Goffredo di Strasburgo – La provata fedeltà di Brangania

Brangania-naked

Giunge la sera e Isotta deve coricarsi con Marco, suo signore.
Isotta, Tristano e Brangania si sono premuniti, e hanno accortamente predisposto il luogo e il momento. Nella camera del re non sono che in quattro: Marco e loro tre.
Ora, egli si è coricato. Brangania ha indossato gli abiti della regina, ché fra loro si sono scambiate le vesti, e Tristano la guida là ove ella soffrirà il martirio e il tormento. La sua signora Isotta spegne i lumi, e Marco stringe a sé Brangania.

Non so quanto sia piaciuto alla fanciulla il principio di questa storia. Sopporta sì devotamente ché tutto si svolge in silenzio: a ciò che il compagno le richiede, ella acconsente; dà ottone e oro secondo il desiderio di lui.
Sono convinto che ben raramente è accaduto in passato che un così bell’ottone fosse pagato per un tributo di nozze dovuto in oro. Scommetterei invero la vita che dal tempo di Adamo mai fu coniata una falsa moneta di ugual nobiltà; né mai contraffazione più gradita fu posta a fianco d’un uomo.

Mentre i due giacciono nel letto intenti al loro gioco, Isotta è in gran pena e angustia: «Signor Iddio, aiutami e proteggimi! – riflette tra sé. – Fa’ che mia cugina si dimostri Brangania-Marcoleale! Se troppo indugia nel gioco del letto, temo che finirà per trovarne piacere, sì che facilmente rimarrà finché sarà giorno, e noi incorreremo nell’onta e nel dispregio di tutti».
Ma no, i pensieri e l’animo di Brangania sono sinceri e senza macchia. Quando ella ha compiuto il dovere per Isotta, e il suo debito è stato pagato, scivola via dal giaciglio. Isotta è subito pronta e si siede sul letto, come fosse la stessa persona.

Il re, da parte sua, chiede subito il vino, in obbedienza al costume: ché in quei tempi era uso che così si facesse: quando un uomo aveva giaciuto con una fanciulla, e colto il suo fiore, veniva qualcuno con del vino, perché l’uno e l’altra ne bevessero insieme, senza distinzione. E anche in tale occasione si segue il costume. Tristano, il nipote di Marco, reca subito lumi e vino. Il re beve, e così fa la regina.
Molti affermano che fosse la stessa bevanda che causò tanto dolore a Tristano e Isotta. No, di quel filtro nulla è rimasto. Brangania l’ha gettato nel mare.

Ora che l’uso è stato seguito, e hanno bevuto entrambi secondo la tradizione, la giovane regina, con grande sconforto e pena segreta del cuore e dell’animo, giace accanto al re suo signore, che la stringe a sé e riprende il proprio diletto. Scambia una donna per un’altra: presto trova anche questa docile al proprio piacere. Una gli vale l’altra: in entrambe trova oro e ottone. E tutt’e due gli pagano il tributo, sì che egli di nulla s’accorge.
Isotta è molto amata e onorata da Marco, suo sposo; ed è lodata e pregiata da tutto il popolo e il paese. In lei sono palesi tante qualità e virtù che chiunque è in grado di pronunciar lodi, parla in sua gloria e in suo elogio.

Intanto Isotta e il suo amis in più modi e a tutte le ore prendono il proprio diletto e piacere, ché nessuno ne ha sospetto. Né uomo né donna pensa ad alcun male, ché Isotta è Isotta-pensierosain ogni luogo e momento in custodia di Tristano, e vive secondo il proprio volere.
Ma Isotta comincia a pensare e a riflettere su ogni cosa. Nessun altro conosce il suo segreto e il suo inganno all’infuori di Brangania, e quando ella non vi fosse più, poco avrebbe da temere in futuro per il proprio onore. Così è in grande pena e teme che Brangania, forse per amore di Marco, possa rivelare al re la sua onta e svelargli quanto è accaduto. In tal modo la timorosa regina dimostra che, più di Dio, si teme lo scandalo e il dileggio.

Chiama due servi stranieri, venuti dall’Inghilterra. Ad ambedue fa prestare giuramento su giuramento e dar pegno su pegno; poi ordina loro, pena la vita, di compiere quanto ella comanderà, e di mantenere il segreto. Allora manifesta il proprio volere.
«Prestate entrambi attenzione a quanto vi dirò – dice quell’istigatrice di morte. – Manderò con voi una fanciulla. Prendetela in custodia, e galoppate insieme e in segreto in una qualche foresta, non importa se lontana o vicina, ma che sia adatta allo scopo, e dove non abiti alcuno; e tagliatele la testa. Badate a quanto dirà e riferitemelo. Riportatemi qui la sua lingua. E siate certi che farò in modo che, già nel giorno di domani, sarete entrambi cavalieri con grande sfarzo: vi darò feudi e doni finché avrò vita».

Così viene stabilito.
Ora Isotta si rivolge a Brangania: «Brangania – le dice – guardami: non sono molto pallida? Non so cosa mi accada, ma mi duole tanto la testa! Devi procurarmi delle erbe ché, se non troverò rimedio a questo male, morirò di certo».
«Signora, molto mi addolora la vostra pena – dice la fedele Brangania. – Non indugiamo oltre e indicatemi il luogo dove potrò trovare quanto vi sarà d’aiuto».
«Ecco: vi sono qui due servi con i cavalli. Va’ con loro, ed essi ti mostreranno la via».
«Volentieri, signora! Così farò». E balza in sella e s’allontana.

