Plotino – Il demone e le potenze dell’anima

Mentre quei [punti nevralgici] in cui si generano le ipostasi permangono [e diventano i nostri chiodi fissi, o motori immobili], l’anima, come si è detto, muovendosi «partorisce» sia la sensibilità (αίσθησις) che è [«centrata»] nell’ipostasi, sia la «natura» (φύσις) [che condividiamo] finanche con le piante.
Infatti [l’anima], pur essendo in noi [animali], possiede questa [natura vegetale], solo che anima-alberoessa, essendone solo una parte, non è dominante; quando invece si trova nelle piante, domina perché vi spunta essa sola.
Ma in tal caso essa non genera nulla?
No, genera – ma qualcosa del tutto diverso da essa; difatti, al di là di essa non c’è più vita (ζωή), perché ciò che genera ne è privo.
Com’è dunque?

Tutto quanto è generato al di qua di questo termine [dentro i confini della ζωή], è generato senza forma, ma rivolgendosi a chi l’ha generato come al suo nutritore ne riceve la forma: ecco perché ciò che è generato [al di là di quel confine] non ha più forma di anima – infatti, non vive più [non gode più di una ζωή] – ma è assolutamente «aoristico» [al di fuori, al di sotto, in ogni caso escluso dall’«orizzonte» dell’anima].
E infatti, se questa condizione aoristica si trova pure negli esseri appena nati, è però solo nella [mancanza ancora di una] forma: [un essere che sta dentro i confini della ζωή] non è del tutto aoristico, ma è come avviato al suo pieno compimento – che è poi quello che si trova [ad aver realizzato] in questo momento.
Realizzandosi, esso diventa corpo e prende la forma corrispondente a quella che aveva in potenza, ricettacolo di chi l’ha generato e nutrito – e quella sola che assume nel corpo, è l’ultima traccia di lassù nell’ultima impronta di quaggiù.

Le parole: «l’anima in generale si prende cura dell’inanimato» si riferiscono soprattutto a questa [all’Anima generale, all’Anima universale]; le altre anime agiscono in altro modo. «Essa gira per tutto il cielo sotto forme diverse secondo i luoghi» (Platone, Fedro, 246, B6-7), cioè sotto forma d’anima senziente, o loquente, o anche vegetativa. La parte in essa dominante svolge la sua relativa funzione, mentre le altre sono inattive: esse sono escluse.
Nell’uomo invece non dominano le «bassezze», che pure sono in lui; ma neanche domina sempre la sua «altezza», perché ci sono anche quelle altre [cosucce] che hanno un posto [e sono dunque «incluse» in lui]. Ecco perché anche gli uomini sono esseri senzienti e hanno organi di senso, e in molte cose sono come le piante: hanno infatti un corpo che anima-demonecresce e che genera; di modo che tutti gli organi cooperano, ma solo l’organo dominante assume la forma totale [integrale] di uomo. E una volta uscita [dal corpo, l’anima] diventa quell’organo che più le si è sviluppato.
Ecco perché bisogna fuggire lassù, affinché non ci trasformiamo in una potenza sensitiva assoggettandoci agli idoli sensibili, o in una potenza vegetativa assoggettandoci ai desideri sessuali e ai piaceri della gola, ma in un essere intelligente, in un’intelligenza, o in un dio.

«Quelli che hanno conservato la loro umanità ridiventano uomini; quelli che sono vissuti soltanto secondo il senso diventano animali. Se al senso si è aggiunta l’animosità, diventano bestie feroci; la differenza in queste facoltà determina la differenza degli animali [in cui rinascono]; se al senso si è aggiunto il desiderio e il piacere, diventano animali lascivi e ingordi. Se oltre alle stesse tendenze hanno una sensibilità torpida, diventano piante: infatti, allora agisce o sola o preponderante la parte vegetativa e così gli uomini finiscono col diventare piante. Gli amici della musica, rimasti nel resto puri, diventano uccelli canori; in aquile si trasformano i re che sono vissuti irrazionalmente, ma non hanno avuto altri vizi; gli astronomi che senza intelligenza osservano sempre il cielo si mutano in uccelli che volano in luoghi alti. Colui che ha praticato la virtù civile rimane uomo, o se l’ha praticata poco, diventa un animale socievole, come l’ape o altro simile» (Platone, Fedone, 82: A11-B7).

Chi dunque diventa demone?
Chi lo era già quaggiù.
E chi diventa dio? forse chi lo era già quaggiù?
Se ciascuno è condotto da quella potenza agente che lo ha guidato anche quaggiù, è dunque questa potenza, il demone che gli è toccato in sorte in quanto vivente [dentro i confini della ζωή]?
Nient’affatto: questa potenza è prima di quel demone. Essa domina su tutto, ma è inattiva. Agisce solo dopo [che è venuto il demone]. E se agisce nella nostra sensibilità, manichino-danza-specchioallora vuol dire che il demone agisce nel logos; se viviamo secondo logica, allora il demone è al di sopra di ogni logica, e di lassù domina inattivo, lasciando che sia la nostra potenza ad agire.
Perciò si dice bene quando si dice che «noi sceglieremo [il nostro demone]» (Platone, Fedone, 107: D7). Infatti, noi scegliamo quello che durante la vita (ζωή) ci domina.

