Boron – Il posto vuoto a tavola

Ed ecco una voce parlò a Giuseppe di Arimatea.
«Giuseppe – gli disse – non darti pena, perché tu non sei incorso in alcun peccato. Perciò, ascoltami: prendi la coppa col mio sangue ed esponila apertamente davanti a tutti in Rosselli-ultima-cena-Giuda-particolarememoria dell’Ultima Cena. Solo quando mi trovai là, nella casa di Simone, solo allora dissi che stava mangiando con me chi doveva tradirmi. Giuda, sapendo di essere in colpa, ne provò vergogna e si allontanò da me; anzi, in seguito non fu più mio discepolo e mai nessun altro prese il suo posto. Nessuno lo prenderà prima che tu ti sia seduto. Tu sai che io sedetti a tavola nella casa di Simone, dove mangiai e bevvi, e lì vidi la Passione che mi si avvicinava sempre di più. Bene, in memoria di quella tavola, prendine un’altra e falla apparecchiare e, quando l’avrai preparata nel modo dovuto, chiamerai tuo cognato Hebron, il quale è uomo giusto e da lui non verrà altro che bene. Lo farai scendere al fiume a pescare, e il primo pesce che prenderà dovrà portarlo direttamente a te. E tu sai cosa dovrai farne? Lo metterai sopra questa tavola. Poi prendi la tua coppa e ponila pure sulla tavola, nel momento che vorrai, ma che sia esattamente al centro, e tu ti siederai là di fronte, dopo averla coperta con una tovaglia; riprendi il pesce che ti avrà dato Hebron e mettilo davanti alla coppa. E quando avrai fatto tutto ciò, provvederai a riunire la tua gente, alla quale annuncerai che, entro breve tempo, saprà il motivo del suo male, poiché a causa del peccato essi lo hanno meritato. Dunque, quando verrai ad occupare lo stesso posto che ebbi io durante l’Ultima Cena, fa’ sedere Hebron alla tua destra e vedrai che egli, immediatamente, si sposterà, come se dovesse lasciare il posto a un’altra persona. Quel posto vuoto non potrà essere occupato prima che Enygens abbia avuto un figlio da suo marito Hebron; quando il bambino sarà nato, quello sarà il suo posto».

Giuseppe eseguì gli ordini di Nostro Signore; convocò la sua gente e fece come Gesù gli aveva ordinato. Una parte dei convenuti si sedette, gli altri invece rimasero in piedi. Tutti i posti della tavola erano occupati, eccetto quello che non poteva essere preso da nessuno dei presenti.discesa-spirito
Quelli che si sedettero a tavola, conobbero subito la vera e totale pienezza dello spirito e coloro che furono toccati dalla grazia dimenticarono assai rapidamente chi non lo era stato affatto.

Uno di quelli che aveva preso posto a tavola, chiamato Pietro, vide al suo fianco quelli che stavano in piedi, e con molta umiltà domandò loro: «Per favore, ditemi il vero: potete voi gioire o no dello stesso piacere che proviamo noi?».
Quelli risposero di no.
Allora Pietro ribatté: «Non c’è dubbio che vi siete macchiati di uno spregevole e riprovevole peccato, allorché faceste imprigionare Giuseppe: ecco perché perdeste il favore divino».
E così, per la vergogna che provavano, quelli andarono via: tutti tranne uno che piangeva ed era molto afflitto […]

Quell’uomo, che aveva nome Mosè, alla gente pareva saggio, abile nel fingere e astuto nel parlare: cominciava e finiva così bene il suo discorso, da sembrare uomo di coscienza e dal cuore misericordioso.
Disse che non si sarebbe mai allontanato da questa gente seduta a tavola che Dio nutriva con la grazia dello Spirito Santo e, se qualcuno gli passava vicino, lo pregava di intercedere presso Giuseppe perché avesse pietà di lui: «Per amor di Dio! pregate Giuseppe perché anch’io abbia quella grazia che, sola, ci appaga».

tempio-Graal

Più volte implorò in questo modo, finché un giorno accadde che, essendo tutti riuniti assieme, ebbero pietà di Mosè e stabilirono di parlarne a Giuseppe e di intercedere presso di lui.
Appena lo videro, caddero ai suoi piedi e ognuno lo pregò e supplicò di aver pietà di Mosè.
Giuseppe stupito chiese loro: «Cosa volete? Spiegatemi perché m’implorate».
E quelli risposero subito: «La maggior parte della nostra gente è andata via. Uno solo è rimasto e piange da spezzare il cuore; si lamenta e dice che non se ne andrà da qui finché vivrà. E ci prega di chiederti anche per lui quella grazia di cui noi ora godiamo, affinché possa parteciparvi assieme a noi: questo lo desideriamo di cuore».

Giuseppe rispose senza esitazione: «La grazia non è qualcosa che si può regalare … se vuole goderne, deve essere quello che finge d’essere. Tuttavia, andrò a pregare Nostro Signore per voi».
Se ne andò tutto solo davanti al Graal, si mise in ginocchio e pregò Gesù Cristo, Nostro Salvatore, in nome della Sua bontà e misericordia, di fornirgli una prova sicura di Mosè, che dimostrasse se era veramente quel che fingeva d’essere.

E allora Egli fece sentire la Sua voce e gli disse: «Giuseppe, ora è venuto il momento in cui constaterai di persona ciò che ti ho detto a proposito del posto a tavola che sta tra il Graal-disegno-bntuo e quello di Hebron … a Mosè di’ dunque di avvicinarsi alla tavola e di sedere, e allora vedrai cosa succederà».
Giuseppe agì come la voce divina gli aveva comandato … e quando Mosè fu al suo cospetto, gli ordinò: «Vieni pure avanti, se sei davvero buono come dici d’essere, e noi lo vedremo facilmente».

Allora si sedettero, Giuseppe, Hebron, suo cognato e gli altri, ciascuno al proprio posto consueto. E quando tutti si furono seduti, Mosè rimase fermo ed ebbe paura: andò attorno al tavolo e non trovò altro posto se non a fianco di Giuseppe.
Così sedette lì, ma, non appena l’ebbe fatto, fu scaraventato a terra, tanto da sembrare che non si fosse mai seduto. E quando i commensali videro ciò, rimasero molto turbati; per cui, al termine del rito, Pietro si rivolse a Giuseppe e disse: «Signori, noi non siamo mai stati così spaventati come adesso. Perciò ti preghiamo di dirci cos’è accaduto a Mosè».

Giuseppe rispose di non saperlo, e piangendo si recò dalla coppa, si inginocchiò e così pregò: «Signore Iddio, fatemi conoscere che cosa è accaduto a Mosè e se egli è condannato, in modo che, avendolo saputo, lo possa dire alla mia gente».

La voce si manifestò a Giuseppe e così gli rispose: «Giuseppe, ora è divenuto manifesto ciò che ti dissi del posto a tavola che doveva rimanere vuoto, a ricordo di quello occupato da Giuda, il quale lo perdette per sua stoltezza, e che quel posto non sarebbe stato più occupato fino al Giorno del Giudizio; tu stesso, se l’occupassi, moriresti. Ma io ti dico, per confortarti, che questo posto non sarà occupato da nessuno prima che venga il terzo discendente della tua stirpe: Hebron deve generarlo, Enygens, tua sorella, portarlo in grembo, e colui che discenderà da suo figlio occuperà questo posto. In quanto a Mosè, De-chirico-pesci-sacrisappi che è precipitato in fondo all’inferno ed è condannato per l’eternità. Di lui non parlerà più nessuno, né in prosa, né in poesia, finché non verrà qui chi è destinato a riempire quel posto vuoto». […]

Poi aggiunse: «… Giuseppe, è davvero necessario che le cose iniziate siano condotte a termine. Nostro Signore sa ormai con certezza che Hebron è un uomo degno di stima e per questo volle che egli pescasse nell’acqua e catturasse il pesce che fu usato nel vostro rito. Dio vuole e dispone che abbia la tua coppa e che la conservi dopo di te … Affidala a lui, affinché la custodisca da tale momento in poi. Istruiscilo … E coloro che vorranno nominarlo d’ora in poi lo chiameranno col suo vero nome: il Ricco Pescatore. Senza sosta aumenterà la sua ricchezza, grazie al pesce che pescò, quando ebbe inizio il presente stato di grazia. Così sarà giusto che vadano le cose e tu lo creerai Signore e guida della tua gente. E come il sole procede nel corso del giorno, è necessario che tutta questa gente si diriga verso occidente. Non appena egli sarà entrato in possesso della coppa, deve andare senza indugio a occidente, nel luogo che più gli piacerà e dove lo spingerà il suo cuore. E quando si sarà fermato, stabilitevi là dove egli deciderà; ivi Hebron attenderà il figlio di suo figlio, in pace e senza pericoli. A questo nipote sarà affidata la coppa e gli sarà ordinato di difenderla e custodirla».

(Robert de Boron, Giuseppe di Arimatea)