Graf – Leggende di viaggi in Paradiso

manoscritto-GotofredoIl viaggio che nei precedenti racconti si narra di Seth, Gotofredo da Viterbo narra di Jonito (o Jonico) figliuolo di Noè.
Jonito, udita dal padre la descrizione delle meraviglie del paradiso, chiede a Dio in grazia di poterle contemplare con gli occhi suoi propri, e ottenuto il suo desiderio, ne riporta tre virgulti: di abete, di palma e di cipresso, i quali piantati da lui separatamente, si congiungono in un albero solo, che ha tre colori, e le foglie di tre maniere, a simboleggiare la Trinità.
Seguono le fortune del legno (le quali in parte solo concordano con quelle narrate nel racconto precedente) finché di esso si fa la croce.

Gotofredo cita un Atanasio, il quale è probabilmente immaginato da lui, come da lui probabilmente è immaginato il rapimento di Jonito al Paradiso, giacché della leggenda, in questa forma, non si trova altro vestigio.
Bensì, è narrato altrove che un figliuolo di Noè, per nome Jerico, desideroso di vedere la tomba di Adamo si recò nella valle d’Ebron, e trovati i tre virgulti, li svelse, poi li ripiantò, come narra il cronista.

Ma prima di passar oltre, fermiamoci a fare qualche considerazione non oziosa sovra un punto della leggenda di Seth e del legno della croce.
Seth vede dapprima l’albero del peccato, vedovo di fronde e spoglio della sua corteccia, e quell’albero è descritto come un albero secco. Ora, di un Albero Secco, posto di solito nel remoto Oriente, e per più ragioni mirabile, è frequente ricordo in scritture del medio evo. Variano molto le descrizioni che se ne fanno; ma io non dubito che, in alcuni casi almeno, esso non sia da identificare con la pianta disseccata del Paradiso, dalla quale, del resto, un poemetto latino, composto circa il 1300, lo fa derivare.
Secondo alcune leggende riguardanti la fine del mondo, l’ultimo imperatore appenderà la corona ai rami dell’Albero Secco, o alla croce.

Seth vede poi la pianta mirabilmente ingrandita, e fatta simile ad uno di quegli alberi cosmogonici che in altre mitologie comprendono fra le radici la terra, e tra i rami e le foglie il cielo […].
Anche la croce fu considerata come un albero, la quale recò ottimo frutto, e talvolta albero-della-vitaaddirittura come un albero cosmogonico. […]
Il legno della croce fu fatto derivare di solito dall’albero della scienza del bene e del male, ma talvolta ancora dall’albero della vita, o da un altro albero paradisiaco, detto della salute. Secondo una leggenda siriaca, la croce fu fatta dal legno di un albero che da indi in poi non cessò più di tremare, la tremula.

Abbiamo visto come tre virgulti di specie diversa, ma tutti derivati dallo stesso albero, si ricongiungessero insieme per formar un nuovo albero solo.
Stando ad altre immaginazioni, la croce fu veramente formata di quattro legni differenti: palma, cedro, cipresso e olivo; oppure di tre: cedro, cipresso e pino; o palma, cipresso e abete. Il numero tre simboleggia la Trinità. […]

Nella leggenda che or segue noi abbiamo la favolosa storia di alcuni pellegrini che non muovono propriamente alla ricerca del Paradiso, ma, dopo molte avventure, giungono in luogo prossimo ad esso, e di là se ne tornano indietro.
È questa la leggenda, greca di origine, e certo assai antica, dei tre santi monaci Teofilo, Sergio ed Igino, nella quale noi cominciamo a far conoscenza con quei monaci irrequieti e audaci che, spinti non meno da curiosità veritiera che da certo fervore religioso, disertano i chiostri e si danno a correr le terre e i mari attraverso mille casi e mille pericoli.
Essa si lega al nome di San Macario Romano, santo misterioso ed oscuro, il quale non si sa in che tempo sia vissuto, e da taluno si dubita che in nessun tempo, e che egli sia come tanti altri un santo mitico.

Tre monaci di un convento di Mesopotamia, posto tra l’Eufrate e il Tigri, Teofilo, Sergio ed Igino, sedevano un giorno sulla riva di quel primo fiume, e ragionavano devotamente tra loro della umana vita e delle molte tribolazioni che affliggono i servi di Dio.
A Teofilo viene nell’animo un desiderio, e lo palesa ai compagni: «Vorrei – egli dice – camminare tutto il tempo della mia vita, e giungere colà ove il cielo tocca la terra».
I compagni si accendono del medesimo desiderio, e nato del desiderio il proposito, tutti e tre, quella stessa notte, si partono dal monastero.

pellegrini-medioevo

In capo di diciassette giorni giungono a Gerusalemme, ove adorano il Sepolcro; dopo cinquanta, passano il Tigri ed entrano in Persia; scorsi quattro mesi, entrano nell’India. Quivi cadono in mano agli Etiopi, rimangono ottanta dì senza prendere cibo alcuno.
Andando sempre verso Oriente, attraversano le terre dei Cananei, altrimenti (così il testo) detti Cinocefali; quelle dei Pichiti, alti un cubito; una regione montuosa ed orrenda, tutta popolata di draghi, di aspidi, di basilischi e altri animali velenosi; un’altra regione, tutta sparsa di rupi asperrime; una gran pianura, ove pascolano mandrie di elefanti; un’altra, ingombra di dense tenebre, e giungono a un’abside eretta da Alessandro Magno quando inseguì Dario.

