Kerényi – I labirinti europei

Il fenomeno mitologico definito in Grecia «labirinto» è presente non solo nell’area culturale del Pacifico e in quella del Mediterraneo antico, ma anche nell’Europa settentrionale e occidentale. La possibilità che ci si trovi di fronte a un elemento labirinto-disegno2culturale di tipo universale, le cui origini risalgono all’età della pietra, rimane un’ipotesi da vagliare, anche se finora sembra già arrischiato datare i monumenti superstiti all’età del bronzo. […]

Nell’Europa settentrionale (Scandinavia, Finlandia, Lapponia), i tipi di tracciato in pietra sono fondamentalmente due: il primo (figura a sinistra) presenta un percorso con andamento complicato, ma senza vicoli ciechi; il secondo (figura a destra) invece con un bivio.
Poiché si tratta chiaramente di monumenti di un’arcaica tradizione popolare, conservatisi attraverso varie epoche preistoriche e storiche, è meglio rinunciare ad assegnarli a un’epoca precisa; è preferibile invece basarsi su una diversa ripartizione in labirinto-Wierperiodi: potremmo parlare di un «tempo della vita», di un «tempo della morte» e, fra questi due, di un «tempo dell’estinzione» in cui questa tradizione andava estinguendosi.

Il «tempo della vita» copre epoche sia preistoriche che storiche. Certo, sarebbe importante conoscere con esattezza l’epoca in cui quelle costruzioni sono state erette; però è possibile valutarle solamente sulla base di quel che di esse è sopravvissuto fino al «tempo della morte».
La ricerca scientifica prende corpo in quest’ultimo periodo, e il ricercatore deve sapere che gli è consentito lavorare soltanto su materiali di quest’epoca.

I nomi attribuiti nel nord Europa a queste spirali di pietra vanno considerati come definizioni del «tempo della morte», a meno che non intervengano particolari ragioni a dimostrare il contrario. Sono in genere nomi di città distrutte: Babilonia, Ninive, Gerico, «la distruzione di Gerusalemme», Lisbona (probabilmente solo in epoca successiva al famoso terremoto); sono da interpretare in questo senso anche i nomi scandinavi che indicano le Trojaburgen.

trojaburg

In Inghilterra questi monumenti si chiamano Walls of Troy; nella lingua celtica del Galles Caerdroia. Se ne deve dedurre che questi monumenti nel «tempo della morte» dovevano sembrare planimetrie di città. Si dava così loro un nuovo senso, errato, perché il significato vero e autentico era caduto in oblio; e il nuovo nome veniva tratto dall’erudizione umanistica o cristiano-biblica, talora anche dalla leggenda o dal mito popolare, come nel caso del Pietar-inleikki, «il gioco di san Pietro», o del Jatulintarha, «la foresta dei giganti», in Finlandia; oppure del Völundar hús, «la casa di Völundr», in Islanda, o nel caso del «cerchio magico» della Germania settentrionale. Sul «tempo della vita» e sul significato originario, essi non sono in grado di dirci assolutamente nulla.

Più interessante è un altro nome, di carattere completamente diverso: tra i contadini svedesi della Finlandia, accanto ai nomi biblici compare la parola Jungfrudans, «danza delle vergini», che già sembra rimandare al «tempo della vita».
Esiste uno studio su certi giochi organizzati all’interno di strutture di pietra a forma di labirinto nelle Isole Aaland e sulle scogliere finlandesi, durante i quali i giovani correvano attraverso i corridoi fino a raggiungere la «vergine» seduta al centro.

Eccoci così improvvisamente proiettati, in area nordeuropea, nel tempo in cui questa tradizione era ancora viva, o almeno all’epoca in cui si stava spegnendo. Non abbiamo ragioni per supporre che chi partecipava a questa danza della vergine la vivesse come qualcosa di più di un gioco: cioè non come un semplice divertimento, ma anche come un evento significativo.
danza-fanciulleUna vita piena è anche pienezza di significato, così come un significato pieno è anche pienezza di vita.
E tuttavia riemerge alla memoria il ricordo del cerimoniale di Ceram: anche in quel caso era una fanciulla la meta del movimento a spirale.