Giunta dove sono erbe, piante e radici a profusione, quali si può desiderare, Brangania vuole smontare da cavallo, ma i servi la conducono nel folto della foresta deserta.
Ora che son ben lontani dall’aperta campagna, essi afferrano la fedele, la nobile e cortese donna-supplicefanciulla e, con gran tristezza e rammarico, la depongono al suolo; poi traggono le spade.
Brangania ne ha tale spavento che cade a terra, e lì giace e rimane alquanto, ché le tremano il cuore e tutte le membra.

«Pietà, signori! – grida volgendo a loro lo sguardo spaventato. – In nome di Dio, cosa volete fare?».
«Dovete morire!».
«Ahimé, ditemene la ragione!».
«Cosa avete fatto contro la regina? – chiede uno dei due. – Ella ha ordinato di uccidervi, e così sarà. Isotta, la vostra e nostra signora, ha comandato di farvi morire».
Brangania congiunge le mani.

«Signori – dice piangendo – nel nome di Dio e della vostra carità, differite quest’ordine, e lasciatemi vivere sì che io possa rispondervi! Dopo, siate pur solleciti a uccidermi! Dite alla mia signora, e sappiatelo anche voi, che contro di lei non feci mai nulla da cui potesse temere danno, se non un’unica cosa cui non voglio dar credito. Quando lasciammo l’Irlanda, avevamo ambedue due vesti che avevamo scelte e messe da parte. Le portammo con noi dalla nostra terra: due camicie bianche come la neve. Quando fummo sul mare, durante il viaggio verso questo paese, il sole si fece sì caldo che, in quei giorni, la regina altro non poteva tollerare che quella sola camicia, bianca e pulita. Essa le divenne sì gradita e tanto la portò che cominciò a sciuparsi e a perdere il candore. Intanto io tenevo la mia ben custodita nel mio cofano, in candide pieghe. E quando la mia signora giunse qui e sposò il re suo signore, e fu il momento di giacere con lui, la sua camicia non era bella come si conveniva, o come ella avrebbe voluto. A meno che non sia adirata perché le prestai la mia, ma solo dopo un primo rifiuto, e in questo l’offesi, Dio mi è testimone che mai in alcun momento agii contro il suo desiderio e comando. Ora vi prego entrambi, per l’amor di Dio, che la salutiate per me, come si conviene che una damigella saluti la donna-albero-supplicepropria signora. Possa Dio nella Sua bontà proteggere e salvaguardare la sua vita e la sua persona. E le sia perdonata la mia morte! Affido a Dio la mia anima, e il mio corpo al vostro comando».

I due uomini si guardano impietositi e hanno compassione del fervido pianto dell’innocente fanciulla. Amaramente si rammaricano e si dolgono della promessa di ucciderla, ché in lei non trovano nulla, né sanno scoprire cosa che comporti la morte o la meriti in alcun modo.
Prendono così consiglio e si accordano di lasciarla vivere, qualunque cosa possa loro accadere. I due caritatevoli servi legano dunque Brangania su un albero, ben in alto, per tema che i lupi la raggiungano prima del loro ritorno; tagliano poi la lingua a uno dei cani e s’allontanano a cavallo.

Quando sono giunti, dicono a Isotta, l’istigatrice di morte, che hanno ucciso Brangania con grande dolore e rammarico, e affermano che quella lingua è la sua.
«Ditemi – chiede Isotta – cosa vi ha detto la fanciulla?».
Essi ripetono le sue parole dall’inizio alla fine, così come è stato loro raccomandato, e non tralasciano nulla.
«Ebbene – dice Isotta – non vi ha detto altro?».
«No, signora».

«Ahimé, misera! – esclama Isotta. – Cosa devo udire? Cosa avete fatto, sciagurati assassini? Sarete entrambi impiccati!».
«Signore Iddio! – essi dicono. – Che volete dire? Ci stupite, madonna Isotta. Ben sapete che ci avete pregati con insistenza e costretti a ucciderla, come invero abbiamo fatto».
«Di che preghiera parlate? Io vi affidai la mia damigella perché la scortaste a cercare cosa che mi serviva. Dovrete rendermela, o vi costerà la vita! Perfidi e vili serpenti, sarete entrambi impiccati per questo, o bruciati sulla graticola!».

Brangania-Isotta

«In verità, signora – replicano quelli – il vostro cuore e il vostro pensiero non sono né onesti né schietti, e la vostra lingua è mutevole. Tuttavia, signora, sospendete la vostra violenza. Piuttosto che perdere la vita, vi renderemo la damigella salva e in buona salute».
«Non mentitemi oltre – dice Isotta in gran pianto. – Brangania vive o è morta?».
«Vive ancora, o singolare Isotta».
«Oh, portatemela dunque, e vi darò quanto vi ho promesso!».
«Sarà fatto, madonna Isotta».

La regina trattiene uno dei servi, mentre l’altro cavalca senza indugio là dove ha lasciato Brangania, e la riporta alla sua signora.
Quando la fanciulla è giunta alla presenza di Isotta, questa la prende tra le braccia e le bacia le gote e la bocca, non una ma più di una volta. Poi ricompensa i servi con venti marchi d’oro, purché mantengano per sempre il segreto.
Ora che la regina Isotta ha trovato Brangania leale e costante fino alla morte, di animo schietto in ogni occasione, e l’ha fusa nel crogiolo e provata pura come l’oro, ella e Brangania sono sì unite e devote d’animo e di cuore che nulla può ormai separarle. Sono sempre insieme con cuore e animo lieto.
Brangania si trova bene a corte, e questa risuona delle sue lodi. È amata da tutti e non porta rancore ad alcuno, apertamente o in segreto. È la consigliera del re e della regina: nulla accade nelle loro camere senza che ella ne sia informata.

(Goffredo di Strasburgo, Tristano)