Kerényi – Ninfe e Satiri

Tra i grandi dèi solo Ermes era figlio d’una Ninfa; con ciò si esprimeva indubbiamente una sua stretta e costante relazione con quelle dee che si chiamavano Ninfe. Tale Ermesrelazione era certamente anche una ragione per cui quella grande dea, di cui un nome era Maia, aveva dovuto, quale madre di Ermes, abdicare alla sua dignità originaria o almeno tenerla segreta.
La parola nymphe significava un essere femminile per mezzo del quale un uomo diventava nymphios, cioè uno sposo felice giunto allo scopo della sua virilità. Tale definizione spettava alle grandi dee non meno che alle fanciulle mortali, ma se di un essere si diceva soltanto che era una ninfa, anche se si diceva espressamente «dea» e «figlia di Zeus», ciò non implicava l’immortalità dei grandi dèi.

Erano eterne per es. le Nereidi che erano le più affini alle Ninfe, eterne come il loro elemento, il mare; ma quelle Ninfe delle acque – le Naiadi – che appartenevano soltanto a sorgenti e non a corsi d’acqua più grandi non potevano essere eterne, come non lo erano le sorgenti stesse. Ancora meno lo erano le Ninfe dei prati e dei boschi e particolarmente di singoli alberi, come le Driadi e le Amadriadi, le «Ninfe della quercia». Esse morivano con le loro querce.

Vi era un calcolo antico sulla durata della vita delle Ninfe: «Per nove vite umane vive la loquace cornacchia, un cervo vive quanto quattro cornacchie, tre vite di cervi fanno la vita d’un corvo, nove vite di corvi quella d’una palma e le Ninfe dai bei capelli, figlie di Zeus, vivono la durata di dieci vite di palma» (frammento attribuito a Esiodo).

Qualcosa di simile si diceva già nel racconto che parlava di Afrodite e di Anchise, secondo il quale la grande dea affidava il suo figlio mortale alle Ninfe del monte Ida, dee dal seno profondo; poiché, più spesso che madri, le Ninfe erano nutrici di dèi e di eroi, sostitute e copie della madre.

Esse non sono esseri né umani né immortali; vivono a lungo, si nutrono d’ambrosia e danzano in coro con gli dèi. I Sileni ed Ermes amoreggiano con loro negli angoli delle grotte amene. I pini e le querce cominciano a crescere alla loro nascita e maturano insieme con loro. Gli alberi si ergono potenti, vengono chiamati boschetti degli dèi e i mortali si guardano dal toccarli col loro ferro. Quando però fatalmente arriva la morte, prima i begli alberi si disseccano, poi perdono la corteccia e i rami e con ciò anche le anime delle Ninfe abbandonano la luce del sole.
(Inno omerico ad Afrodite)

Da queste parole si capisce che un tempo le Ninfe erano in rapporto con gli alberi dei boschetti degli dèi, principalmente con alberi che erano cari a una dea più grande e le cui sofferenze facevano soffrire anche la dea.

Waterhouse-naiade

Sia anticamente che più tardi, le Ninfe appaiono anche a sé stanti: coi bei volti e vesti lunghe, guidate da Ermes e perlopiù in numero di tre.
Il tre sembra sia stato il loro numero fondamentale, quello delle Cariti e delle altre note triadi femminili che costituivano, tutte, la forma disgiunta di una grande dea trimorfa. Ciò vale anche per le Ninfe.
Ermes, la loro guida permanente, rappresenta il quarto maschile accanto alla triade femminile. Nella stessa configurazione, i Sileni rappresentavano la maschilità al plurale.

Simili esseri – originariamente certo uomini che in danze e cortei rappresentavano i fallici compagni della Grande Dea – venivano detti in un dialetto dell’antico Peloponneso Satyroi, cioè «i pieni», un termine che si riferiva al loro stato eroticamente eccitato e traboccante. Questa era la loro denominazione completa. «Caproni» nelle stesse funzioni, uomini vestiti di pelle di capra o – nei racconti e nelle raffigurazioni – divini compagni di gioco delle Ninfe, similmente configurati, si chiamavano pure Satiri.

La parola silenos spettava invece a quei danzatori che, nella stessa funzione, si attaccavano addosso una coda di cavallo, ma del resto in forma umana fallica, con naso camuso e in atteggiamento sfrenato formavano, con lo stesso diritto dei Satiri, una schiera divina.
Infine si raccontava pure di un Satiro singolo che minacciava gli abitanti dell’Arcadia e che venne ucciso dall’onniveggente Argo; o anche di un Sileno singolo, educatore di Dioniso. Poiché si raggruppavano tutti intorno a questo dio: Satiri e Sileni, umani o divini che fossero. Ma anche quelli divini erano mortali.

Nell’Asia minore si raccontava di un Sileno che, ubriaco e catturato, aveva rivelato profonde saggezze, e di un altro di nome Marsia che, stupido al punto di rivaleggiare con 23012005 089Apollo nella musica, fu vinto e spogliato della sua pelle irsuta: nessuna crudeltà particolare del dio, in quanto l’apparenza animalesca s’intende come un travestimento.

Sarebbe superfluo raccontare altro ancora dei «Satiri buoni a nulla che combinavano cose assurde» – come essi sono stati rappresentati – che amavano impunemente le Ninfe, che per i comuni mortali potevano essere molto pericolose.
Così scomparve il bel fanciullo Ila, mentre stava attingendo l’acqua: la Ninfa della sorgente e il chiaro di luna, anzi, una triade di Ninfe di sorgenti, «dee tremende per gli uomini che vivono all’aperto», furono responsabili della sparizione.

Nympholeptos, «invasato dalle Ninfe», si chiamava, in greco, colui che dai Latini veniva definito lymphaticus, con una parola in cui lympha corrisponde a «Nymphe», ma nel significato di acqua, oppure lunaticus cioè «desideroso della luna», espressione usata più tardi per coloro che, colpiti da una follia periodica o lieve, apparivano come vittime delle Ninfe.
Un rapporto particolare con tutta l’umanità distingueva le Meliadi, le «Ninfe del frassino»; ma queste avevano origini particolari, discendevano da Urano e Gea, dal sangue del padre mutilato.

(Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia)