Frazer – La prostituzione sacra

Sembra che a Cipro vigesse l’uso che ogni donna prima di sposarsi dovesse prostituirsi a uno straniero nel santuario della dea, Afrodite, Astarte o chi altra fosse.
Costumi analoghi erano in vigore in molte altre parti dell’Asia occidentale. Qualunque ne sia stato il motivo, quest’uso non era affatto considerato come un’orgia di lussuria ma prostituta-sacracome un dovere solenne e religioso fato in onore della grande dea genitrice dell’Asia occidentale, il cui nome variava secondo il luogo mentre ne rimaneva costante il carattere.

È così che a Babilonia tutte le donne, ricche o povere, avevano il dovere, una volta nella loro vita, di sottoporsi agli abbracci di uno straniero nel tempio di Mylitta, ossia di Ištar, o Astarte, e dedicare così alla dea i danari guadagnati da questa santificata prostituzione.
Il sacro recinto era affollato dalle donne che attendevano di compiere il rito. Alcune di esse dovevano aspettare là degli anni. A Eliopoli, o Baalbek in Siria, famosa per le grandi rovine di giganteschi templi, ogni vergine doveva, secondo l’uso, prostituirsi a uno straniero nel tempio di Astarte; matrone e vergini testimoniavano nello stesso modo la loro devozione alla dea.
L’imperatore Costantino abolì il culto, distrusse il tempio e costruì in sua vece una chiesa.

Nei templi fenici le donne si prostituivano per una mercede che andava a favore della religione, e credevano che per mezzo della loro condotta si sarebbero propiziata la dea e guadagnato i suoi favori.
Era una legge degli Amoriti che colei che stesse per sposarsi dovesse prostituirsi per sette giorni vicino al cancello del tempio.
A Byblos, al tempo dell’annuale lutto di Adone, la gente si rasava la testa, e le donne che rifiutavano di sacrificare i loro capelli dovevano darsi a degli stranieri in un giorno determinato e il denaro che guadagnavano in questo modo veniva consacrato alla dea.

Un’iscrizione greca trovata a Tralles, nella Lidia, attesta che la pratica della prostituzione religiosa durò fino al secolo II della nostra era. Questa iscrizione ricorda che una certa donna, chiamata Aurelia Emilia, servì il dio, per suo formale comando, come cortigiana e che sua madre e alcune sue antenate avevano fatto lo stesso prima di lei: la pubblicità data a questa notizia, scolpita su una colonna di marmo che sostiene un ex voto, mostra che a simile genere di vita e a simile discendenza non si attribuiva nessuna macchia.

In Armenia le più nobili famiglie dedicavano le loro figlie al servizio della dea Anaitis nel suo tempio di Acilisena, dove le vergini, prima del matrimonio, si prostituivano per donne-prostitutelungo periodo. Nessuno aveva scrupolo di prendere in moglie una di queste fanciulle quando era terminato il suo periodo di servizio.
A Comana, nel Ponto, un gran numero di prostitute sacre serviva la dea. Uomini e donne accorrevano in folla da tutte le città vicine per assistere alle feste biennali nel santuario e sciogliere i loro voti alla dea.

Se esaminiamo nel loro insieme le testimonianze su questo argomento, possiamo concludere che la grande dea madre, personificazione di tutte le energie produttrici della natura, era adorata da molti popoli dell’Asia occidentale, sotto diversi nomi, ma con miti e riti essenzialmente simili; che era associato ad essa un amante, o piuttosto una serie di amanti divini ma mortali, con cui essa si univa ogni anno, che la consumazione di questo matrimonio era considerata necessaria per la propagazione degli animali e delle piante e che infine l’unione leggendaria di questa coppia divina era rappresentata e moltiplicata sulla terra dalle reale, benché momentanea, unione fisica di coppie umane nel santuario della dea per assicurare in questo modo la fertilità del suolo come quella degli uomini e del bestiame.

