Agostino – Memoria e oblio

Sì, ma anche quando nomino l’oblio riconosco la cosa di cui parlo: e come farei se non me ne ricordassi? Non semplicemente della parola, voglio dire: ma della Magritte-memoriacosa che essa significa. Dimenticata questa, anche il valore del suono io non varrei a riconoscerlo.
Dunque, quando ho memoria della memoria, questa è presente a sé in se stessa; ma quando ho memoria dell’oblio, entrambi sono presenti, memoria e oblio: la memoria con cui ricordo, e l’oblio che ricordo.

Ma che cos’è l’oblio se non assenza di memoria? In che senso dunque è presente – tanto da poterlo ricordare – se esso presente è assente la memoria?
Eppure, se serbiamo memoria di ciò che ricordiamo, e se d’altra parte senza il ricordo dell’oblio non potremmo neppure, quando ne sentiamo il nome, riconoscerne il significato, allora anche dell’oblio si serba memoria. E così ci è presente e non la dimentichiamo, questa assenza per cui dimentichiamo.

Ma questo cosa vuol dire?
A quanto sembra: che quando ricordiamo l’oblio, non è la cosa stessa che si trova nella memoria, ma una sua immagine: perché la presenza essenziale dell’oblio ce lo farebbe dimenticare, e non già ricordare.
Ma, infine, chi saprà affrontare questa indagine? e capire come stanno veramente le cose?

Che fatica, mio Signore, è questa di scavare in me stesso: mi son fatto a me stesso terra di pena e di sudore. E non sono le plaghe del cielo, gli spazi interstellari o le bilance su cui si libra la terra che stiamo studiando o calcolando: sono io che ricordo, io la mente.
Non fa meraviglia che sia lontano da me tutto ciò che io non sono: ma che cosa mi è più vicino di me stesso?
E tuttavia, la potenza della mia memoria non si lascia comprendere da me, che pure senza di essa non potrei nemmeno chiamarmi «me stesso».

Perché che cosa dovrei dire quando sono certo di avere memoria dell’oblio? Che ciò che ricordo non l’ho nella memoria? o che l’oblio inerisce alla memoria proprio perché io non dimentichi?
Entrambe le proposizioni sono perfettamente assurde.
Ma ce n’è una terza: vediamola.

La mia memoria potrebbe conservare l’immagine dell’oblio, non l’oblio stesso, quando lo ricordo.
Ma come posso sostenerlo, anche questo?
Quando s’imprime nella memoria l’immagine di una cosa, quale che sia, è sempre skizzinecessaria la presenza della cosa stessa, perché se ne imprima l’immagine. Così, ad esempio, mi ricordo di Cartagine, di tutti i luoghi in cui sono stato, dei volti che ho visto, e dei dati di tutti gli altri sensi e anche della salute e del dolore: mi si offrirono in carne e ossa queste cose, e la memoria ne catturò le immagini, per consentirmi di averle presenti e di penetrarle e riesaminarle con lo sguardo interiore quando le avessi rievocate, ormai assenti.

Se dunque l’oblio si conserva nella memoria attraverso una sua immagine e non in se stesso, bisogna che sia stato realmente presente per lasciare questa immagine.
Ma se fosse stato presente, come avrebbe potuto scrivere nella memoria la sua immagine, esso che con la sua sola presenza cancella tutto ciò che vi trova già segnato?
Eppure ne sono certo: in un modo o nell’altro, per incomprensibile o inesplicabile che sia, io perfino dell’oblio serbo memoria, di questa rovina dei ricordi.

Grande è questa potenza della memoria: c’è qualcosa che fa paura, mio Dio, in questa sua profonda, infinita complessità. E tutto questo è la mente, sono io stesso. Dio mio, che cosa sono io, dimmi qual è la mia natura.
Un’esistenza varia e polimorfa, smisurata e veemente. Eccoli: i campi e gli antri e le innumerevoli caverne della mia memoria, stipati di ogni sorta di cose, innumerevoli: e queste son lì, presenti solo in immagine – tutti i corpi, ad esempio – o in se stesse, come le capacità professionali, o sotto qualche specie di nozione o notazione, come gli stati d’animo – perché anche quando non sono vissuti, sono pure tenuti a mente, se è nella mente tutto ciò che è nella memoria.

