Stephens – Becuma dalla bianca pelle

 

Becuma-apparsaNessuno può immaginare quanto Conn dalle Cento Battaglie, re supremo d’Irlanda, fosse abbattuto: sua moglie infatti era morta. Conn era re supremo da nove anni e durante il suo regno si era mietuto tre volte l’anno e c’era pienezza e abbondanza di ogni bene …
Nove giorni durarono le feste funebri. Poeti e arpisti cantarono per lei le lamentazioni e sopra le sue ceneri venne eretto un tumulo largo dieci acri. Poi i lamenti funebri cessarono e le feste ebbero termine; i principi delle cinque province tornarono alle loro terre a cavallo o sui carri, il corteo funebre si disperse, e presso il grande tumulo non rimase altro che il sole che di giorno vi indugiava, le nuvole pesanti che di notte vi si addensavano, e il re desolato e pieno di ricordi.

La defunta regina era stata così meravigliosa che Conn non la poteva dimenticare, così gentile in ogni occasione che ora, a ogni occasione, sentiva la sua mancanza …
Col dolore del re, tutta l’Irlanda soffriva, ed era desiderio di ognuno che egli si sposasse di nuovo.
Ma un pensiero del genere nemmeno lo sfiorava, perché non riusciva a immaginare come una qualsiasi altra donna avrebbe potuto riempire il posto lasciato dalla sua regina. Divenne sempre più malinconico e meno adatto a gestire gli affari di stato, sicché un giorno istruì Art, suo figlio, ad assumere il governo durante la sua assenza, e se n’andò tutto solo a Ben Edair.

Gli era venuto un gran desiderio di camminare in riva al mare, di ascoltare il frangersi e rumoreggiare di lunghe onde grigie, di fissare lo sguardo su una sterile, desolata distesa d’acqua per dimenticare, a quella vista, tutto ciò che potesse dimenticare e, se non ci fosse riuscito, per ricordare allora tutto ciò che potesse ricordare.
Un giorno, mentre era così assorto a contemplare l’orizzonte e meditare, notò una barca Becuma-beachche si dirigeva verso la riva. Ne discese una giovane donna, che camminò verso di lui tra ciottoli scuri e tratti di sabbia dorata.

Essendo re, Conn aveva autorità di porre domande. Pose quindi tutte le domande cui riuscì a pensare, perché non è di tutti i giorni che una donna arrivi dal mare …
La donna rispose alle sue domande, ma non gli disse tutta la verità … la donna disse solo che la fama di suo figlio Art era giunta fino alla Terra dai Molti Colori, e che lei s’era invaghita di lui …

«Qual è il tuo nome, dolce signora?», disse il re.
«Mi chiamo Delvcaem (Belle Forme) e sono figlia di Morgan», rispose mentendo, perché il suo vero nome era Becuma.
«Ho sentito molto parlare di Morgan – disse il re. – È un grandissimo mago».
Mentre parlava, Conn la fissava con quella libertà e minuziosità che sono diritto solo di un re. In quale preciso istante dimenticasse la moglie morta non lo sappiamo, ma è certo che in quel momento la sua mente non sentì più il peso di quel caro e amabile ricordo. Quando riprese a parlare, la sua voce era malinconica: «Tu ami mio figlio!».

«Chi potrebbe non amarlo?», mormorò lei.
«Quando una donna parla a un uomo dell’amore che prova per un altro, non è mai gradita. Quando poi ne parla a un uomo che non ha più sua moglie, allora è sgradita».
«Non voglio esserti sgradita», sussurrò Becuma.
«E io non voglio intromettermi – disse Conn in tono regale – tra una donna e la sua scelta … Sei tu che devi scegliere!».
«Se lasci che sia io a scegliere, significa che non hai un così forte desiderio di me», disse lei con un sorriso.
«Allora non ti lascerò scegliere – esclamò il re. – È con me che ti sposerai!». Le prese una mano tra le sue e la baciò.
«Bella è questa pallida mano sottile. Bello è l’esile piede che vedo nella piccola scarpa bronzata», disse il re.

