Goffredo di Strasburgo – Lameir di Tristano e Isotta

Di nuovo le navi prendono il largo e lietamente seguono la rotta: ma a bordo a due soli cuori amore ha fatto smarrire il cammino.
I due amanti sono persi nei loro pensieri, oppressi ambedue dal male d’amore che opera mirabili cose: muta in tossico il miele, rende amara la dolcezza, incendia la rugiada, Tristano-Isotta-musikconverte il balsamo in pena; spoglia così ogni cuore della propria natura, e sovverte il mondo intero.

Tristano e Isotta ne sono stati colpiti. Li opprime un’identica e insolita pena: solo se si vedono, trovano pace o conforto. Ma appena si guardano, allora ricomincia il tormento; non possono soddisfare il desiderio, ché pudore e ritegno li spogliano di ogni piacere. Quando si osservano in segreto, lo sguardo rimane impaniato, e il viso assume lo stesso colore della mente e del cuore.
Amore, che muta i colori, non si contenta d’essere tenuto nascosto nel chiuso dei due nobili cuori, ma apertamente vuole manifestare il proprio potere. E, invero, nei due amanti esso è manifesto, ché il colore del volto non rimane a lungo immutato. Essi arrossiscono e subito sbiancano, e impallidiscono e si fanno di fuoco così come amore li tinge.

A tali segni, ognuno riconosce allora – così come si suole in simili cose – che amore attira l’un verso l’altra i loro pensieri. Prendono subito a contemplarsi amorosi, a spiare il tempo e il luogo per colloqui segreti.
Quei cacciatori d’amore, con domande e risposte, più e più volte si tendono reti e lacci, agguati e imboscate: di molte cose ragionano tra loro. All’inizio, le parole di Isotta sono quelle di ogni fanciulla: pian piano ella si avvicina all’amico e all’amato, con tortuoso cammino. Dapprima gli ricorda come egli sia giunto a Develine, solo e malato, in una navicella alla deriva; come ella e la madre l’abbiano accolto e perfino guarito; e pure rammenta come, sotto la guida di lui, ella abbia appreso per esteso il latino, e l’arte dello scrivere e suonare strumenti a corda.
Con molti giri di parole gli parla del suo virile coraggio, e anche del drago, e come due volte ella l’abbia riconosciuto: nella pozza d’acqua, e nel bagno. Ora le loro parole si alternano: ella si rivolge a lui, ed egli a lei.

«Ahimé – dice Isotta – che un tempo ebbi l’occasione e non vi uccisi nel bagno! Signore Iddio, perché agii così? se allora avessi saputo quel che so ora, certo sarebbe stata la vostra morte!».
«Perché, bella Isotta – egli chiede – cosa v’affanna? cosa sapete?».
«M’affanna quello che so; quello che vedo mi tormenta; mi opprimono il cielo e il mare; il corpo e la mia stessa vita mi sono di peso».

Isotta-film

Si appoggia a lui, sostenendosi col gomito, e tale è il principio dell’ardire. I limpidi specchi dei suoi occhi si riempiono di lacrime segrete. Il cuore le si gonfia nel petto, si distendono le dolci labbra; il capo si china.
Allora l’amico la riprende tra le braccia, e si tiene né troppo vicino né troppo discosto, come si conviene a chi le è estraneo.
«Suvvia, dolce signora – le sussurra dolcemente. – Ditemi cosa vi opprime e di che vi lagnate».
«Lameir – risponde Isotta, zimbello d’amore – è il mio tormento; lameir mi opprime l’animo; lameir mi dà simile pena».

Tristano la sente pronunciare più volte lameir, e subito pensa e ricerca con cura il significato di tale parola. E ricorda che l’ameir vuol dire amore; l’ameri amaro e la meir il mare. Di significati gli sembra ve ne siano una schiera. Ne tralascia uno, e chiede degli altri due.
Non una parola dice dell’amore, che è signore e padrone di entrambi, loro comune speranza e desiderio, e parla solo dell’amarezza e del mare.
«Bella Isotta – dice – credo che il mare e la sua asprezza siano la causa del vostro soffrire. Sentite il sapore del vento e del mare, e tutt’e due vi sembrano amari».
«No, signore, no! che dite? né l’uno né l’altro mi sono molesti; non mi dispiace il mare, e neppure il suo vento. Lameir solo è la mia pena».

