È sempre lo stesso Âtman che si scorge in tutte le superfici riflettenti», così egli rispose.
«Osservatevi ciascuno in una brocca d’acqua e ditemi ciò che non ravvisate di voi stessi».
Entrambi si osservarono in una brocca d’acqua.
Prajâpati chiese loro: «Che cosa vedete?».
Quelli risposero: «Tutto intero il nostro sé noi vediamo riprodotto, o venerabile, fino ai peli, fino alle unghie».
Allora Prajâpati disse loro: «Adornatevi bene, indossate delle belle vesti, assettatevi: poi guardatevi in una brocca d’acqua».
I due si adornarono, indossarono delle belle vesti, si assettarono, poi si guardarono nella brocca d’acqua.
Prajâpati chiese loro: «Che cosa vedete?».
Essi risposero: «Come noi, o venerabile, siamo ben ornati, vestiti di ricche vesti, assettati, così ugualmente costoro, o venerabile, sono ben ornati, vestiti di ricche vesti, assettati».
«Questo è l’Âtman – egli disse, – è l’immortalità, è la sicurezza, è il Brâhman». Essi col cuore rasserenato se ne andarono.
Prajâpati li guardò e disse: «Se ne vanno senza aver attinto, senza aver conosciuto il vero Âtman. Chiunque, dio o demone, si contenterà di questa dottrina, perirà».

Virocana col cuore rasserenato se ne andò tra gli asura e ad essi rivelò la dottrina: «Quaggiù soltanto l’Âtman bisogna onorare, l’Âtman soltanto bisogna curare. Colui che quaggiù onora l’Âtman e cura l’Âtman, ottiene entrambi i mondi, questo e quell’altro».
Perciò ancor oggi a uno che non dona, non ha fede, non fa sacrifici, si dice: «Ahimé, tu appartieni agli asura. Questa infatti è la dottrina dei demoni: essi onorano il corpo di un morto con una veste, con un ornamento ricavato dall’elemosina, e con ciò pensano che gli faranno conquistare il mondo di là».

Indra, viceversa, prima di raggiungere i deva, vide questo pericolo: «Come il sé riflesso nell’acqua appare ornato se il corpo è ornato, ben vestito se esso è ben vestito, assettato occhio-specchiose è assettato, così pure questo Sé sarà cieco se il corpo è cieco, storpio se esso è storpio, mutilo se esso è mutilo. E in seguito alla distruzione del corpo, esso pure perisce. Non vedo in ciò nulla che sia utile».
Di nuovo tornò con in mano il combustibile.

Prajâpati gli disse: «Maghavat, te n’eri andato insieme con Virocana col cuore rasserenato. Per desiderio di che cosa sei di nuovo tornato?».
Quello rispose: «O venerabile, come il sé riflesso nell’acqua appare ornato se il corpo è ornato, ben vestito se esso è ben vestito, assettato se è assettato, cosi pure questo Sé sarà cieco se il corpo è cieco, storpio se esso è storpio, mutilo se esso è mutilo. E in seguito alla distruzione del corpo, esso pure perisce. Non vedo in ciò nulla che sia utile».
«Questo Âtman è proprio così, o Maghavat – egli disse, – ma io te lo spiegherò più a fondo. Rimani altri trentadue anni».
Egli rimase altri trentadue anni.

Quindi Prajâpati gli disse: «Quello che nel sogno si muove felice, quello è l’Âtman – disse, – esso è l’immortalità, è la sicurezza, è il Brâhman».
Col cuore rasserenato quello se ne andò. Ma prima di raggiungere i deva, vide questo pericolo: «Se quaggiù il corpo è cieco, questo Âtman non diventa cieco; se il corpo è storpio, esso non è storpiato. Esso non è toccato dai difetti del corpo. Non è colpito quando il corpo è colpito, non è storpio perché quello è storpio. Eppure è come se lo battessero, come se lo umiliassero, come se venisse a sapere cose spiacevoli, addirittura come se piangesse. Io non vedo in ciò niente di utile».
Di nuovo tornò col combustibile in mano.