Dopo una giusta pausa la donna soggiunse: «Vorrei che tuo figlio non rimanesse più a Tara quando ci sarò io, almeno per un anno, perché non desidero incontrarlo finché non ondina-beachl’avrò dimenticato e non avrò imparato a conoscerti bene».
«Non voglio esiliare mio figlio», protestò il re.
«Non sarebbe un vero esilio – disse la donna. – Gli si potrebbe far presente il suo dovere di principe: durante quest’assenza conoscerebbe meglio l’Irlanda e gli uomini … e poi è solo per un anno», implorò la donna.
«Anche se a malincuore, farò come tu dici. Ma, sulla mia mano e sulla mia parola, non è cosa che mi piace».
Poi, contenti e con passo agile, si misero in cammino verso casa e a tempo debito raggiunsero Tara dei Re …

Art stava giocando a scacchi con l’indovino di corte, quando arrivò un messaggero da parte del re: gli ingiungeva di lasciare immediatamente Tara e di tenersi lontano dall’Irlanda un intero anno.
Art lasciò Tara quella sera stessa, e per tutto un anno non fu più visto in Irlanda. Ma in quell’anno le cose non andarono bene né per il re né per l’Irlanda. Ogni anno, prima d’allora, si erano avuti tre raccolti di grano, ma durante l’assenza di Art non ci fu più grano in Irlanda, e non ci fu neppure latte. L’intero regno soffrì la fame …

I poeti e i maghi si radunarono per riflettere sulle cause di quella sventura nel paese, e con le loro arti scoprirono la verità sulla moglie del re, cioè che era Becuma dalla Bianca Pelle, e scoprirono anche la causa della sua venuta dalla Terra dai Molti Colori, che sta al di là del mare e della morte.
Dissero la verità al re, ma lui non poteva sopportare di essere separato da quella gaia ammaliatrice dalle mani affusolate, i capelli dorati e le labbra sottili: chiese quindi loro di scoprire un modo per fargli conservare la moglie e la corona.
Un modo c’era e i maghi glielo rivelarono: «Se si riesce a trovare il figlio di una coppia senza peccato, e si mescola il suo sangue alla terra di Tara, sventura e rovina abbandoneranno l’Irlanda».
«Se esiste un ragazzo così, lo troverò», esclamò Conn dalle Cento Battaglie.

Dopo un anno Art ritornò a Tara. Suo padre gli consegnò lo scettro d’Irlanda e si mise in viaggio per cercare il figlio d’una coppia senza peccato …
Andò a Ben Edair. Salì su una barca, si spinse al largo e lasciò che i venti e le onde lo portassero a casaccio.
mostri-mariniViaggiò tra le isole del mare finché perse del tutto la rotta e fu trascinato in alto mare. Si affidò alle stelle, s’imbatté in foche danzanti e balene, incontrò pesci grandi e piccoli …

Navigando così, perso nel succedersi di giorni e di notti, di venti e di bonacce, giunse infine vicino a un’isola. Le stava voltando la schiena e, molto prima di vederla, ne sentì il profumo e rimase stupito …
«È un profumo di mele, quello che sento», disse tra sé.
Si voltò e vide l’isola, odorosa di meli, dolce di sorgenti di vino; e teso l’orecchio verso la riva, udì un canto di uccelli esultanti.
Approdò su quella terra incantevole e camminò sotto gli uccelli che volavano, sotto i rami di melo, costeggiando laghi profumati, cinti da boschi di sacri noccioli in cui pendevano e cadevano le nocciole della conoscenza …
Vide poi una casa: il tetto era d’ali d’uccello, ali blu rosse e bianche; al centro c’era una porta di cristallo tra stipiti di bronzo. Era la casa della regina dell’isola, Rigru dai Grandi Occhi.
Era assisa su un trono di cristallo con a fianco suo figlio Segda e, insieme, diedero al re supremo un cortese benvenuto …

«Che cosa ti ha spinto fin qui?», gli domandò poi la cortese regina.
«Da un anno in Irlanda non c’è stato né grano né latte – rispose Conn. – La terra si è inaridita, gli alberi seccati, gli uccelli non cantano più e le api non fanno più miele».
«Hai certo un grande problema – assentì la regina – ma a quale scopo sei venuto nella nostra isola?».
«Sono venuto a chiedervi in prestito vostro figlio … Se conduco a Tara il figlio d’una coppia senza peccato e lo si bagna nelle acque d’Irlanda, la terra verrà liberata dalla carestia»…

La regina e il re non avevano nessuna intenzione di dargli in prestito Segda, il loro unico figlio, ma fu Segda stesso a offrirsi dicendo: «Non è giusto rifiutare qualcosa a chi cortesemente come lui richiede. Andrò con lui, mi richiedono per fare del bene e nessuno può sottrarsi a una simile richiesta»…
Così Conn partì dall’isola con Segda, e in tre giorni giunsero in Irlanda, e a tempo debito furono a Tara.

