Baudrillard – Reale immaginario e simbolico

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I selvaggi non hanno un concetto biologico della morte. O piuttosto: il fatto biologico – morte, nascita o malattia – tutto ciò che è naturale e a cui noi accordiamo un privilegio di necessità e di oggettività, per essi semplicemente non ha senso. È il disordine assoluto, è roba che non si può scambiare simbolicamente, e ciò che non si può scambiare simbolicamente costituisce un pericolo mortale per il gruppo.
Sono le forze inconciliate, inespiate, stregate, ostili, che vagano intorno all’anima e al corpo, che aspettano al varco il vivo e il morto, le energie defunte e cosmiche che il gruppo non ha saputo dominare nello scambio.

Noi abbiamo de-socializzato la morte trasferendola alle leggi bio-antropologiche, accordandole l’immunità della scienza, autonomizzandola come fatalità individuale. Ma la materialità fisica della morte, che ci paralizza con il credito «oggettivo» che le accordiamo, non arresta i primitivi. Questi non hanno mai «naturalizzato» la morte, sanno che la morte (come il corpo, come l’evento naturale) è un rapporto sociale, che la sua definizione è sociale.
In ciò sono molto più «materialisti» di noi, perché la vera materialità della morte per essi, come quella della merce per Marx, è nella sua forma, che è sempre quella d’un teschi-paintingrapporto sociale. Mentre tutto il nostro idealismo converge sull’illusione di una materialità biologica della morte: discorso della «realtà», che di fatto è quello dell’immaginario, e che i primitivi superano nell’intervento del simbolico.

Questo tempo forte dell’operazione simbolica è l’iniziazione.
Essa non mira a scongiurare la morte né a «superarla», ma ad articolarla socialmente. Così la descrive R. Jaulin ne La Mort Sara: il gruppo degli antenati «inghiottono i koy» (giovani candidati all’iniziazione), che muoiono «simbolicamente» per rinascere.
Soprattutto non bisogna intenderlo secondo il nostro senso degradato, ma nel senso che la loro morte diventa la posta in gioco di uno scambio reciproco/antagonistico fra gli antenati e i vivi e, invece d’una frattura, instaura un rapporto sociale tra dei partner, una circolazione di doni e di contro-doni altrettanto intensa della circolazione dei beni preziosi e delle donne – gioco di risposte incessanti in cui la morte non può installarsi come fine o come istanza.

Mediante l’offerta della polpetta, il fratello dona la moglie a un morto della famiglia, al fine di farlo rivivere. Mediante il cibo, il morto è incluso nella vita del gruppo. Ma lo scambio è reciproco. Il morto dona sua moglie, la terra del clan, a un vivo della sua famiglia, al fine di rivivere assimilandosi a lui e di farlo rivivere assimilandolo a se stesso.
Il momento importante è l’uccisione, da parte dei moh (i grandi sacerdoti), dei koy (gli iniziati), che sono inghiottiti dai loro antenati; poi la terra li partorisce come li aveva partoriti la loro madre. Dopo essere stati «uccisi», gli iniziati sono lasciati nelle mani dei loro genitori iniziatici, «culturali», che li istruiscono, li curano e li educano (nascita iniziatica).

È chiaro che l’iniziazione consiste nell’instaurazione d’uno scambio là dove non c’era che un fatto bruto: dalla morte naturale, aleatoria e irreversibile, si passa a una morte data e sensi-cucitiricevuta, quindi reversibile nello scambio. Allo stesso tempo sparisce l’opposizione tra nascita e morte: anch’esse possono scambiarsi in tutte le forme della reversibilità simbolica.
L’iniziazione è questo momento cruciale, questo nesso sociale, questa camera oscura in cui nascita e morte, cessando d’essere i termini della vita, si avvitano l’una nell’altra – non verso qualche fusione mistica, ma per fare così dell’iniziato un vero essere sociale.

Il bambino non iniziato non ha fatto che nascere biologicamente, non ha ancora che un padre e una madre «reali»; per diventare un essere sociale deve passare attraverso l’evento simbolico della nascita/morte iniziatica per entrare nella realtà simbolica dello scambio.
Nella prova iniziatica, non si tratta di mettere in scena una seconda nascita che eclisserebbe la morte. Lo stesso Jaulin pende verso questa interpretazione: la società «scongiurerebbe» la morte, oppure le opporrebbe «dialetticamente», nell’iniziazione, un termine di sua invenzione che la utilizza e la «supera»: «Alla vita e alla morte che sono loro date, gli uomini hanno aggiunto l’iniziazione, mediante la quale trascendono il disordine della morte».

