Graf – Come vola il tempo ai pellegrini

pellegrini-tempo

Il tema della confusione del tempo passato dalle parti del Paradiso ritorna in molte altre leggende, la più celebre delle quali è la tedesca del monaco Felice, non più antica, sembra, del secolo XIV.
Era costui un monaco cistercense, di ottima indole, di saldissima fede e di irreprensibili costumi, il quale, leggendo un giorno come la letizia del Paradiso celeste sia eterna, e senza mescolanza alcuna di dolore, cominciò, per la prima volta in sua vita, a entrare in un dubbio, e a disputar seco stesso per che modo possa ciò essere.

E il modo gli fece intendere Iddio con un miracolo.
Venne dal cielo un augelletto più candido che la neve, il quale si mise a cantare con sì nuova e meravigliosa dolcezza, che il monaco si credette un tratto rapito in Paradiso e, voglioso di averlo tra mani, si mosse per prenderlo; ma l’augelletto aperse le ali e sparì.
Felice, rimasto pieno di desiderio e di rammarico, ode una campana sonar mattutino, si ricorda del suo convento, e torna addietro.

Ma il portinaio non lo riconosce, e non lo vuol lasciar entrare, e gli dà dell’ubriaco e del pazzo quando gli ode narrare la storiella dell’augelletto bianco che rapiva l’anima col suo canto.
Sopraggiungono gli altri frati con l’abate; ma nessuno riconosce colui che afferma d’aver dimorato quarant’anni nel chiostro. Finalmente il più vecchio della famiglia, il quale monaco-vetratav’era stato già ben cento anni, e giacevasi allora infermo, si ricorda che nel tempo in cui egli era novizio, un dei fratelli, per nome Felice, era sparito un giorno di primavera, e non se n’era mai più avuta novella.
L’abate fa portare il libro in cui da trecento anni si registravano le morti dei monaci, e si trova che Felice, il quale credeva d’essere stato assente un’ora, era stato assente un secolo.

In altre versioni della leggenda il monaco chiede in grazia a Dio un piccolo saggio della beatitudine del Paradiso, o è travagliato da un dubbio, come mai possa un secolo non parere a Dio maggior di un istante; ma in tutte è quello stesso errore di giudizio circa la durata del tempo; e tale errore si ripete in alcune leggende paradisiache di vario argomento.
Narra il Joinville che un principe dei Tartari fu assente tre mesi, e quando tornò credeva l’assenza sua esser durata non più di una sera, ed ebbe nel frattempo una visione, o fu rapito in Paradiso.

L’eroe di una leggenda celtica, Oisín, crede di passare in compagnia di una bella fanciulla alcuni giorni solamente, e sono, in realtà, più di trecento anni.
Nel racconto di Robert de Boron, Giuseppe di Arimatea, sostentato dalla vista del Graal, passa quarant’anni in carcere senza avvedersene.
Secondo Giovanni di Hese, tre giorni passati in quell’isola dilettosa che egli chiama Radice del Paradiso, non sembrano durare più di tre ore.

Alla leggenda italiana dei tre monaci credo di dover far seguire la leggenda del giovane principe: sia perché italiana, come pare, ancor essa di origine; sia perché presenta con quella dei tre monaci molta somiglianza nello scioglimento e parecchio nello spirito di che è penetrata. Benché italiana, essa si legge in latino e in tedesco, né so che ve ne sia traccia in libri italiani, stampati o manoscritti. […]

Il figliuolo di un principe si ammoglia, e invita alle nozze il suo angelo custode. Giunto il vespro del giorno solenne, egli, che religiosissimo è, monta a cavallo, e si reca a pregare in una certa chiesa, che sorge su un monte.
vecchio-venerandoAl ritorno incontra un vecchio di venerabile aspetto, vestito di candidi panni, circonfuso di luce, e seduto sopra un mulo tutto candido anch’esso. Compreso di affettuosa riverenza, il giovane prega lo sconosciuto di volere assistere alle sue nozze e, menatolo al castello, quivi il fa signore d’ogni cosa.
Si celebrano le nozze pomposamente, e tre giorni dura il banchettare, senza che mai le provvigioni per quanto si profondano, vengano meno. L’ospite chiede finalmente licenza, e da tutti ringraziato e desiderato si parte, accompagnandolo il giovane sposo per un tratto di via.

