Aiguesmortes – La doppiezza di Isotta

Ci stupite, madonna Isotta …

Non finirà mai di stupirci la «doppiezza», l’«ambiguità» di Isotta. È fuori dai canoni della «fanciulla ingenua». Altro che Giulietta, o Beatrice! Isotta somiglia piuttosto a Medea. Ha Kirchner-donna-specchioun che di «strega», anzi – per dirla tutta, la sua ambiguità – di «strega stregata» al centro di continue «stregonerie».
È, insomma, proprio quella che ci vuole per fare coppia con Tristano, che di lei, certo, non è meno ambiguo. Tristano, da buon «dionisiaco», è doppio di nascita.
Già, Dioniso … e lei, allora, chi sarebbe? Arianna?
Non lei espressamente, ma una del suo stesso ceppo «narrativo».

L’intrigo è sempre il solito. C’è un luogo inaccessibile all’Eroe: vi dimora un minotauro o un drago. L’Eroe può magari anche sconfiggerlo con le sue sole forze, ma non può uscire dal groviglio in cui l’avventura l’ha cacciato, senza il soccorso di una Donna che, in tutte le storie, mantiene fermo solo un tratto della sua Figura: questa Donna, per «legarsi» all’Eroe, si scioglie dalla sua Gente.
C’è il poeta che dice: l’ha fatto per amore! il solito poetastro romantico, e – perché no? – un po’ tragico dice che Medea tradì la sua famiglia e, con essa, il segreto del Vello d’oro, perché aveva perso la testa per Giasone. E c’è anche l’altro che dice: no, poverina!, fu quell’ingenua di Arianna a cadere nella rete delle lusinghe di Teseo.

Lasciamo perdere questi «poetici» commenti, e veniamo al sodo!
In tutte le storie – l’epilogo, per ciò che concerne il destino della Donna, è sempre quello: Arianna, Medea o Isotta viene via dalla sua Gente, è tratta o è data via in sposa all’Eroe di un altro Paese. La Donna in un modo o nell’altro «s’inimica» la sua Famiglia – la quale Famiglia, è qui che ci dobbiamo fare una domanda, in tutto ciò che cosa ci guadagna?

Il Racconto, così come lo raccontano sull’altra sponda dell’Atlantico, a tale proposito è più esplicito: la Donna è data, ceduta al Giaguaro in cambio del (segreto del) Fuoco. La Donna è «inviata» in missione lassù per il bene della sua Gente, o – detto in parole povere – per provvederla del fuoco necessario alla sua Dieta. Per la «cottura» dei suoi cibi: della carne innanzitutto.
Che sia uno scambio regolare o un furto reciproco, in questo momento non c’importa. Sta George de la Tour - Maddalena-penitentedi fatto che la Donna è «data» (per sempre) a una «superiore» Potenza della Natura – in cambio del Fuoco.
La Donna, dice il Racconto sudamericano, divenuta sposa del Giaguaro, una volta cioè che ha «familiarizzato» con lui, diventa «più feroce e cannibale» del Giaguaro – più «naturale» della Natura a cui è stata data in pasto dalla Cultura (o, meglio, dalla Cottura) umana.
Stregata, ingannata, svenduta addirittura dai suoi stessi familiari, finisce col diventare lei la Strega più Terribile … almeno, questo è quanto si dice successo in illo tempore in Sudamerica, o chissà forse ora, qui da noi.

La Donna è «elevata» dalla Fame della sua Gente a «merce di scambio» con le Potenze (occulte) della Natura. La Donna è «elevata» a una potenza al di là dell’umano – talmente al di là, dice il Racconto, da essere diventata animale, ricadendo nella «cruda» crudeltà dell’Anti-Cottura – Potenza capace in ogni momento di scatenare una Rivolta contro la Cultura che, in illo tempore, iniziò a fare, quello che ancora non ha smesso di fare: a svendere la Donna al Diavolo.
Ecco perché, alla fine del Racconto sudamericano, è la Madre stessa della Donna a dire: «Uccidete mia figlia! E lasciate stare il Giaguaro!».