Devo forse aggiungere ancora che la cronaca di un viaggio in Norvegia parla di «mura in pietra a forma di anello» trovate sul promontorio di Mortens Naes, presso il fiordo di Varanger, in un luogo visibile da lontano, proprio là dove un tempo sorgeva un cimitero dei Lapponi.
A Grebbestad, nella regione di Bohuslän, ho avuto l’impressione che esistesse un collegamento col regno dei morti. Ma purtroppo non disponiamo di alcuna ricerca sistematica sul rapporto tra le strutture in pietra a forma di labirinto del Settentrione e i cimiteri a prato: se un rapporto ci fosse, nella stessa area nordica esso potrebbe avvicinarci al loro significato originario. […]

I labirinti su prato inglesi (non «costruzioni di pietra», bensì turf-cut-mazes, ossia «dedali [Irrgärten] ritagliati nel tappeto erboso») si trovano in genere in prossimità di un luogo sacro: una chiesa, una cappella o anche un cimitero.
Sembra che nessuno abbia prestato la dovuta attenzione a questa circostanza, e in genere si pretende di spiegarla ipotizzando che quei labirinti servissero originariamente per gli esercizi di penitenza: sarebbero da interpretare, insomma, come «percorsi penitenziali».

È un fatto, però, che nei bambini queste costruzioni sembrano stimolare al contrario la voglia di giocare, e che in questo gioco si risvegliano contemporaneamente sentimenti di gioia e di pena, che si direbbero pagano-mondani piuttosto che cristiano-penitenziali.
La maggior parte dei labirinti effigiati sui pavimenti delle cattedrali medievali di Francia furono distrutti perché i bambini li usavano come terreno di gioco, facendovi a gara a chi per primo ne raggiungesse il centro.
Potremmo parlare di una specie di spontanea rinascita di un costume ormai morto.

Anche in Inghilterra sembra sopravvivere sullo sfondo l’inconscia tradizione di quel labirinto-Chartrespagano, mondano «piacere del labirinto», se mi è consentito coniare questa espressione.
A tale proposito è significativa la testimonianza di un Itinerarium curiosum del diciottesimo secolo: «Gli amanti dell’antichità, specie se di classe inferiore, ne parlano con grande piacere, e come se nella cosa ci fosse un che di straordinario, benché non sappiano dire di che cosa si tratta (…) Ciò che generalmente si vede oggi è solo un’opera circolare fatta di zolle di terra disposte a dedalo o a labirinto, e i ragazzi si divertono a inseguirsi lungo le spirali, in una corsa che li conduce fino al centro, e da lì di nuovo indietro» (Cook, 1914).

Cook, citando da un’altra fonte, aggiunge un dato importante: «Al Dedalo di Camberton, nella contea di Cambridge (laggiù chiamato mazles), fra gli abitanti del villaggio si usava da tempi immemorabili organizzare una festa ogni tre anni, nel periodo pasquale». Ogni volta, nello stesso periodo, il maze veniva rifatto.
Ecco quindi apparire in connessione col labirinto anche un «tempo sacro»: una pagana tetraeteris (si chiama così in greco un intervallo di tempo di tre anni), che si contrappone all’uso cristiano del calendario.

Sono stati studiati anche i labirinti tedeschi, e in modo particolare le antiche tradizioni germaniche che ad essi sono legate; e da queste ricerche si sono ottenuti importanti risultati. Le tradizioni consistono principalmente di danze.
Un esempio efficace dell’area svizzera si trova negli scritti di Uhland: «Una domenica sera sul prato del castello di Greyerz sette persone iniziarono una danza in cerchio che ebbe termine soltanto il martedì successivo, al mattino, nella grande piazza del mercato di Saanen, dopo che settecento tra giovinetti e fanciulle, uomini e donne, si erano lasciati trascinare in quel corteo, che sembrava la spirale di una chiocciola».

Il numero può essere anche inventato, ma l’imponente spirale è innegabile. Tra le figure di danza c’è anche la doppia e la tripla spirale.
sposa-spiraleIl punto centrale intorno a cui si svolge la danza ha spesso un contrassegno particolare: il più delle volte è un albero, ma può trattarsi anche di altri oggetti: una pietra può assolvere altrettanto bene alla stessa funzione.
A volte sono presenti l’uno e l’altra: a Wolfsbehringen, nel centro, sotto il tiglio principale, si trovava una massiccia pietra che fungeva da tavolo. Il corteo dei danzatori girava più volte in cerchio attorno alla grande pietra.

Tuttavia, le forme a spirale non possono assolutamente essere comprese solo a partire da un punto centrale importante: esse hanno un significato anche in quanto sono orientate verso quel centro.
Non meraviglia che le tradizioni dell’«albero di maggio», nella loro grande vitalità, abbiano assorbito anche le danze del labirinto, la cui tradizione si andava rapidamente spegnendo.

Anche in Germania il significato originario era «passaggio», piuttosto che «giro in cerchio»: sta a provarlo il fatto che nel villaggio di Marmeke, in Vestfalia, si siano trovate raffigurazioni del labirinto sulla parte superiore della porta di una casa contadina. Per spiegarle si è fatto ricorso a una tradizione del carnevale vestfalico: una vera e propria danza del labirinto; si trattava di una danza che veniva eseguita a Münster, nel sedicesimo secolo, dalla gilda dei macellai.
«Quando i danzatori arrivavano davanti alla casa di un macellaio, si doveva aprire loro tutta la parte bassa della porta. I maestri della corporazione entravano in casa schierati su un’unica fila, insieme con la sposa; si tenevano uniti con gli anelli che avevano in mano, uno dietro l’altro».
Bisognerà ricordarsene, quando si parlerà del chorus Proserpinae italico e della danza chiamata tratta.

Valchenborch-landscape-in-spring

Nel sedicesimo secolo, al centro finì per trovarsi sempre più frequentemente l’«albero della vita». Ma i quadri di Lucas van Valkenborch e di Hans Bol presentano anche un altro aspetto del labirinto nella cultura tedesca antica, che appare decisamente mitologico: lo si riconosce su una particolare isoletta a labirinto, immerso in un paesaggio primaverile.
Su questo tema possediamo anche un documento folclorico: un’antica danza in fila indiana che veniva effettuata ogni tre anni a Schwäbisch-Hall su una piccola isola ombreggiata di antichissimi tigli.

E con ciò siamo di nuovo approdati a una tetraeteris.
Un tempo sacro, questo volta di tipo più schiettamente cristiano, si intreccia al labirinto nella Germania settentrionale già nel diciassettesimo secolo: il «cerchio magico» presso Neustadt-Eberswalde, nel Brandeburgo, veniva riprodotto ogni anno, il lunedì che precede l’Ascensione.
In quello stesso periodo a far rivivere il labirinto finirono per intervenire sempre più spesso ragioni «sportive» per un verso (nel «cerchio magico» si organizzano vere e proprie gare podistiche) e per un altro motivazioni «ludiche» (nella forma dei giardini a labirinto classicheggianti, infatti, lo si utilizzava anche per giochi di destrezza o di combinazione).

Il passaggio arduo ma anche giocoso e intimamente festoso, diventa un intrico di corridoi ciechi.
Alla fine della sua evoluzione si dà un elemento del tutto razionalistico, una struttura geniale. Gli ultimissimi stadi di questo processo di decadimento, infine, sono rappresentati dai labirinti tascabili, dei giocattoli con una piccola biglia che il bambino, con abilità e sveltezza, deve riuscire a far giungere fino al centro.

(Kerényi, Nel labirinto)