Prajâpati gli disse: «Maghavat, te n’eri andato col cuore rasserenato. Per desiderio di che cosa sei di nuovo tornato?».
Quello disse: «O venerabile, se quaggiù il corpo è cieco, questo Âtman non diventa cieco; se il corpo è storpio, esso non è storpiato. Esso non è toccato dai difetti del corpo. Non è australia-foto-bncolpito quando il corpo è colpito, non è storpio perché quello è storpio. Eppure è come se lo battessero, come se lo umiliassero, come se venisse a sapere cose spiacevoli, addirittura come se piangesse. Io non vedo in ciò niente di utile».
«Questo Âtman è proprio così, o Maghavat – replicò quello – ma io te lo spiegherò più a fondo. Rimani altri trentadue anni».

Quindi Prajâpati gli disse: «Quando uno, così immerso nel sonno, raccolto in sé, non vede alcun sogno – questo è l’Âtman, questo è l’immortalità, la sicurezza, questo è il Brâhman».
Col cuore rasserenato Indra se ne andò. Ma, prima di aver raggiunto i deva, vide questo pericolo: «Questo Âtman non conosce allora se stesso, così da dire: “Io sono questo”, né conosce le altre creature. In realtà esso è precipitato nell’annullamento. Io non vedo in ciò niente di utile».
Nuovamente tornò col combustibile in mano.

Prajâpati gli disse: «Maghavat, te n’eri andato col cuore rasserenato. Per desiderio di che cosa sei di nuovo tornato?».
Quello disse: «O venerabile, questo Âtman non conosce allora se stesso, così da dire: “Io sono questo”, né conosce le altre creature. In realtà esso è precipitato nell’annullamento. Io non vedo in ciò niente di utile».
«Questo Âtman è proprio così, o Maghavat – replicò quello – io te lo spiegherò più a fondo, ma non altrove [che in questa condizione di sonno profondo si trova l’Âtman]. Rimani altri cinque anni».
Così si giunse a cento e un anno. Per questo si dice: «Cento e un anno presso Prajâpati passò come discepolo Maghavat».

Prajâpati gli disse: «O Maghavat, mortale è questo corpo, soggetto alla morte. Esso è la sede temporanea dell’Âtman immortale, incorporeo. Chi è congiunto col corpo è toccato da piacere e dolore, né è possibile allontanare piacere e dolore finché col corpo è congiunto; ma quando si è liberato del corpo, né piacere né dolore lo toccano. Privo di corpo è il vento, privi di corpo sono la nube, il lampo e il tuono. Come questi fenomeni, sorti dallo spazio aereo, giunti che siano alla luce suprema, si realizzano ciascuno nel suo vero aspetto, così questa calma serena, che sorge dal corpo, una volta raggiunta la luminosità suprema, si realizza nel suo vero aspetto: è lo spirito supremo. Esso là si muove, scherzando, giocando, godendosela con donne, carri, parenti, non ricordandosi della sua appendice che è il corpo. Come un animale da tiro è legato al veicolo, così il soffio vitale è legato al corpo.

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«Allorché l’occhio si fissa nello spazio, a fissarlo è la persona che risiede nell’occhio; l’occhio è soltanto l’organo materiale per vedere. E quello che decide di odorare, è l’Âtman; il naso è soltanto l’organo materiale per odorare. E quello che decide di parlare, è l’Âtman; la parola è soltanto il mezzo per parlare. E quello che decide di udire, è l’Âtman; l’orecchio è soltanto l’organo materiale per ascoltare. E quello che decide di pensare, è l’Âtman; la mente è il suo occhio divino. In verità, ne gode guardando con quest’occhio divino, ossia con l’intelletto, i desideri che sono nel mondo del Brâhman. I deva venerano quest’Âtman: perciò tutti i mondi sono in loro potere e tutti i desideri. Tutti i mondi ottiene e tutti i desideri realizza colui che trova e riconosce quest’Âtman».
Così parlò Prajâpati – parlò Prajâpati.

(Chândogya Upanisad, (8: 7-12)