Vivono la più parte del tempo miracolosamente, senza cibarsi, e proseguendo il viaggio trovano un lago pieno di anime dannate; un gigante incatenato fra due monti; una donna avviluppata da un dragone; un bosco di grandi alberi, su cui anime in forma di uccelli chiedono ad alta voce perdono dei loro peccati.
Succede a questi orribili e strani luoghi un luogo bellissimo, custodito da quattro vecchi, i quali hanno corone d’oro in capo ed auree palme tra le mani; poi viene una regione tutta piena di canti e di odori soavissimi, ove brilla una chiesa di vari colori, d’incomparabile bellezza, e che pare fatta tutta di cristallo. Intorno ad essa sono uomini santi, di venerabile aspetto, che cantano, e dall’altare scaturisce una fonte che sembra di latte.

Dopo aver incontrato un altro popolo di pigmei, i tre pellegrini giungono alla spelonca ove da lunghissimo tempo San Macario mena vita anacoretica, a sole venti miglia di san-Macariodistanza dal Paradiso terrestre, e il santo dice loro che non si può passare più oltre, e che il Paradiso è vietato a tutti i mortali.
Udita da lui la sua storia, i monaci riprendono la via per cui sono venuti, scortati sino all’abside di Alessandro da due leoni, compagni amorevoli e consueti del santo. […]

Seth poté solamente sporgere il capo dalla porta del Paradiso terrestre, e i tre monaci Teofilo, Sergio ed Igino dovettero fermarsi a venti miglia di distanza da esso. Altri furono più fortunati.
Ecco qua la leggenda di altri tre monaci, la quale fa degno riscontro alla precedente, sebbene sia da essa molto diversa.

Sulle rive del Gihon è un monastero abitato da uomini di santa vita. Tre di questi, lavandosi un giorno nel fiume, vedono venir giù, portato dalla corrente, un ramo meraviglioso: «l’una foglia pareva d’oro battuto, l’altra pareva d’argento, l’altra pareva d’azzurro fino, l’altra vermiglia, l’altra era bianca, e così era svariato di ogni colore». Il ramo recava, per giunta, frutti «molto dilettevoli» a mangiare.
Lo traggono fuori dell’acqua e, mentre lo contemplano pieni di ammirazione e di allegrezza, sentono nascersi in cuore un desiderio smodato d’andarne sin là, all’incantato paese donde quel ramo è venuto.

E subito, accordatisi in un comune proposito, senza dir nulla a persona, si partono dal convento e, camminando lungo la riva del fiume, che è uno dei quattro del Paradiso, si pongono in viaggio.
Giungono, dopo lunga peregrinazione, alla famosa porta custodita dall’angelo, e domandato e ottenuto di varcare la soglia, s’aggirano fra le ombre e le delizie del giardino immortale, mangiano di quella frutta soavissima, bevono di quelle acque miracolose che rinnovano la giovinezza e ragionano coi due vegliardi, Enoch ed Elia, delle cose del cielo.
Credono di essere stati nel beato luogo tre giorni, e vi sono rimasti tre secoli. Tornati al convento, che ancora sussiste, ma dove già dieci generazioni di monaci si son succedute, essi, con l’aiuto dei vecchi libri memoriali, mostrano e provano la loro condizione, e narrata la storia mirabile del loro viaggio, in capo a quaranta giorni improvvisamente si dissolvono in cenere, e ascendono alla gloria eterna del cielo.

Questa leggenda sembra sia nata in Italia; io non so che si trovi in altri linguaggi volgari, e nemmeno mi è noto un testo latino da cui le redazioni italiane possano essere derivate.
Ed è leggenda schiettamente ascetica. Le descrizioni che delle meraviglie del Paradiso vi si leggono, sono come penetrate di un’aura d’estasi, partecipano del sogno. Il narratore non trova nel linguaggio degli uomini parole acconce a esprimere la novità e la bellezza degli spettacoli che si offrono agli sguardi attoniti dei tre pellegrini, a significare lo smarrimento di dolcezza onde sono prese le anime loro; e quando vuol far intendere altrui, in qualche modo, la virtù rapitrice che muove da un canto non più udito, dice che ogni anima umana vi si sarebbe addormentata, o avrebbe perduto ogni memoria e cognizione di sé.

Nella leggenda sono due cose che voglio notare: quel ramo meraviglioso da cui i tre monaci sono allettati al viaggio, e il loro errore quando essendo dimorati nel Paradiso trecento anni (settecento, in altre redazioni), stimano esservi rimasti solamente tre dì (altrove, sette).
Giovanni de’ Marignolli dice che foglie e frutti degli alberi del Paradiso si trovano sovente nei fiumi che da questo derivano. Secondo una tradizione riferita da Mosè Maimonide, Seth riportò dal Paradiso parecchi alberi, tra i quali uno che aveva le foglie e i rami d’oro; e secondo i musulmani l’albero della vita aveva il tronco simile a dell’oro, i rami come argento, le foglie come smeraldi.

(Graf, Miti, Leggende e Superstizioni del Medio Evo)