I saggi si consultarono e stabilirono che il ragazzo dovesse essere ucciso, il suo sangue vecchia-con-muccamescolato alla terra di Tara e sparso sotto gli alberi rinsecchiti.
Quando Segda udì il responso, si stupì e si ribellò …
«Morirai per l’Irlanda», disse uno dei saggi e lo baciò tre volte sulle guance.
«A dire il vero – rispondeva Segda declinando quei baci – a dire il vero, il patto non era che io morissi per l’Irlanda, ma solo che mi bagnassi nelle sue acque per allontanare la carestia»…

Il carnefice aveva già estratto la lama ampia e affilata, e tutti i presenti si erano coperti gli occhi coi mantelli, quando una voce implorante pregò il carnefice di aspettare ancora un istante. Era la voce di una donna che spingeva innanzi a sé una mucca.
«Perché volete uccidere il ragazzo?», domandò.
Le spiegarono la ragione per cui l’uccidevano.
«Siete sicuri che maghi e poeti conoscano davvero tutto? – domandò ancora. – Mi dica un mago tra i maghi che cosa si nasconde nelle bisacce sul dorso della mia mucca!».

Nessun mago fu in grado di dirlo, né ci tentò.
«Allora vi dico – aggiunse la donna – che, uccidendo questa mucca, avreste lo stesso risultato che dando la morte al ragazzo … Le vostre disgrazie non cesseranno, fino a quando non sarà bandita da voi Becuma che ne è la causa. In quanto a te, Conn, puoi tenerti Becuma e i tuoi guai finché ti pare. La cosa non mi riguarda».
«Vieni, figlio mio!», disse poi a Segda: perché quella donna era la madre di Segda venuta a salvarlo.
Poi la regina senza peccato e suo figlio tornarono al loro mondo, lasciando il re, i maghi e i nobili d’Irlanda pieni di stupore e di vergogna. […]

Un giorno Becuma, vedendo Art che stava giocando a scacchi, si avvicinò al tavolo dove si svolgeva la partita, e per un po’ osservò il gioco …
«Figlio del re – disse a un tratto – ti chiedo una partita con una posta in gioco».
Allora Art si alzò cortesemente in piedi: «Farò tutto ciò che la regina chiede», disse.

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Si predispose dunque la partita. L’abilità di Becuma era tale che per Art fu difficile contrastare le sue mosse. Ma a un certo momento del gioco Becuma si fece pensierosa e, come per un vuoto di memoria, fece una mossa che diede la vittoria al suo avversario. Restò quindi seduta, mordendosi le labbra coi piccoli denti bianchi e fissando con aria arrabbiata Art.
«Che cosa richiedi da me?», domandò Becuma.
«Ti impegno a non assaggiare cibo in Irlanda finché non avrai trovato la bacchetta regale di Curoi figlio di Daré».
Allora Becuma indossò un mantello e se ne andò da Tara …
Venuta a sapere dove si trovava la fortezza di Curoi mac Daré, non importa con quali arti, persuase Curoi a darle la sua bacchetta: è sufficiente sapere che poté tornare a Tara vittoriosa.

Consegnandola ad Art disse: «Chiedo la rivincita».
«È tuo diritto», disse Art, e si sedettero a giocare sullo spiazzo di fronte alla casa regale.
Fu una partita molto difficile … perché la sorella adottiva di Becuma, Ainé, venne dal Shí, invisibile a tutti, e si intromise nel gioco di Art, sicché d’improvviso, quando lui riportò gli occhi alla scacchiera, impallidì perché si accorse che la partita era persa.
«Io non ho mosso quel pezzo!», disse con fermezza.
«Nemmeno io», replicò Becuma e si rivolse ai presenti perché confermassero quanto scacchi-medievaliaveva detto. Becuma sorrideva segretamente tra sé, perché aveva visto ciò che era invisibile agli occhi dei mortali.

