Mîr Dâmâd – Confessione estatica

Ispahan-madrasa

Un giorno, in uno dei miei ritiri, ero intento a meditare il mio Signore e a recitare il suo Nome: «Colui che basta a se stesso».
Ripetendo incessantemente: O Tu che basti a te stesso! o Tu che appaghi, ero così rapito che non avevo altro pensiero che di sprofondare nel santuario del suo Mistero e di sentirmi annullato nell’irradiamento della sua Luce.

Ma ecco, di colpo, avvenne come se un’intuizione folgorante, proiettandosi su di me, mi traesse via dalla tana del mio corpo. Allora ruppi gli anelli che stringono le maglie della percezione sensibile, sciolsi i nodi delle catene della natura fisica e cominciai a prendere il volo sull’ala d’una, inizialmente timida, ammirazione, nel cielo del mondo angelico della Realtà.
Era come se fossi stato spogliato del mio corpo e avessi abbandonato la mia dimora abituale, come se avessi affilato la lama del mio pensiero e fossi stato tratto fuori dalla guaina del mio corpo, come se avvolgendosi il tempo in una sua stessa piega fossi giunto al mondo dell’eternità.

Eccomi allora, tutt’a un tratto, nella Città dell’Essere, fra gli archetipi dei popoli che formano l’armonia cosmica: le esistenze primordiali e quelle coinvolte nel divenire, le divine e le naturali, le celesti e le materiali, le eterne e le temporali; e i popoli The Garden of Earthly Delightsdell’Infedeltà e i popoli della Fede, e le nazioni dell’Ignoranza e quelle della Conoscenza; chi andare in avanti e chi ricadere indietro; chi precedere e chi seguire nei secoli dei secoli passati e futuri.
In breve, le monadi di tutte le possibili coalescenze, e gli atomi degli universi degli esistenti, nella loro totalità, sotto tutti i loro aspetti, i grandi e i miserabili, i permanenti e i mortali, i trapassati e quelli ancora a venire, ecco, erano tutti là, truppa per truppa, coorte per coorte, riuniti senza che ne mancasse uno solo all’appello.

E tutti volgevano il viso del loro proprio essere verso il Suo Limite, e tutti fissavano lo sguardo della loro stessa esistenza verso il Suo Accesso – e, malgrado ciò, non ne avevano nessuna conoscenza. Ma tutti parlavano per l’indigenza della loro stessa essenza priva di essere, tutti si esprimevano per lo sgomento della loro ipseità evanescente, e tutti insieme, nell’unisono del loro grido di sconforto e della loro implorazione d’aiuto, Lo nominavano e L’invocavano, Lo scongiuravano e Lo chiamavano: O Tu che basti all’essere tuo! O Tu che fai sentire appagato chi è nell’essere! – e anche questo essi lo dicevano senza però averne coscienza.

Allora, in questo vibrante appello per lo spirito solitario, in questo immenso clamore occulto, cominciavo ad accusare un mancamento e, per l’intensità della tristezza e dello stupore, persi poco a poco il sentimento del mio stesso io, e quasi scomparvi alla vista della mia anima immateriale.
Fui sul punto di emigrare lontano dal deserto della Terra del divenire, e di fuoriuscire una volta per sempre dai confini della regione dell’esistenza.

Ma ecco che già prendeva congedo da me quest’estasi fugace, lasciandomi di sé nient’altro che nostalgia e un tenero desiderio. Questo folgorante rapimento m’abbandonava là, sospirante, triste e desolato, quand’ecco vidi davanti a me una splendente luce diafana, di una gloria radiosa, che aveva l’apparenza di una figura umana inclinata sul fianco destro.
E vidi pure un’altra forma di luce, di sublime apparenza, estremamente maestosa nella bellezza del suo fulgore vibrante, in un chiarore che irradiava tutt’intorno. Era come se Bosch-giudizio-universalesapessi già, o come se qualcun altro me l’avesse insegnato che di queste due forme di luce quella inclinata era il Principe dei Credenti, mentre l’altra eretta era il Profeta.

Allora il Principe dei Credenti mi suggerì la formula di una preghiera di protezione e me la fece ripetere più volte.
E mentre la ripetevo, ecco vidi i Quattordici Immacolati disporsi attorno a me come una protezione invisibile: di fronte il Profeta, a destra il Principe dei Credenti e i suoi undici compagni, e in alto, al centro, Fâtima la Splendente, il cui volto era la confluenza delle due Luci.
Infine, una schiera d’Angeli faceva corona a tutte queste luci, ed era essa stessa fonte di molteplici luci. Di luci che facevano velo al mio sguardo e gli impedivano di avventurarsi oltre.

Allora tornai in me stesso: tornai, ancora una volta, alla Terra delle rovine, al paese della desolazione, al campo della menzogna, al regno dell’illusione.
E tuttavia da quel giorno non posso fare a meno di ricordare quella visione, e so che fino al giorno della Risurrezione ne porterò la nostalgia.

(estratto da H. Corbin, Le confessioni estatiche di Mîr Dâmâd)