Ma torniamo a noi, e alle vecchie storie della nostra Europa.
Solo Arianna, e solo «in seconde nozze», poteva sposare un dio come Dioniso «nato due volte»! così come solo Isotta, e solo dopo averlo tradito con l’Eroe (Tristano), poteva sposare un re come Marco di Cornovaglia.
La Donna è dunque, nell’ordine, Tradita Traditrice. Può vendicarsi sui figli, come nel caso di Medea. Può farsi, all’improvviso, come nel caso di Isotta, «istigatrice di morte»: se Goffredo le dà due volte quest’attributo, è per richiamare la nostra attenzione!

Come a dirci: non vi aspettate Hollywood, qui si racconta un’altra storia. Di un ceppo narrativo assai più antico della stessa Europa.
Qui si racconta della «doppiezza» della Donna che si trova a essere ingannata e a dover, a sua volta, ingannare – da quella volta lì, senza smettere mai: ne va di mezzo la sua Draper-Ariannastessa vita!
Poiché alla Donna è stata rivolta la parola solo per ingannarla – come poteva andare diversamente? O c’è in giro ancora chi s’immagina che il Giaguaro l’abbia lasciata «pura e immacolata»?
Se «purezza» c’è, bisogna fare tutto il giro per rintracciarne un indizio che ci lasci pensarla ancora possibile. Bisogna che lei da lassù, dal Paese della Divina Bestia a cui è stata e continua a essere immolata, «ricada» in un secondo mo(vi)mento di nuovo in mezzo a noi.

Lévi-Strauss individuò, nella selva amazzonica delle migliaia e migliaia di storie miti e leggende varie, due grandi filoni narrativi, e li distinse in due gruppi: quelli che narrano della «conquista del fuoco» (che hanno il Giaguaro come Personaggio centrale) e quelli della «nascita dell’agricoltura» (che invece vedono in primo piano il Personaggio di Stella).
Ne parleremo un’altra volta, se dio vuole.
Ora, qui vogliamo concederci un gioco alla mano, uno a occhi chiusi. Ora, qui vogliamo tirare a indovinare!
A indovinare che la «doppiezza» di Isotta a questo è servita: a fondere i due «cicli» narrativi (che lo stesso Lévi-Strauss, per brevità, chiama «del fuoco» e «dell’acqua») in un solo «film».
Niente di hollywoodiana piattezza!
Tutto viceversa all’insegna del «doppio»!

Un solo esempio, qui a volo, per tutti. Lo scambio delle vesti tra Brangania e Isotta. È solo l’ultima delle «doppiezze» che abbiamo sin qui incontrate: la madre di Isotta si chiama Isotta (almeno in Goffredo), Isotta incontra e guarisce «due volte» lo Straniero e per «due volte» ne scopre e ne tace l’identità prima d’essere consegnata nelle sue mani, e quando giunge il triste momento che madre e figlia si devono separare, quando Isotta rischia di dover fare a meno di Isotta, quando è chiamata a disgiungersi da lei per andare incontro Cagnaccio-donna-specchioal suo «singolare» destino, Isotta madre (la Strega) rimette Isotta figlia alle cure, per non dire alla «stregoneria per delega», di colei che di Isotta diverrà il nuovo «doppio»: Brangania.

Il che lascia intendere che, una volta «data» allo Straniero, Isotta non è più (la stessa) Isotta; che la Donna «immolata» alle Potenze della Natura non è più la Donna che era prima. Lei si chiama ancora Isotta – è il suo «doppio» che è mutato di nome!
Lascia intendere che la Donna pura di una volta, la Donna umana, la nostra Donna, quella della nostra Gente fu messa in circolazione come il Bene per antonomasia, in qualità di Valore su cui commisurare tutti gli altri scambi di segni e di sogni. Se per «purezza» intendiamo la sua «integrità umana», allora il Racconto in proposito è più che esplicito. Umana è rimasta la sola Brangania. Solo il «doppio» di Isotta è vergine, talmente vergine da potere prestare la sua Veste, il suo Corpo, alla (perduta) «verginità» di Isotta.

