Von der Borne – Peronnik e la leggenda del Graal

Gundestrup-paiolo

Lo scaltro e spiritoso Peronnik, al quale il pane piaceva tanto come se fosse stato impastato dall’arcivescovo in persona, e che aveva conquistato con astuzia la coppa e la lancia del gigante Rogéar, ha sicuramente tratti bretoni-celtici ed è ancora immerso in un mondo magico, ma quale singolo individuo si pone in una prospettiva cristiana, se la sua prova lo conduce fino in Palestina.
Anche l’eremita cristiano della «chiara Bretagna» preso singolarmente è strettamente legato alla corrente medievale cristiana. Proprio perché monaco ricevette la rivelazione del Graal e riconosce l’essenza della Trinità come una visibile, irremovibile certezza.
Parzival chiude l’anello di queste personalità in quanto protettore del Graal, lungo un percorso nel quale egli progredisce gradualmente dall’infatuazione giovanile al dubbio nei riguardi di Dio, per giungere alla certezza divina.

Col racconto di Peronnik ci troviamo al centro di un mondo immaginale, che si raccoglie intorno a un recipiente, che ha, in tutta la storia, un ruolo centrale, anche se diluito in due momenti (ambedue «sacri», ma ispirati a una diversa «sacralità»).
Esso è, prima, una semplice scodella (bassine) o calderone (chaudron) in cui si riconosce l’immagine del recipiente celtico rigeneratore o calice del culto, quale ci è già noto dal Graal-coppabacile di Gundestrup, per poi trasformarsi nella nuova veste iconografica del calice d’oro, per il possesso del quale Peronnik combatte.

Allora, il tema diviene pienamente chiaro: esso non offre solo cibi e ricchezze, ma cura e potrebbe anche risvegliare i morti alla vita.
La sua funzione particolare viene sottolineata dal fatto che esso viene messo in relazione con la lancia di diamanti che, in antitesi alla funzione curativa del calice, uccide chiunque la tocchi.
Anche qui veniamo in contatto nuovamente con la lingua della civiltà celtica, che svela il noto misero della morte e della rinascita.
Nella favola di Peronnik il bacile appare dunque nella sua duplice veste: in quella legata al quotidiano e in quella simboleggiante la potenza spirituale.

Per noi è importante anche un altro motivo basilare di questa leggenda celtica: la lotta di Peronnik per ottenere i due talismani, che gli avrebbero conferito il potere sulla vita e sulla morte, trasformandolo da ingenuo villano in cavaliere.
Egli si reca, ben preparato e guidato da un’astuzia ricca di spirito, sulla via che, superate certe prove, lo porterà al castello del gigante Rogéar, custode dei due tesori.
Un puledro di tredici mesi, pratico della strada, ce lo porta, e così Peronnik s’impossessa del calice e della lancia che fanno di lui un novello cavaliere.

Il finale della leggenda che lo vuole dapprima alla corte del re di Bretagna, poi a combattere per la liberazione di Nantes occupata dai nemici, e infine addirittura in Palestina ad aiutare i cristiani contro i saraceni, è un’evidente «cucitura» postuma, aggiunta, probabilmente verso la fine del XII secolo, per fare il primo passo verso il ravvicinamento del folclore bretone alla leggenda del Graal, dove ricompaiono i due stessi motivi della coppa e dell’eroe che combatte per il suo possesso.

(Von der Borne, Il Graal in Europa)