«Penso che la partita sia mia», insistette con tono dolce.
«E io penso che i tuoi amici nel regno fatato abbiano imbrogliato – replicò Art. – Ma la partita è tua, se a te va bene vincere in questo modo».
«Ti impegno a non assaggiare cibo in Irlanda – disse Becuma – finché non avrai trovato Delvcaem, figlia di Morgan».
«Dove posso cercarla?», domandò Art disperato.
«È in una delle isole del mare», rispose Becuma … guardandolo con aria maliziosa, tutta contenta e soddisfatta, perché pensava che Art non sarebbe mai più tornato da quel viaggio e che a lui avrebbe provveduto Morgan.

Art, come prima di lui aveva fatto suo padre, partì per la Terra dai Molti Colori, e vagò di isola in isola chiedendo a tutti come avrebbe potuto trovare Delvcaem, figlia di Morgan. Da nessuno riuscì ad avere notizie, finché raggiunse un’isola fragrante per il profumo di melo selvatico, gaia perché coperta di fiori, gioiosa perché risonante del canto degli uccelli e del caldo ronzio delle api.

In quest’isola fu ricevuto da una dama, Credè, «Rara Bellezza»; e quando si scambiarono i baci di benvenuto, Art le disse chi era e in quale impresa fosse impegnato.
«Ti stavamo aspettando – disse Credè – ma, ahimé, povera anima è un cammino duro, lungo e difficile quello che devi percorrere, perché tra te e la figlia di Morgan si ergono mare, terra, rischi e pericoli … C’è da attraversare un oceano cupo e selvaggio. C’è un fitto bosco dove le spine di ogni albero sono aguzze come la punta di una lancia e curve come artigli. C’è da superare una profonda gola, luogo di silenzio e terrore, pieno di mostri terribili e silenziosi. C’è un’immensa foresta di querce, buia, fitta, intricata, un posto in cui ci si smarrisce, in cui ci si disorienta e ci si perde. C’è una sconfinata, cupa brughiera, e lì c’è una casa tetra, solitaria, piena di echi, in cui abitano sette truci streghe che già sanno del tuo arrivo e aspettano di immergerti in un bagno di piombo fuso».

«Non è un viaggio piacevole – disse Art. – Ma non ho scelta e devo andare».
«Se poi tu – continuò la donna – dovessi riuscire a procedere oltre quelle streghe (nessuno mai ci è riuscito), dovrai affrontare Ailill dai Denti Neri, figlio di Mongan Tenero Germoglio, e chi mai potrebbe sconfiggere quel guerriero gigantesco e terribile?… Ti consiglio di non cercare più la dolce figlia di Morgan, e di fermarti qui, dove tutto ciò che è bello è a tua disposizione».

«Sulla mia mano, tu sei la più dolce e più bella creatura di quante vivono sotto il sole – rispose Art – ma …».
Credè-coppa«Con me dimenticherai l’Irlanda», disse lei.
«Sono sotto vincolo – esclamò Art. – Ho dato la mia parola e non voglio dimenticare l’Irlanda né separarmene per tutti i regni della Terra dai Molti Colori».
Credè non insistette più, ma nel lasciarlo gli sussurrò: «Nel palazzo di Morgan ci sono due fanciulle, mie sorelle. Verranno da te con una coppa in ciascuna mano: una sarà piena di vino, l’altra di veleno. Bevi dalla coppa che è nella mano destra, mio amato».

Mentre Art saliva sull’imbarcazione, la donna, torcendosi le mani, fece un ultimo tentativo per dissuaderlo da quel pauroso viaggio.
«Non lasciarmi – insistette. – Non affrontare questi pericoli. Attorno al palazzo di Morgan c’è una palizzata fatta di pali appuntiti di rame, e in cima a ogni punta c’è la testa di un uomo che sogghigna rinsecchita; soltanto una punta non sta reggendo una testa: perché attende la tua. No, non andarci, amore mio!».
«Devo andarci», disse Art senza esitazione.
«C’è ancora un altro pericolo – gli gridò la donna. – Guardati dalla madre di Delvcaem. Il suo nome è Testa di Cane, figlia del re delle Teste di Cane. Guardati da lei!».
«Ci sono talmente tante cose da cui guardarsi – disse tra sé Art – che non mi guarderò da nulla …».

