Wolfram von Eschenbach – Parzival lascia il castello del Graal

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Parzival non dormì solo: una grande pena gli tenne compagnia fino all’alba. Il dolore futuro gli mandava nel sonno i suoi messaggeri, così che il giovane eroe fu in tutto compagno alla madre nel sogno che ella aveva sognato per amore di Gahmuret.
Di colpi di spada era trapunta, tutto intorno ai lembi, la tela del sogno; e nel mezzo, fitta di molti duelli. Non poco affanno soffrì egli nel sonno per l’impetuoso galoppo. Da sveglio avrebbe preferito trenta volte la morte piuttosto che soffrir questo. Tale era il soldo che il dolore gli assegnava.

Alla fine dovette svegliarsi da simili fiere visioni: era tutto in sudore, le vene e le ossa. Il giorno splendeva per le finestre. Allora egli disse: «Ahimé! dove sono i paggi, che non sono qui con me? Chi mi porgerà i miei vestiti?».
Mentre li aspettava, si addormentò un’altra volta. Nessuno nel castello parlava o chiamava: erano tutti scomparsi. Ma a mezzo mattino il giovane eroe si svegliò di nuovo e subito si levò in piedi.

Il valoroso cavaliere vide posata sul tappeto la sua corazza e due spade: l’una gliela aveva donata il signore del castello, l’altra veniva da Kahaviez.
Allora egli subito disse a se stesso: «Ahi! perché hanno fatto questo? sì, certo, io mi rivestirò di quest’armi. Nel sonno ho sofferto tali ansie che certamente nella veglia, ancora oggi, mi aspetta una grande impresa. Se il signore di questo castello è nelle strette Parzival-castellodi guerra, allora combatterò volentieri al suo servizio e servirò fedelmente anche colei [Repanse de Schoye] che nella sua bontà mi prestò questo mantello nuovo. Oh, se le stesse in animo di voler accettare il mio servizio! Per lei mi farebbe piacere di farlo, e pure non per compenso d’amore, poiché la mia donna, la regina, è nelle forme altrettanto luminosa, o anche migliore, questo è certo».

Egli fece quel che doveva fare: si armò tutto dai piedi al capo per essere pronto a ogni risposta in combattimento, si cinse le due spade, poi uscì di fuori per la porta: lì, alla scala, era attaccato il suo cavallo e, appoggiati accanto, lo scudo e la lancia: era quel che voleva.
Prima di montare a cavallo, l’ardito Parzival percorse ancora parecchie delle sale chiamando gente. Ma con grande suo dolore non udì né vide nessuno; allora si svegliò in lui una grande collera.

Corse là dove la sera era smontato al suo arrivo. Lì la terra e l’erba erano battute dalle peste e la rugiada tutta sparsa al suolo. Continuando a gridare, il giovane uomo ritornò di corsa al suo cavallo e, imprecando, vi salì.
Numerose orme uscivano dal portone spalancato. Egli non si fermò molto: bravamente si buttò al trotto sul ponte.
Subito un garzone non visto tirò la corda, così che la ribalta del ponte, nel levarsi, quasi gli abbatteva il cavallo. Parzival si voltò a guardare. Ora avrebbe voluto aver chiesto meglio.
«Vi abbia in odio la luce del sole! – gridò il garzone. – Avreste pure aperto codesta vostra bocca e domandato al mio signore, papero che siete! Avete avuto a schifo un’occasione di grande gloria».

L’ospite si voltò gridando a domandare schiarimenti, ma non gli venne risposta. Per Parsifal-ritrovatoquanto egli gridasse a quella volta, il garzone si comportò come se, andando, dormisse; e chiuse sbattendo il portone.
Ahi! Troppo presto partì quegli di là, in un momento fatale per l’eroe che ora dovrà pagare lo scotto delle sue gioie. Ogni gioia è finita per lui. Nel momento in cui aveva trovato il Graal, era stato gettato il dado delle sue sofferenze; e ciò soltanto coi suoi occhi, senza la mano e senza le facce di un dado.
Ora lo sveglierà dalla sua pace un dolore, a cui prima non era affatto abituato e che certo non aveva molto bramato.

Parzival, gagliardo, si accinse a seguire le peste che vide là e pensava: «I cavalieri che sono passati prima di me, io credo, verranno oggi a dura battaglia per la causa del signore che mi ha ospitato. Se mi volessero tra di loro, non per ciò la loro schiera avrebbe men forza; non mi si vedrebbe fuggire, anzi li aiuterei nelle strette del combattimento. E così mi guadagnerei il mio pane ed anche questa spada meravigliosa che il lor nobile signore mi ha donata e che porto senza essermela conquistata. Credono forse che io sia un vile?».

Il nemico di ogni falsità seguì le tracce degli zoccoli. La sua partenza di là non cessa di rattristarmi. Ora comincia per lui nuova ventura.
Le peste cominciarono a diminuire: i cavalieri che erano passati di lì prima di lui si erano divisi; le tracce che prima eran larghe ora si facevano strette, finché egli le perdette di vista. Ciò lo addolorò.
A un tratto il giovane uomo sentì cosa che diede pena al suo cuore: il forte guerriero udì la voce lamentosa di una donna. Tutto, intorno, era ancora bagnato di rugiada.

Davanti a lui, sopra un tiglio, era seduta una giovane donna, a cui fedeltà d’amore era causa di grande afflizione.
Essa teneva abbandonato tra le braccia un cavaliere morto, imbalsamato. Se mai uno Parzival-Sigunevedesse quella donna in quella posa e non ne sentisse pietà, io non esiterei a dire che colui non ha sentimento d’amore.
Parzival diresse il cavallo alla sua volta, ma non la riconobbe affatto: eppure era la figlia di sua zia. Ogni fedeltà d’amore terreno è vento a paragone della fedeltà che v’era in quella donna.
Egli la salutò e disse: «Madonna, mi fa grande pena il dolore che avete nell’anima. Se mai aveste bisogno del mio aiuto, mi vedreste al vostro servizio».

Essa lo ringraziò dal profondo della sua pena e domandò donde giungesse cavalcando; disse: «Non è verosimile che alcuno intraprenda suo viaggio in questo luogo deserto. A un pellegrino inesperto, qui, può sopraggiungere grande sventura. Ho udito e visto io stessa molta gente perdere la vita, trovare la morte con le armi in mano. Tornatevene indietro, se tenete alla vostra salvezza. Ma ditemi prima, dove siete stato la notte passata?».
«In un castello, a uno o più miglia di qui, che mai ne ho visto più nobile, colmo d’ogni sorta di ricchezza. Di là sono partito, a cavallo poc’anzi».

Essa disse: «Se mai uno vi presta fede, voi non dovete trovar piacere a mentirgli. Lo scudo che portate è pure di forestiero. Partendo a cavallo da un paese abitato fino a questa volta, troppo grave vi sarebbe stato traversar questo bosco. Qui, per trenta miglia all’intorno, non è mai stato tagliato albero o pietra per nessun edificio, fuorché un castello che si sta tutto solo: e quello è colmo di ogni gioia terrena. Chi lo cerca a bella posta purtroppo non lo trova, benché molta gente si veda andarne in cerca; soltanto senza volerlo deve avvenire che uno lo veda. E io credo che questo a voi, signore, non è toccato. Si chiama Munsalwaesche, e Terre de Salwaesche è il nome del regno. Lo lasciò il vecchio Titurel a suo figlio, re Frimutel: la mano di questo valoroso guerriero si acquistò molte vittorie, ma egli giacque alla fine morto in un duello a cui servizio d’amore l’aveva spinto. Lasciò quattro figli valorosi; tre di essi vivono, nonostante la loro ricchezza, Parzival-Sigune2nell’afflizione; il quarto, che si chiama Trévrizent, vive in povertà e lo fa a onore di Dio per penitenza.
Suo fratello Anfortas cerca sostegno: non può cavalcare né andare, non sdraiarsi né stare ritto. Lui è signore a Munsalwaesche: un male innominabile non lo abbandona mai. Oh, se voi foste giunto colà, a quella schiera di gente immersa nel pianto, allora sarebbe stata per il loro signore la salvezza dal molto dolore, che soffre da gran tempo».

Parzival il Vallese disse alla fanciulla: «Grandi prodigi ho visto io là e molte dame bellissime».
Alla voce essa lo riconobbe.
Allora disse: «Tu sei Parzival. Or dimmi, hai visto il Graal e il suo sconsolato signore? Fammi udire la lieta notizia, se la sua tribolazione è finita, allora felice te per il fortunato viaggio. Poiché su tutto quanto l’aria circonda tu dovrai ergerti alto. Ti servirà tutto il mondo civile e selvaggio: sei destinato alla più alta potenza e ricchezza».

L’eroe Parzival disse: «Da che mi avete riconosciuto?».
Essa rispose: «Ecco, io sono la fanciulla che una volta pianse davanti a te la sua afflizione e che ti disse il tuo nome. Non deve farti vergogna il vincolo di sangue per cui tua madre è mia zia: quella è un fiore di purezza femminile, anche senza rugiada purissimo. Dio ti remuneri della pietà che avesti per il mio amato; egli mi cadde morto in duello. Io lo tengo qui. Ora misura il dolore che Dio mi ha dato in lui, troncando così la sua vita. Era un uomo di virile bontà e la sua morte, allora, mi fiaccò; poi, di giorno in giorno sempre di più, non ho conosciuto che nuovo pianto».

«Ahimé, dove se n’è andata la tua bocca purpurea? Sei tu Sigune, colei che senza ombra di falsità mi annunziò chi io ero? Della tua chioma ricciuta lunga e bruna è fatto privo il tuo capo. Nella foresta di Prizljan, allora, ti vidi tanto bella d’amore, benché fossi piena d’angoscia. Hai perduto colore e forza. A me troppo peserebbe una così dura compagnia, se dovessi averla. Su, vieni, seppelliamo quest’uomo morto!».

(Wolfram von Eschenbach, Parzival, 5: 245-252)