Nata come «mezzana» tra la Strega e la Stregata, Brangania consente a Isotta di passare «magicamente» da una parte all’altra della Stregoneria.
Come il più puro dei Segni, il più umano dei Trucchi, la più ingenua delle Contraffazioni, Brangania «funziona» che è una meraviglia già nel letto della prima notte di nozze.
Brangania è solo una moneta. Perciò rischia di essere svalutata in ogni momento. Isotta se la può spendere come meglio crede. Brangania è il suo nuovo «doppio»: più facile da manovrare, più elastico.

A «doppiare» l’una nell’altra, stavolta non è più il «legame naturale» con l’omonima Madre. Stavolta, è una certa stoffa «bianca come la neve» da cui sono state ritagliate e cucite due «vesti» uguali. Stavolta è la Similitudine, cioè un «legame culturale», a fondare, anche se inizialmente a fatica, la nuova relazione di reciprocità.
Non è un passaggio di poco conto: nel primo caso, infatti, a «doppiarle» in madre e figlia non era il Nome, ma la Natura che le aveva «nate» madre e figlia (era cioè la Metafora naturale, la Metafora senza segni, a passare in consegna dall’una all’altra), mentre nel secondo è una Metonimia, e cioè un’operazione culturale, un ricorso alla mediazione del Segno, a sostituire la madre perduta, la madre «reale», con Brangania, la «madrina» simbolica.

fanciulle-Sigirija

Bene, tutto questo ma per dire che cosa?
Che la Donna è una dea decaduta (e, casomai, poi risorta al suo rango)?
Ma se è una dea – non può che essere quell’Isotta che di madre in figlia si riproduce sempre nello stesso Nome richiuso sul suo mistero, sconosciuto alla nostra Cultura. E se invece la sua «divinità» è decaduta nella catena infinita delle metonimie, se cioè le Potenze celesti che l’hanno «rapita» ce l’hanno poi fatta «piovere» di nuovo addosso – il mistero è all’incontrario: il mistero è come mai, dopo tanti «doppiaggi», qualcuno ancora dice di aver memoria della Voce di una certa Isotta «dalle bianche mani»?
Già: c’è quest’altra «doppiezza» che ci aspetta al varco. La più «doppia» di tutte: Isotta dalle bianche mani, e Isotta dai capelli biondi.
La seconda, come la veste di cui sopra, al sole si è ingiallita. Vicino al fuoco della Realtà, la seconda non ha il più candore della Dea Bianca.

La Dea, dice Hillman, è la «luna» i cui raggi «riflettono» gli istinti di Pan, che altrimenti gli rimarrebbero oscuri. Gli dèi si sono lasciati «rubare» il (segreto del) fuoco, per poter «rapire» lei agli uomini. Gli angeli ribelli, dice la Bibbia, persero la testa per «le figlie dell’uomo». S’innamorarono gli Angeli della Donna della nostra Specie.
E tutto quello che, così «riflettendo», sappiamo e continuamente, come se non lo sapessimo, torniamo a imparare, «riflettendolo» una seconda, e poi una terza volta, lo dobbiamo a Lei. Lo dobbiamo alla privazione di Lei, a cui ci siamo votati cedendola a Giasone, Teseo o Tristano.

Lo dobbiamo alla sua «divina» assenza.
A quest’ultimo incantesimo che ci ha lasciato prima di scomparire per sempre. A questo gioco della metonimia, grazie a cui continuiamo ad avere commercio col «divino», sia pur nella forma bastarda di un indovinello mascherato come questo.
Perché mascherandosi, la Dea in ogni Donna che ci vien voglia di «rapire», e Isotta nel Segno vicario di Brangania data in omaggio ai «raptus» di re Marco di Cornovaglia, solo così, teneramente «riflettendo» sul nostro lunatico «doppio», riusciamo ancora a raccontarci la Favola della Donna.

(Aiguesmortes, Udite! Udite!)