Giungono al luogo ove si sono incontrati la prima volta. Il giovane vorrebbe, tanto amore gli ha posto, abbandonare e la sposa e la patria, e andarne con esso lui; ma quegli il dissuade dicendo: «Non ora, fra tre dì, se tu vuoi, potrai venirne alla mia stanza. Questo sentiero vi conduce, e qui troverai tu questa mia cavalcatura, la quale ti porterà ove tu brami di essere».
Ciò detto, si parte.

Venuto il giorno segnato, il giovane si accomiata dalla sposa, annunciandole che in breve sarà di ritorno: si mette in via, accompagnato dai suoi cavalieri, giunge al luogo stabilito, trova il mulo, e licenziati i compagni, monta su quello e segue suo viaggio.
Passa una gola, tetra e angusta, e riesce in una campagna di meravigliosa bellezza, piena di ogni maniera di alberi, dipinta di odorosissimi fiori, rallegrata dal canto d’infiniti uccelli.
Percorre quattro stazioni, ove sono tabernacoli costellati di pietre preziose, addobbati di seta e di porpora, adorni di tanta ricchezza e splendore che nulla di simile può raffigurare la fantasia. Ciascuna stazione ha numerosi abitanti, vestiti sfarzosamente, raggianti di luce, i quali accolgono con gaudio e con onore il pellegrino.

visione-paradisoNella quarta questi trova l’ospite suo, non più solo, ma circondato da molti compagni, tutti vestiti di bianco, tutti fregiati di corone, e più luminosi che il sole.
Le accoglienze sono, quanto mai si possa dire, affettuose e magnifiche; il luogo pieno di tanta gloria e di tanta letizia che nessuna parola può darne un’immagine.

Il giovane vi dimora trecento anni e stima esservi stato tre ore.
Indarno la sposa, i congiunti, i cavalieri, i servi, pieni di ansietà e di dolore, aspettano che egli torni. Il padre e la madre di lui vanno ad abitare nel luogo ov’egli s’accomiatò dai seguaci, mutano il castello in un chiostro, in una chiesa il palazzo.
Volano gli anni, muoiono i genitori, muore la sposa; muoiono l’un dopo l’altro tutti i soggetti; le generazioni succedono alle generazioni, ininterrottamente.

Scorsi trecento anni, il giovane, il quale ha serbata incolume intanto la sua giovinezza, chiede licenza e l’ottiene; ma tornato nella sua terra, trova ogni cosa mutata, e nuove genti, che né lui conoscono, né sono da lui conosciute.
Gli appare il castello mutato in chiostro; gli appare la chiesa eminente e magnifica, guarnita di torri, dalle quali scoppia un clamor di campane che fa tremare i monti circostanti, e sulla cui sommità sventola, in luogo del vessillo con l’aquila, il vessillo con la croce.

Il giovane si dà a conoscere al portinaio del convento. Ecco l’abate, ecco i monaci tutti trasecolati di meraviglia, ecco accorrere d’ogni intorno il popolo tratto al grido di così nuovo prodigio.
Il principe narra la sua storia, la quale è messa per iscritto; poi l’abate ordina un sontuoso banchetto, raccoglie buon numero d’invitati; ma il principe, come appena ha assaggiato il pan degli uomini, improvvisamente appare vecchio di decrepita, non più veduta, vecchiezza.
Lo portano in chiesa, e quivi egli, ricevuti i sacramenti, si muore. Il corpo suo, dopo funerali pomposi, è deposto in quello stesso sepolcro ove da secoli già dorme la sposa.

(Graf, Miti, Leggende e Superstizioni del Medio Evo)