E perché dunque [il demone] «ci conduce» (Platone, Simposio, 211: B4)?
Egli non può condurre chi la sua vita (βίος) l’abbia già vissuta, ma può condurlo prima, finché è in vita (ζωή): dopodiché, consegna a un altro [demone] la sua potenza morta alla vita (ζωή) e all’agire.
Il demone vuole dunque «condurci» e, finché domina, fintanto vive esso stesso avendo [su di sé] un altro demone: se il demone cade sotto l’influenza delle brutte abitudini [del demone a cui obbedisce], è però la potenza [che è nell’uomo] a pagarne le conseguenze. E così anche il cattivo viene trascinato nel peggio, e la sua potenza si appesantisce, sempre più assomigliando la sua vita (ζωή) alla vita (βίος) delle bestie selvagge.
Se invece segue il demone che è sopra di lui, vivendo eleva se stesso e, da lui guidato, fa prevalere la parte migliore di se stesso a cui è condotto [dal demone], e dopo di quella un’altra, e così via finché [non giunge] lassù.

L’anima infatti è molte, anzi tutte le cose, di lassù e di quaggiù, e si estende fino ai confini della vita (ζωή). E noi siamo ciascuno un mondo intelligibile: con le bassezze siamo a contatto di questo mondo, e con le altezze nostre e quelle universali siamo in contatto col mondo intelligibile, e lassù restiamo in compagnia di ogni altro intelligibile, mentre con le nostre infime parti ci leghiamo alle cose di quaggiù come su di esse proiettando i raggi di lassù, anzi irradiando un’energia che comunque non li affievolisce.

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E questa [energia] rimane sempre nel corpo?
No, perché se ci volgiamo altrove, anch’essa si rivolge con noi.
E l’Anima dell’universo? anche la sua parte bassa si volgerà lassù?
No, perché essa non è discesa con la sua parte inferiore: non è venuta e non se n’è andata, ma è rimasta immobile, attaccata al corpo del mondo e come illuminandolo, senza averne con ciò imbarazzo o difficoltà, e così il mondo sta al sicuro.
E che dunque? Non sente essa nessuna sensazione (αίσθησις)?
«Essa non ha la vista», dice [Platone], dal momento che non ha occhi, e neanche – è evidente – ha orecchie, naso o lingua.
Come? non ha percezione come l’abbiamo noi delle cose che ci sono dentro?
Ha la quiete di tutto ciò che è secondo natura. Niente piaceri. La potenza vegetativa è presente senza esserci, e così pure la potenza sensitiva.
Ma [dell’Anima] del mondo si parlerà altrove; ora qui se ne dice solo quel tanto che è in relazione col nostro problema.

Ma se [l’anima] lassù «sceglie il suo demone» (Platone, Repubblica, 617E: 1-2) e la sua vita (βίος), di che cosa mai saremo signori (κύριοι)?
La scelta di lassù di cui stiamo parlando, vuol essere un’allusione alla prescelta [ovvero: alla scelta preesistenziale] e alla piega che prende l’anima nella sua totalità [e che dunque influenzerà tutte le scelte successive]. Ma se la prescelta è, essa, la Signora anima-mundi(κυρία), e se è essa che domina [essa la Domina di casa], ovvero ciò che è rimesso nelle nostre mani sin dalla preesistenza, allora il corpo non è più causa di alcun male; se infatti il proprio (ήθος) dell’anima [la sua indole] preesiste al corpo ed essa possiede ciò che ha scelto e, come dice [Platone, Repubblica, 620: D8-R1], «non cambia il suo demone», non diventa quaggiù né buona né cattiva.

E che dunque? ciò che ciascuno è in potenza, poi lo diviene in atto?
Che succede nel caso in cui a un’indole buona tocchi in sorte un corpo spregevole, o viceversa?
È possibile, nel bene e nel male, che ciascuna tendenza di ciascun’anima si procuri un corpo a essa idoneo, dal momento che i casi altrui non possono da fuori sconvolgere totalmente la sua prescelta.

Quando [in Platone] si parla prima di «sorti», e poi di «modelli di vita» (cfr. Repubblica, 617: E6-618: A1-3), e poi ancora di «casi», e quando dice che «dai modelli presenti [gli uomini] scelgono la loro vita (βίος) secondo la loro indole (ήθος)», egli assegna la signoria (κύριον) alle anime che assecondano il loro proprio talento.
[Dice cioè] che questo demone non è del tutto fuori di noi, ma solo di quel tanto da non essere a noi vincolato – e che non è nostro solo perché agisce in noi, se per noi intendiamo la [nostra] anima, e non è nostro neanche se per noi intendiamo questi uomini che siamo ora che viviamo la vita (ζωή) sotto la sua guida.

Di ciò testimoniano le parole del Timeo (90A); spiegate così, non hanno più nessuna di quelle aporie o contraddizioni che avrebbero, intendendo il demone in altro senso. Anche le parole: «[il demone] compie ciò che l’uomo ha scelto» (Repubblica, 620: E1) vi si accordano.
Infatti [il demone] che sta sopra [l’uomo] non gli permette di scendere più in basso verso il male – in questo agisce solo ciò che l’attrae dal basso – né lascia che si innalzi al di sopra o alla sua stessa altezza: non si può infatti diventare altro che ciò che si è.

(Plotino, Enneadi, 3. 4: 1-5)