Yates – L’arte della memoria in Agostino

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Pochi pensatori hanno meditato sui problemi della memoria e dell’anima più profondamente di Agostino, il maestro pagano di retorica, la cui conversione al cristianesimo è raccontata nelle sue Confessioni.
Dal mirabile passo di quest’opera che riguarda la memoria si ricava, mi sembra, fortissima l’impressione che quella di Agostino fosse una memoria addestrata, educata secondo le linee della mnemonica classica.

Si apre così la sua meditazione sulla memoria: nella prima fase una descrizione della memoria come una serie di edifici, «vasti quartieri», e l’uso del termine «thesaurus» per i suoi contenuti, che richiama la definizione retorica della memoria come «arca (thesaurus) delle invenzioni e di tutte le parti di retorica».
In questi paragrafi iniziali Agostino parla delle immagini derivanti da impressioni sensorie, che sono messe da parte, nella «vasta reggia» della memoria (in aula ingenti memoriae) nella sua «stanza ampia e illimitata» (penetrale amplum et infinitum). Escher-Casa-di-scaleGuardandoci dentro, scorge l’intero universo riflesso in immagini che riproducono non solo gli oggetti stessi, ma perfino gli spazi fra di essi, con mirabile precisione.

Né questo esaurisce la capacità della memoria, poiché in essa «si trovano anche tutte le nozioni delle discipline liberali che non ho ancora dimenticato: esse stanno per così dire relegate in un luogo più interno, che non è un luogo, come non sono le loro immagini, ma le nozioni stesso che porto».
E nella memoria sono conservate anche le passioni e le ansie spirituali.

Il problema delle immagini percorre tutta la trama del discorso. Quando si pronuncia, ad esempio, il nome della pietra o del sole, mentre gli oggetti non sono presenti in sé ai sensi, nella memoria, però, sono certamente disponibili le loro immagini.
Ma quando si nomina «salute», «memoria», «oblio», sono presenti alla memoria come immagini o no?
Sembra che Agostino voglia distinguere il ricordo di impressioni sensorie dal ricordo delle arti e dei sentimenti – finché, poi, s’addentra più a fondo per cercare Dio nella memoria: ma non come immagine, e in nessun luogo.

In quanto cristiano, Agostino cerca Dio nella memoria, e come cristiano platonizzante è persuaso che la conoscenza del divino sia innata nella memoria.
Ma questa vasta memoria, piena di echi, in cui spinge la sua ricerca, non è forse quella di labirinto-scaleun oratore addestrato? Per chi poteva mirare gli edifici del mondo antico nel loro massimo splendore, poco prima della loro distruzione, quale scelta di nobili luoghi di memoria era ancora disponibile!

«Quando richiamo alla mente un arco, voltato con arte elegante e simmetrica, come, lasciatemi dire, vidi a Cartagine – scrive Agostino in un’altra opera e in un altro contesto – una certa realtà che fu comunicata alla mente attraverso gli occhi, e trasferita quindi alla memoria, produce la visione immaginata» (De Trinitate, 9. 6: 11)

Più ancora il motivo delle «immagini» percorre tutta la meditazione sulla memoria nelle Confessioni, e il problema se i concetti si ricordino con o senza immagini può essere stato suscitato dallo sforzo di trovare immagini per i concetti nella mnemonica dei retori.

Il passaggio da Cicerone, oratore addestrato e platonico convinto, ad Agostino, oratore addestrato e cristiano platonizzante, si compiva senza scosse, e troviamo affinità ovvie fra ciò che dice della memoria Agostino e ciò che ne dice Cicerone nelle Tusculanae disputationes.
Per di più, Agostino stesso afferma che proprio la lettura dell’Hortensius, un’opera perduta di Cicerone (intitolata col nome di quell’amico di Cicerone che eccelleva per memoria), lo spinse per la prima volta a pensieri severi sulla religione, che «modificarono i miei sentimenti e a te indirizzarono le mie preghiere, o Signore!» (Confessioni, 3: 4).

Agostino non discute né raccomanda la memoria artificiale. Ciò è implicito semplicemente e quasi inconsciamente nel corso delle sue esplorazioni attraverso una fede-speranza-caritàmemoria che, nella sua straordinaria capacità e nella sua organizzazione, è diversa dalla nostra.
I rapidi accenni alla memoria del più influente padre della Chiesa latino ci spingono a riflettere su ciò che poté essere una memoria artificiale cristianizzata. In tale memoria dovevano essere collocate immagini di «cose» come fede, speranza e carità, e di altre virtù e vizi, o delle arti liberali, e i luoghi potevano essere ormai fissati dalla memoria nelle chiese?

Questo è il genere di domande che si pone lo studioso di quest’arte, la più elusiva di tutte, nel corso della sua storia.
Tutto ciò che si può dire è che quei rapidi accenni indiretti ad essa, che ci vengono accordati prima che essa affondi con l’intera civiltà antica nelle età oscure, sono posti in un contesto assai elevato.
Né dobbiamo dimenticare che Agostino assegnava alla memoria l’alto onore di essere una delle tre potenze dell’anima: la memoria, l’intelletto e la volontà, immagini, nell’uomo, della Trinità.

(Yates, L’arte della memoria)