Quando Tristano ha ben compreso l’intera parola, e vi ha scoperto amore, le parla in segreto.
«In verità, bella signora, esso tormenta pure me. Voi e lameir siete la mia pena. Mia Tristano-Isotta-ampolladiletta e amata Isotta, voi sola e l’amore per voi m’hanno sconvolto e rapito il cuore e la mente: sono sì smarrito che mai più ritroverò il cammino. Tutto ciò che vedo mi duole e mi opprime, mi tedia e dispiace. Nulla al mondo è caro al mio cuore all’infuori di voi».
«Signore, così siete voi per me», risponde Isotta.

Ora i due amanti hanno riconosciuto in loro stessi un’unica volontà e un sol cuore e pensiero; tale certezza mitiga il tormento, e pure lo rende palese. Ognuno guarda l’altro e parla con maggiore ardire: l’uomo alla fanciulla, la fanciulla all’uomo.
Il riserbo è finito: egli la bacia, ed ella lo bacia a sua volta, con amore e gran tenerezza. È il felice inizio del lenimento d’amore; ognuno mesce e beve la dolcezza che sgorga dai loro due cuori.
Sempre, quando ne hanno l’occasione, avviene questo reciproco scambio, ma sì nascostamente che nessuno penetra il loro animo e il loro pensiero, se non colei che già li conosce: la saggia Brangania.

Quietamente e in segreto, ella spesso li osserva, e nota la loro intimità.
«Ahimé – pensa in cuor suo – ben lo vedo: l’amore principia tra loro!».
E non tarda a comprendere che è sentimento profondo e, dal loro aspetto, indovina l’intima pena del cuore e della mente. Il dolore di entrambi la opprime, ché in ogni momento li vede amareggiarsi e amare, sospirare e soffrire, meditare e sognare, e mutar di colore. Sono così assorti nei loro pensieri che tralasciano ogni nutrimento, finché la privazione e il dolore li vincono; Brangania è in grande angustia, e teme che per loro sia giunta la fine.
«Fatti coraggio – pensa – e scopri cosa accade».

Un giorno, la nobile e saggia fanciulla sedeva accanto a loro, silenziosa e raccolta.
«Qui non v’è alcuno all’infuori di noi tre – dice. – Svelatemi cosa vi turba. Vi vedo sempre assorti nei vostri pensieri, e sospirare, rattristarvi e dolervi in ogni momento».
«Nobile signora, se mi fosse lecito, ve lo direi», risponde Tristano.
«Fatelo, dunque, signore. Ditemi tutto ciò che volete».
«Benedetta e nobile signora – egli risponde – non oso dire altro, a meno che ci assicuriate con lealtà e giuramento che sarete benigna verso noi miseri; altrimenti saremo perduti».

Tristano-Isotta-Brangania

Brangania dà la propria parola. Promette e assicura, sul proprio onore e davanti a Dio, che farà come essi vorranno.
«Leale e nobile signora – dice Tristano – prima pensate a Dio e poi alla salute della vostra anima: considerate la nostra sofferenza e afflizione. Non so quel che è accaduto a me misero e alla misera Isotta, ma in breve tempo abbiamo entrambi smarrito il senno per uno strano male: moriamo d’amore, e non possiamo trovare né il tempo né il luogo per incontrarci, ché mattina e sera voi vi inframmettete tra noi. Ne morremo per certo, e vostra e non di altri sarà la colpa. La nostra morte e la nostra vita sono nelle vostre mani. Con ciò è detto abbastanza. Brangania, nobile fanciulla, aiutateci dunque, e soccorrete la vostra signora Isotta, e me».