La leggenda dice che a Pafo l’uso della prostituzione religiosa fu istituita dal re Cinira e venne praticata dalle sue stesse figlie, le sorelle di Adone, le quali, avendo suscitato la collera di Afrodite, si diedero a degli stranieri e finirono i loro giorni in Egitto.
La collera di Afrodite in questa forma della tradizione è probabilmente una caratteristica aggiunta da un autore posteriore che, invece di vedere in questo costume un sacrificio imposto dalla dea ai suoi adoratori, non vi scorgeva che un castigo poiché quest’atto scandalizzava il suo senso morale.
In ogni caso la storia dimostra che le principesse di Pafo si dovettero uniformare a questo costume come tutte le donne del popolo.

Fra le leggende che si narrano intorno a Cinira, antenato dei re-sacerdoti di Pafo e padre di Adone, ve ne se non alcune che meritano la nostra attenzione: prima di tutto si diceva che avesse avuto suo figlio Adone dai suo incestuosi rapporti con la figlia Mirra, durante una festa della dea del grano, dove le donne, vestite di bianco, offrivano ghirlande di grano come primizie del raccolto e osservavano la più stretta castità per nove giorni.
Di molti antichi re son riportati simili casi di incesto con la propria figlia. È inverosimile che queste voci siano senza fondamento o che si riferiscano semplicemente a passioni anormali; possiamo invece supporre che avessero a base un costume esistente e osservato in certe circostanze speciali per una ragione ben definita.

 

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Debora Arango – La prostituta

In alcuni paesi il sangue reale era trasmesso solamente per parte di donna e, di conseguenza, il re occupava il trono solamente in virtù del suo matrimonio con una principessa erede di esso, che era la vera sovrana: in tali paesi avveniva spesso che un principe sposava la propria sorella, la principessa reale, per ottenere con la sua mano anche la corona che altrimenti sarebbe andata a un altro uomo, forse straniero.
Questa medesima legge di discendenza non può forse aver fornito motivo di incesto anche con una figlia?

 

Appare infatti naturale corollario d’una simile legge che il re alla morte della moglie, la regina, dovesse abbandonare il trono, poiché lo occupava soltanto in virtù del suo matrimonio con lei. Quando quel matrimonio finiva, finiva anche il suo diritto al trono che passava subito al marito della figlia.
Quindi, se il re desiderava regnare dopo che sua moglie era morta, l’unico modo per cui potesse legittimamente continuare a regnare era quello di sposare sua figlia e prolungare così, per mezzo della figlia, quel potere che aveva ottenuto in virtù della madre.

Cinira, si racconta, era famoso per la sua squisita bellezza e pare che se ne fosse innamorata la stessa Afrodite. Sembra dunque che Cinira fosse, in un certo senso, il doppione del suo bel figlio Adone, per il quale l’infiammabile dea perse egualmente il cuore.
Inoltre, queste storie d’amore di Afrodite con due membri della Casa Reale di Pafo si possono difficilmente dissociare dalla corrispondente leggenda di Pigmalione, re fenicio di Cipro, che – si dice – s’innamorò di un’immagine di Afrodite e se la portò con sé nel proprio letto.

Quando pensiamo che Pigmalione era il suocero di Cinira, che il figlio di Cinira era Adone e che tutt’e tre, in successive generazioni, si dice fossero stati protagonisti di storie d’amore con Afrodite, ne dobbiamo concludere che i primi re fenici di Pafo o i loro figli si gloriassero di essere non soltanto i sacerdoti ma anche gli amanti della dea; che, in altre parole, personificassero Adone nella loro funzione ufficiale.
A ogni modo, si diceva che Adone avesse regnato a Cipro e pare certo che il titolo di Adone sia stato portato dai figli di tutti i re fenici dell’isola. È vero che questo titolo nel suo stretto significato non vuol dire altro che «signore». Tuttavia le leggende che associavano questi principi di Cipro con la dea dell’amore ci fanno supporre che essi rivendicassero tanto la natura divina di Adone, quanto le sue cariche umane.

La storia di Pigmalione ci indica una cerimonia di matrimonio sacro per cui il re sposava l’immagine di Afrodite o meglio di Astarte.
Se così era, la storia sarebbe vera non soltanto per un singolo uomo, ma per un’intera serie e si applicherebbe anche meglio a Pigmalione, se questo era un nome comune di re semitici in genere e di re ciprioti in particolare.

(Frazer, Il ramo d’oro)