Ceccardo il Vecchio – Un sogno incompiuto

… e poi, quando le avrai udite e dimenticate, di tutte queste chiacchiere, forse a malapena ti avanzerà un’insensatezza.
Dal tempo in cui piovvero, come manna nel deserto, le Grandi Nespole – quaranta quarantine di notti fa – nessuno di noi si è più raccapezzato nel galateo delle buone Picabia-ridensmaniere: e tutti a gridare: io! io! – o in un eccesso di cortesia: a me! a me!
Io penso, io sono, io vedo, io sento: è stato, da allora, tutto uno sgomitare e darsi calci, con tanto di benedizione cartesiana.
Venite a me, pargoli! – ecco, a malapena, mi ricordo che qualcuno ha osato dirmelo all’orecchio. L’ho udito, e però l’ho dimenticato – non chiedetemi quando.

Mi ricordo solo questo: che la notizia che era scoppiata la guerra ce la diedero senza preavviso le bombe che, non meno crudeli delle Nespole, ci piovvero addosso – trenta trentine di mattini dopo quella Notte.
M’ero appena svegliato: stavo facendo un sogno, sognavo che eravamo al cinema, e che il film non era così bello – ma neanche così tanto male da non farsi preferire al tumulto di quel risveglio.
Ci precipitammo tutti all’uscita: eravamo nel panico.
Tutti, credo, tranne una vecchina che, puntando l’ombrello sulla schiena di quella specie di armadio che, nella ressa, le si era parato davanti, gli strillava: «Dai, muoviti, ché voglio andare a vedere dove cadono le bombe».

In quanto al film, di cui nessuno di noi saprà mai il finale, ricordo solo che era un vecchio cortometraggio orfico, riveduto e scorretto da un manipolo di cineasti in puro stile dada. Qualcosa come l’âge d’or di un’antica divina Follia – qualcosa che risaliva a prima che qualcuno osasse macchinarne un’Arte, o prenderla in cura come una Malattia.
Niente di serio. In tutte le scene del film non comparivano che due strambi Personaggi: Okéanos e Chronos. Più spesso il primo, ma a volte anche il secondo – travestiti da donna.
Facevano, da una scena all’altra, sempre la stessa danza. Okéanos a rincorrere Chronos. attrice-age-dorIo penso, io sento, io suono – era questa l’unica triplice battuta che, scena dopo scena, Okéanos aveva già replicato dodici volte, quando alla tredicesima (sarà stata una coincidenza) hanno cominciato a pioverci in testa le bombe.

La cosa più sciocca, ma anche la più necessaria in un trambusto come quello, era perdersi di vista. Nel fuggi-fuggi non avevo scampo che nella fuga. Non vedo per quale altra ragione mi poteva succedere ciò che mi successe quel mattino: che, appena sveglio, invece della vecchia, avevo negli occhi impressa tutta un’altra figura. Ero certo, irragionevolmente certo d’aver sognato una quindicenne. Non era l’attrice del film, ma le somigliava tanto da venire a mettermi sottosopra le emozioni. Tanto da venire a ordinarmi di ribaltare la Notte in Giorno, e di scambiare la Paura con un Desiderio che fosse ancora più prepotente.
Io sento, io vedo, io fiuto – da quel momento – l’odore acre delle bombe che hanno distrutto l’antica Similitudine su cui gli orfici, invece, non perdevano l’occasione di fermarsi a meditare. Era Lei la loro dea più espressiva. La Datrice, e insieme la Reggente (=), di ogni possibile proporzione:

(a : b) = (x : y)

Ecco perché nel sogno mi ripassavo più e più volte la lezione:

(Okéanos : Chronos) = (Aurora : Notte)

Per dodici Stazioni, dodici volte Okéanos ha scandito un semitono.
C’era forse altro da apprendere?

Avevo appena appreso la prima «ottava», quand’ecco ho sentito il telefono squillare.
Pronto? – eri tu dall’altra parte, che mi chiedevi: quando torni?
Mi sono vergognato, là per là, di confessarti che, la via di casa, l’ho perduta circa venti ventine di mezzogiorni fa.
E poiché sapevo che ti stavo solo proporzionando a un altro sogno, a un sogno ancora più antico – sapevo anche che, come succedeva nel film, doveva così succedere pure a noi di perderci nella ripetizione di un’antica storia che non siamo stati noi a cominciare, e che perciò non potevamo essere noi, io e te, a finire. Ci sono vizi che non si possono smettere: vizi che devono continuare a esistere per prendersi la colpa e lasciare immacolate le nostre virtù.

Ma tu insistevi: pronto? quand’è che ti decidi a tornare?
Non ho tenuto il conto, ma a occhio e croce l’avrai detto non meno di dodici volte, e solo alla tredicesima – quando mi hai «visto» cadere sotto le bombe – mi hai detto al telefono le prime dieci decine di malefici addii che si trovavano per caso a passare dalle parti della tua lingua.
Non era un bel film, il nostro – ma mi sarei precipitato a rivederlo – dice, a questo punto, Okéanos a Chronos.
Che altro c’è da fare, se il film non siamo stati noi a cominciarlo, e la Guerra non si decide a finirlo?

(Ceccardo il Vecchio, Opus imperfectum ad Mattheum)