Omero – L’antro delle Ninfe

Mantegna-Parnaso

In capo al porto vi è un olivo dalle ampie foglie:
vicino è un antro amabile, oscuro,
sacro alle Ninfe chiamate Naiadi;
in esso sono crateri e anfore
di pietra; lì le api ripongono il miele.
E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe
tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi;
qui scorrono acque perenni; due porte vi sono,
una, volta a Borea, è la discesa degli uomini,
l’altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dèi e non la
varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali.

(Odissea, 13: 102-112)

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Gli antichi consacravano davvero opportunamente antri e caverne al cosmo, considerato nella sua totalità e nelle sue parti, poiché facevano della terra il simbolo della materia di cui il cosmo è costituito (perciò alcuni identificavano terra e materia), e il cosmo fatto di questa materia gli antichi se lo rappresentavano con gli antri e le caverne, dal momento che questi per la maggior parte sono di formazione spontanea e connaturali alla terra, grotta-uterocircondati da un blocco uniforme di roccia, che internamente è cava e all’esterno si perde nell’infinita illimitatezza della terra […].

I Persiani danno il nome di antro al luogo in cui durante i riti introducono l’iniziato al mistero della discesa delle anime sulla terra e della loro risalita da qui.
Eubulo testimonia che fu Zoroastro il primo a consacrare a Mithra, padre e artefice di tutte le cose, un antro naturale situato nei vicini monti della Persia, ricco di fiori e fonti: l’antro per lui recava l’immagine del cosmo di cui Mithra è demiurgo, e le cose situate nell’antro a intervalli calcolati erano simboli degli elementi cosmici e delle regioni del cielo.
Dopo Zoroastro prevalse anche presso gli altri l’uso di celebrare riti iniziatici in antri e caverne, sia naturali sia costruiti artificialmente. Come infatti consacrarono in onore degli dèi olimpi templi, edifici e altari, per gli dèi ctoni e gli eroi are, così consacrarono antri e caverne al cosmo e anche alle Ninfe, in virtù delle acque che stillano o sgorgano dagli antri, alle quali presiedono le Ninfe Naiadi.

Consideravano l’antro simbolo non solo, come si è detto, del cosmo, cioè del generato e del sensibile, ma l’oscurità degli antri li indusse a vedervi il simbolo anche di tutte le potenze invisibili, la cui essenza appunto non è percepibile allo sguardo.
Così Kronos si prepara un antro nell’Oceano e lì nasconde i suoi figli; anche Demetra alleva Core in un antro tra le Ninfe e, passando in rassegna le opere dei teologi, si troverebbero senz’altro molti altri esempi analoghi. […]

Di qui, penso, presero spunto anche i pitagorici e, dopo di loro, Platone quando chiamarono il cosmo antro e caverna. In Empedocle, infatti, le potenze che guidano l’anima dicono: «siamo giunte in questo antro coperto»; e in Platone nel settimo libro della Repubblica si dice di «una dimora a forma di caverna sotterranea»…

(Porfirio, L’antro delle ninfe, 5-8)