«Signora – chiede Brangania volgendosi a Isotta – la vostra pena è davvero grave come egli dice?».
«Sì, diletta cugina», risponde Isotta.
«Dio abbia misericordia, ché il diavolo s’è fatto beffe di noi! – dice Brangania. – Ora ben comprendo che non v’è scampo, e che per amor vostro dovrò agire per il mio proprio dolore e la vostra vergogna. Ma piuttosto che lasciarvi morire, vi darò l’opportunità di fare a vostro talento. Da questo momento, non rinunciate a causa mia a quanto non tralascereste neppure per il vostro onore. Ma se potete dominarvi e astenervene, rinunciate! Questo è il mio consiglio. Fate che l’onta rimanga nascosta, e sia un segreto tra noi. Se la palesate, sarà a vostro disonore. Se altri all’infuori di noi l’apprendesse, sareste perduti, e io pure al pari di voi. Diletta signora, bella Isotta, nelle vostre mani sono ora affidate la vita e la morte: con la vita e la morte agite secondo il vostro desiderio. D’ora in poi non abbiate timore per causa mia, e fate quanto vi aggrada».

Quella notte, mentre la bella Isotta giace dolente e langue per l’amico, Tristano e Amore, cioè l’amico e il risanatore, s’insinuano furtivi nella sua cabina.
Amore, il risanatore, conduce per mano il suo paziente Tristano, e trova Isotta, l’altra loversmalata. Senza indugio prende i due pazienti, e li dona l’uno all’altra, quale reciproca medicina. Cosa mai avrebbe potuto liberarli e separarli dal loro mutuo male se non l’unione, il nodo che lega i loro sensi?
Amore, il seduttore, unisce i due cuori coi dolci vincoli della sua forza prodigiosa e della sua consumata maestria, sì che essi non si scioglieranno mai, per tutta la vita. […]

Ben so che Tristano e Isotta non vollero attendere, e che la pena e il tormento furono leniti quando entrambi ebbero raggiunto la meta del loro comune desiderio.
Lo struggimento che incatena la mente è ormai placato; ora essi appagano tra loro quel che bramano tutti gli amanti. Quando il tempo e il luogo sono propizi, con animo fiducioso pagano e riscuotono di buon grado il tributo da se stessi e dall’amore.
Il viaggio e il navigare sono per loro una vera letizia. Ora che il riserbo è finito, l’intimità è ricca e festosa, e in ciò v’è senno e saggezza: ché gli amanti che rivelano il proprio amore, e poi lo nascondono l’un l’altra, e ne hanno ritegno e si estraniano all’amore, spogliano se stessi. Più si celano, più si derubano, e mescolano gioia a dolore.

Questi due amanti non si nascondono: con parole e con sguardi rivelano l’uno all’altra i propri segreti.
Trascorrono così il viaggio in piena letizia; pure non sono del tutto felici, ché li turba il timore del futuro. Paventano ora che quel invero accadrà, e che nei giorni a venire li spoglierà di ogni gioia e recherà tanti affanni: la bella Isotta deve essere sposa dell’uomo cui non vuole essere data.
Pure, un altro pensiero li affligge: Isotta è ormai donna. È questo il timore che li tormenta: ma la pena è tollerabile e lieve, ché più e più volte sono liberi di soddisfare il proprio desiderio.

Tristano-Isotta-love

Ora che sono sì vicini alla Cornovaglia da scorgerne la costa, tutti si rallegrano e ne sono lieti. Ma non Isotta e non Tristano, che sono in angustia e pena: se potessero agire a proprio talento non vedrebbero mai quella terra.
Temono per l’onore di entrambi e il cuore ne è oppresso. Non sanno cosa e come fare perché il re non sappia che Isotta non è più fanciulla.
Pure, per quanto inesperti siano i giovani amanti nella loro giovinezza, Isotta trova un buon consiglio.

Non dilunghiamoci oltre!
Isotta, nella sua giovinezza, escogita l’artificio e l’astuzia migliori in quel frangente: prega cioè Brangania di giacere quella prima notte con Marco loro signore in perfetto silenzio, e di essergli compagna. Egli non potrebbe essere meglio ingannato, ché Brangania è bella, e fanciulla.
Così amore insegna a praticare la falsità alle menti rette e pure che dovrebbero invece ignorare quanto conduce alla perfidia e all’inganno.
Gli amanti agiscono dunque in questo modo. Tanto supplicano Brangania, e tanto a lungo, che raggiungono il loro scopo, ed ella accetta e dà giuramento, se pure con grande riluttanza.

(Goffredo di Strasburgo, Tristano)