Formula a un tempo molto bella e molto ambigua, perché l’iniziazione non si «aggiunge» agli altri termini, e non gioca la vita contro la morte, verso una rinascita (diffidiamo di tutti coloro che trionfano sulla morte!).
È la scissione della nascita e della morte che l’iniziazione scongiura, e con essa la fatalità a quella unita che grava sulla vita quando è in tal modo divisa. Perché allora essa diventa questa irreversibilità biologica, questo destino fisico assurdo, allora la vita è perduta in partenza, perché votata a declinare con il corpo. Donde l’idealizzazione di uno dei due termini, la nascita (e la sua duplicazione nella risurrezione) alle spese dell’altro, la morte.

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Ma questo non è che uno dei nostri profondi pregiudizi sul «senso della vita». Perché la nascita, in quanto evento individuale irreversibile, è altrettanto traumatizzante della morte.
La psicoanalisi l’ha espresso in un altro modo: la nascita è una specie di morte. E il cristianesimo non ha fatto altro, col battesimo, che circoscrivere mediante un sacramento collettivo, mediante un atto sociale, questo evento mortale che è la nascita. Questa specie di crimine che è l’avvento della vita, se non è ripreso, espiato mediante un simulacro collettivo di morte.
La vita non è un vantaggio di per sé se non nell’ordine contabile del valore.
Nell’ordine simbolico, la vita, come qualunque altra cosa, è un crimine se sopraggiunge unilateralmente – se non è ripresa e distrutta, data e restituita, «restituita» alla morte. È l’iniziazione che cancella questo crimine, risolvendo l’evento separato della nascita e della morte in un medesimo atto sociale di scambio.

Il simbolico non è né un concetto, né un’istanza o una categoria, né una «struttura», ma un atto di scambio e un rapporto sociale che mette fine al reale, che risolve il reale, e allo stesso tempo l’opposizione tra il reale e l’immaginario.
L’atto iniziatico è l’inverso del nostro principio di realtà.
Esso mostra che la realtà della nascita proviene esclusivamente dalla separazione della dama-fantasmanascita e della morte. Che la realtà della stessa vita deriva solo dalla disgiunzione della vita e della morte.

L’effetto di realtà non è quindi ovunque che l’effetto strutturale di disgiunzione tra due termini, e il nostro famoso principio di realtà, con ciò che esso implica di normativo e di repressivo, non è che la generalizzazione di questo codice disgiuntivo a tutti i livelli.
La realtà della natura, la sua «oggettività», la sua «materialità» deriva dalla separazione dell’uomo e della natura – d’un corpo e d’un non-corpo, direbbe Octavio Paz.
La stessa realtà del corpo, il suo statuto materiale, deriva dalla disgiunzione di un’anima e di un corpo, ecc.

Il simbolico è ciò che mette fine a questo codice della disgiunzione e ai suoi termini separati. Esso è l’utopia che mette fine alle topiche dell’anima e del corpo, dell’uomo e della natura, del reale e del non-reale, della nascita e della morte.
Nell’operazione simbolica, i due termini perdono il loro principio di realtà. Ma questo principio di realtà non è mai altro che l’immaginario dell’altro termine.
Nella partizione uomo/natura, la natura (oggettiva, materiale) non è che l’immaginario dell’uomo così concettualizzato. Nella partizione sessuale maschile/femminile, distinzione strutturale e arbitraria che fonda il principio di «realtà» (e di repressione) sessuale, la «donna» così definita non è mai altro che l’immaginario dell’uomo. Ogni termine della disgiunzione esclude l’altro, che diventa il suo immaginario.

Lo stesso vale per la vita e per la morte nel sistema nel quale ci troviamo: il prezzo che paghiamo per la «realtà» di questa vita, per viverla come valore positivo, è il fantasma continuo della morte. Per noi vivi, così definiti, la morte è il nostro immaginario.
Ora, tutte le disgiunzioni che fondano le diverse strutture del reale (questo non è del tutto astratto: è proprio questo che separa l’insegnante dall’insegnato, e che fonda il sapere come principio di realtà della loro relazione – e così via in tutti i rapporti sociali che conosciamo) hanno il loro archetipo nella disgiunzione fondamentale della vita e della morte.
È per questo che, quale che sia il campo di «realtà», ogni termine separato, per il quale l’altro è il suo immaginario, è assillato da quest’ultimo come dalla propria morte.

(Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte)