Corbin – Il Gemello celeste

battesimo-mandeo

Nella gnosi mandea ogni essere dell’universo fisico ha la propria controparte nella Terra Celeste di Mšunê Kuštâ [il «Paradiso Vero»], popolata dai discendenti di un Adamo e di un’Eva mistici (Adâm kasiâ, Hawwâ kasiâ).
Là ogni essere ha la sua propria Figura archetipica (dmutha) che comunica con la sua controparte terrestre (cfr. l’episodio della ragazza svegliata e avvertita da «sua sorella in Mšunê Kuštâ»). All’exitus della morte, la persona terrestre abbandona il corpo di carne e riveste il corpo sottile del suo Alter Ego celeste, mentre quest’ultimo, elevandosi a un piano superiore, riveste un corpo di pura luce.
Quando l’anima umana ha compiuto il ciclo delle purificazioni, e le bilance di Abathur Muzania ne attestano la perfetta purezza, entra nel mondo di Luce e si unisce al suo Compagno eterno:

Io vado verso la mia Immagine, e la mia Immagine viene verso di me, e mi abbraccia e mi tiene stretto, come se fossi uscito di prigione.

Allo stesso modo, la figura del Compagno celeste (qarîn) o del Gemello celeste (taw’am) domina la profetologia e la soteriologia del manicheismo.
È l’angelo che appare a Mani, allora ventiquattrenne, e gli annuncia che è tempo di manifestarsi, e di invitare gli uomini alla sua dottrina: «Salute a te, o Mani, da parte mia e del Signore che mi ha inviato a te».
A lui alluderanno le ultime parole di Mani morente: «Io contemplai il mio Doppio coi miei occhi di luce». E la sua comunità canterà nei salmi: «Benediciamo il tuo compagno di luce, Cristo, autore del nostro bene».

Mani, come Tomaso nei suoi Atti in cui compare il Canto della Perla, ha come Gemello celeste Christos Angelos, attraverso il quale gli viene annunciata la propria vocazione. piramidi-luceCiò che Christos Angelos (al quale nel manicheismo orientale si sostituisce la Vergine di luce) è per Mani il taw’am, ogni Gemello celeste lo è rispettivamente e individualmente per ciascun Eletto.
È la Forma di luce che gli Eletti ricevono quando entrano nella comunità manichea attraverso l’atto della solenne rinuncia alle potenze di questo mondo. Alla scomparsa dell’Eletto un salmo celebrerà «il tuo Compagno celeste che non fallisce mai».
Il Compagno celeste è designato dal Catarismo come Spiritus sanctus o angelicus particolare di ogni anima, distinguendolo con cura dallo Spiritus principalis, lo Spirito Santo che si invoca nel nominare le tre persone della Trinità.

Per questo motivo, dal momento che Manvahmed (l’arcangelo Vohu Manah dello zoroastrismo, il Noûs) nei testi orientali è certamente l’elemento di luce, e come tale è allo stesso tempo dentro e fuori l’anima, la situazione può essere definita correttamente solo a condizione di mantenere i quattro termini resi necessari dall’analogia di rapporti cui abbiamo poc’anzi accennato. La grande Manvahmed sta alla totalità delle anime di luce (la «colonna di Gloria») come ogni Manvahmed (e non la collettività) sta al suo io terrestre.
Anche qui è possibile dire che il rapporto di ogni Manvahmed (o Spiritus sanctus) nei confronti della grande Manvahmed (o Spiritus principalis) è analogo a quello che ha in Sohrawardî la Natura Perfetta nei confronti di Gabriele come Spirito Santo e Angelo dell’Umanità.

Questa Forma di Luce [individuale] assume dopotutto la stessa funzione della Natura Perfetta. Essa è la Guida per l’intera durata della vita; è la teofania suprema e la guida dell’Eletto sino all’Aldilà.
Dell’Eletto è «la Guida, colei che lo inizia facendo penetrare la conversione (μετάνοια) nel suo cuore; è il Noûs-luce che viene dall’alto, che è il raggio del sacrosanto φωστήρ [phoster] che viene a illuminare l’anima, a purificarla, a guidarla verso la Terra di luce (Terra lucida) da cui essa è giunta all’inizio dei tempi, e dove tornerà e prenderà nuovamente la sua forma originaria» (Widengren, Il grande Vohu Manah e l’apostolo di Dio).

Dalì-saltoQuesta saggia guida è la Forma di luce che si manifesta in extremis all’Eletto, «l’immagine di luce a somiglianza dell’anima», l’Angelo che porta «il diadema e la corona»; per ciascun Eletto è la Sophia celeste o la Vergine di luce (figura dominante anche nel libro della Pistis Sophia).
A questa figura il manicheismo dà esplicitamente il suo nome zoroastriano, confermando così la visione avuta da Zoroastro della Daênâ come essere di luce che lo incontra dopo la morte sotto forma di una «giovane ragazza che lo guida».

Tutto ciò che abbiamo sin qui tentato di raccogliere molto velocemente, e troppo allusivamente, dovrebbe essere completato da altri testi di accesso senza dubbio più facile di quelli di cui ci siamo sin qui occupati.
Basterà ricordare i brani del Fedone e del Timeo di Platone, commentati nel quarto capitolo della terza Enneade, dove Plotino tratta del daimôn paredros che ci ha ricevuti in spettanza, e che è la guida dell’anima per l’intera durata della vita e al di là della morte.
Andrebbe inoltre menzionata la bella amplificazione dello stesso tema in Apuleio (De deo Socratis: 16), che tratta del gruppo superiore di daimôn a ciascuno dei quali viene rispettivamente affidato il compito di guidare una individualità umana, essendo di ciascuna di esse testimone (testis) e custode (custos).

Non meno essenziali per il nostro argomento sono i testi in cui Filone di Alessandria designa il Noûs come l’uomo vero, l’uomo nell’uomo. Questo homo verus che dimora nell’anima di ognuno di noi viene da noi conosciuto sia come un arconte e un re, sia come un giudice che premia le lotte della vita; a volte assume il ruolo di testimone (μάρτυς) oppure di accusatore.
Va infine ricordata la nozione di sakshin di cui si legge in due Upanisad: «uomo nell’uomo», egli è anche testimone oculare e assistente, senza mischiarsi ad essi e senza farsi contaminare da essi, degli atti e degli stati interiori dell’uomo, nello stato di veglia o di sonno, nel sonno profondo o nell’estasi.

Due amici dalle belle ali, strettamente legati, che abbracciano un solo e identico albero; uno di essi mangia i suoi dolci frutti, l’altro, senza mangiare, contempla.

Il sakshin è la guida; l’essere umano lo contempla e si unisce a lui nella misura in cui ogni deficienza scompare in lui; è l’omologo della Natura Perfetta, del «testimone» (μάρτυς, testis, shâhid) come forma di luce.
angelo-diavolo-bilanciaBasterebbe da solo questo termine, «testimone», a suggerirci ciò che hanno in comune le ricorrenze della stessa Figura, a partire dalla visione zoroastriana di Daênâ sino alla contemplazione dello shâhid nel sufismo.

La funzione implicita nel suo nome si rivela anche là dove questo testimone di contemplazione diviene, come in Najm Kobrâ, il testimone teofanico di una appercezione visionaria: a seconda che l’anima visionaria lo veda come luce o al contrario non «veda» che tenebre, l’anima stessa testimonia, attraverso la propria visione, a favore o contro la propria realizzazione spirituale.
Così il «testimone nel Cielo» sarà designato come «bilancia del sovrasensibile» (mîzân al-ghayb); e corollariamente lo stesso essere di bellezza, in quanto testimone di contemplazione, è questa «bilancia» poiché attesta la capacità oppure l’impotenza dell’anima a percepire la bellezza come teofania per eccellenza.

(Corbin, L’uomo di luce nel sufismo iraniano)