E io passo in rassegna tutte queste cose, a volo, penetrando qua e là per quanto posso, ma non finiscono mai di scorrere: tanta è la potenza della memoria, tanta la vita implicita nell’uomo, per cui vivere è morire.
Che cosa devo fare allora – mia vita vera, tu dimmi, mio Dio.
Passerò oltre: anche oltre questa mia potenza che si chiama memoria, io la trascenderò per protendermi verso di te, dolce lume.
Che cosa dici, ora? sì, in questa ascesa verso di te che dimori più in alto, io salirò per la mia stessa mente, trascenderò anche questa mia potenza che si chiama memoria, nel desiderio di incontrarti, qualunque sia la via di questo incontro, e di aderire a te, quale che sia questa adesione.

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In fondo, anche le bestie e gli uccelli hanno memoria, altrimenti non ritroverebbero i loro nidi e le molte altre cose consuete: e non vi sono consuetudini che si possano acquistare senza memoria.
Trascenderò dunque anche la memoria, per incontrare lui che mi ha distinto dai quadrupedi e mi ha fatto più sapiente degli alati.
Trascenderò anche la memoria per trovarti – ma dove, vero bene, dolcissimo riposo, dove?
Se non è nel raggio della memoria che ti trovo, vuol dire che ero immemore di te. E come posso trovarti, se di te non ho memoria?

Una donna aveva perduto una dracma e la cercò con la lanterna: ma non l’avrebbe trovata se non ne avesse serbato memoria. Perché, come avrebbe fatto a sapere che era quella, trovandola, se non l’aveva già in mente?
Molte cose perdute mi ricordo di aver cercato e trovato. Così so anche che se durante la ricerca mi si chiedeva: «è questo per caso? è quello?», io rispondevo di no finché non mi veniva presentata proprio la cosa che stavo cercando. E se non l’avessi tenuta a mente io non l’avrei trovata neppure se me l’avessero messa sotto gli occhi, perché non l’avrei comunque riconosciuta.

E accade sempre così, quando cerchiamo e ritroviamo una cosa perduta.
Se ad esempio perdiamo di vista una cosa qualunque, un oggetto visibile, ma senza che ci esca di mente, la sua immagine ci si conserva dentro, e noi cerchiamo finché non ci sia Chagall-violinistarestituita alla vista. Appena la si trova, la si riconosce dall’immagine che se ne aveva dentro.
E non si ha l’uso di chiamare «ritrovata» una cosa che pareva perduta se non la si riconosce, né si può riconoscere una cosa se non se ne ha memoria: la cosa che per gli occhi non esisteva più, era in salvo nella memoria.

E quando è la memoria stessa a smarrire qualcosa, come accade quando cerchiamo di ricordare qualcosa che avevamo dimenticato, dove cerchiamo in effetti se non nella memoria stessa?
E se questa ci presenta una cosa per un’altra, la respingiamo, finché non appaia quella che cercavamo. E quando appare, diciamo: «eccola, è questa»: cosa che non diremmo se non la riconoscessimo, e non la riconosceremmo se non ne avessimo serbato memoria.

Dunque è vero, ce ne eravamo dimenticati. Ma non del tutto: come se la parte che non ci era uscita di mente cercasse l’altra, e la memoria, sapendo che un tempo l’una si tirava dietro l’altra, e quasi sentendosi azzoppata nel moncone di questa abitudine, sollecitasse la restituzione della parte mancante.
Così se abbiamo sotto gli occhi o in mente una persona che ci è nota e cerchiamo di ricordarci il suo nome, non riusciremo ad associarvene un altro, per quanti ce ne possano venire in mente: e li respingiamo uno per uno, finché non si presenta quello con cui eravamo abituati a pensare a quella persona, e in quel nome la sua consueta immagine si acquieta, quasi finalmente combaciandovi.

E da dove torna a presentarsi quel nome se non dalla memoria stessa?
È perché viene da lì che lo riconosciamo, anche quando sono altri a suggerircelo. Non ci crediamo infatti come a cosa nuova, ma ammettiamo che è proprio quello che ci vien detto, ora che ce ne ricordiamo. Se ci fosse stato completamente cancellato dalla mente, non lo riconosceremmo neppure dietro suggerimento. E in realtà non è ancora del tutto dimenticata, una cosa che ricordiamo di aver dimenticato. Una cosa che ci manca non si può neppure cercarla, se l’abbiamo dimenticata del tutto.

(Agostino, Confessioni, 10. 16-19)