Andò e andò sul suo piccolo guscio … Art andò alla deriva tra onde verdi scure … enormi fauci cavernose gli si spalancarono dinanzi, e malvagi rotondi occhi sporgenti iniettati di sangue fissarono la barca. Una cresta d’acqua nera come l’inchiostro si rovesciò come una montagna spumeggiante nella barca, e dietro a quella cresta apparve una testa tutta bubboni che gemeva e gorgogliava. Ma Art si lanciava con la sua lunga spada contro questi esseri mostruosi o, più da vicino, li trafiggeva col pugnale …
Nella scura e fitta foresta di querce, uccise le sette streghe … scalò una montagna di ghiaccio … al calare della notte, in una profondissima gola in cui era caduto, fu Art-rospicircondato da rospi giganti che sputavano veleno … incontrò Ailill dai Denti Neri che, seduto su un ponte, era intento ad affilarsi i denti su un pilastro di pietra. Art si avvicinò non visto e l’abbatté …

Dopo aver affrontato e vinto tutti, giunse infine alla dimora di Morgan. Il posto era così bello che Art, dopo gli orrori che aveva dovuto passare, quasi pianse vedendo di nuovo la bellezza.
Delvcaem sapeva che Art stava per giungere. Lo aspettava, lo desiderava con ansia. Al suo cuore Art non era solo l’amore, ma la libertà: infatti la povera fanciulla era tenuta prigioniera nella casa del padre. Una enorme colonna, alta cento piedi, era innalzata sul tetto della dimora di Morgan, e in cima era stata costruita una stanza in cui Delvcaem viveva da reclusa …

Quando entrò nella dimora regale, Art fu accolto e baciato e gli furono offerti bagno, abiti e cibo. Poi due giovani donne gli andarono incontro e, reggendo una coppa in ogni mano, gli porsero la bevanda regale; ma lui, memore dell’avvertimento che gli aveva dato Credè, bevve solo dalla coppa di destra ed evitò il veleno.
Gli venne poi incontro la madre di Delvcaem, Testa di Cane figlia del re delle Teste di Cane e moglie di Morgan. Era armata di tutto punto e sfidò Art in combattimento.

Fu una lotta terribile … ma fu la testa della donna a rotolare al suolo alla fine del combattimento, fu la sua testa ad avvizzire ghignante sul palo riservato alla testa di Art.
Art liberò poi Delvcaem dalla sua prigione in cima alla colonna e i due si unirono in fidanzamento. Ma era da poco finita la cerimonia, quando il pesante passo di un uomo fece tremare l’edificio e sembrò scuotere il mondo intero.
Era Morgan che tornava per sfidarlo a combattimento …

Ciò che Morgan non poteva compiere con le armi, lo tentava con l’inganno, sicché mentre Art gli sferrava un colpo o ne parava uno magistrale, l’aspetto di Morgan si trasformava davanti ai suoi occhi, e il terribile re l’attaccava sotto un’altra forma e da un’altra posizione.
Fu un bene che Art fosse stato prediletto dai poeti e dai maghi della sua terra e che gli avessero insegnato tutto lo scibile sulle metamorfosi e sulle parole magiche – perché solo Art-Delvcaemgrazie a queste sconfisse infine il Mago …
Alla fine Morgan andò a raggiungere la sua regina nel mondo al di là della Terra dai Molti Colori. Il suo vincitore spiccò dalle possenti spalle quella testa ricca di conoscenza.

Art non indugiò oltre nella Terra dai Molti Colori perché non aveva più nulla da cercarvi. Dal tesoro del re scelse le cose che più gli piacevano, e con Delvcaem al suo fianco salì sulla piccola imbarcazione.
Avevano per meta l’Irlanda, e vi andarono come in un lampo …
Di ritorno in Irlanda, Delvcaem, che nelle arti e nella magia era più potente di Becuma, ordinò a costei di andarsene. Becuma obbedì. Abbandonò il suo posto accanto al re. Uscì dall’assemblea di maghi e consiglieri. Non diede l’addio a nessuno. Non salutò neppure il re.
Nessuno sapeva dove sarebbe andata, perché era stata esiliata dalla Terra dai Molti Colori. Pare che andasse a Sasana [la terra dei Sassoni] e che divenisse regina di quel paese: e che fosse proprio lei a suscitare contro la Terra Sacra quell’odio che ancor oggi non è cessato.

(Stephens, Fiabe irlandesi)