Erodoto – La leggenda di Aristea di Proconneso

Aristea di Proconneso figlio di Castrobio componendo un poema epico disse di esser giunto, invasato da Febo, presso gli Issedoni e che al di là degli Issedoni abitano gli Arimaspi, uomini che hanno un solo occhio, e al di là di questi i grifi custodi dell’oro, e Apollo-corvooltre questi gli Iperborei, che si estendono fino ad un mare.
Tutti questi, tranne gli Iperborei, a cominciare dagli Arimaspi assalgono continuamente i loro vicini, e così dagli Arimaspi furono cacciati dal loro paese gli Issedoni, dagli Issedoni gli Sciti e i Cimmeri che abitano sul mare australe [Mar Nero], premuti dagli Sciti, abbandonarono la loro terra. ecco perché neppure lui concorda con gli Sciti riguardo a questa regione.

Ho già detto di che paese fosse Aristea che su tali argomenti compose un poema, e ora racconterò ciò che su di lui udii a Proconneso e a Cizico.
Narrano dunque che Aristea, che in quanto a nobiltà di stirpe non era inferiore a nessuno dei suoi concittadini, entrato in un’officina di scardassino a Proconneso, morì e l’artigiano, chiusa l’officina, andò a darne annunzio ai parenti del morto.

Mentre s’era già diffusa per la città la notizia che Aristea era morto, venne a discussione con quanti lo affermavano un uomo di Cizico, proveniente dalla città di Artace e che sosteneva [che non era morto e] d’aver incontrato Aristea diretto a Cizico e di aver conversato con lui.
E mentre questi sosteneva con accanimento la discussione, i parenti del morto si presentarono nell’officina col necessario per portarlo via. Ma, aperta l’officina, di Aristea non c’era traccia; infine nel settimo anno, ricomparso a Proconneso, compose questo poema epico che ora dai Greci è chiamato Arimaspea, e dopo averlo composto sparì per la seconda volta.

Questo narrano in quelle città, ma io so inoltre che ai Metapontini d’Italia capitarono i fatti seguenti 240 anni dopo la seconda sparizione di Aristea, a quanto ho trovato coi miei calcoli fatti sia a Proconneso che a Metaponto.
I Metapontini dicono che Aristea in persona apparve nel loro paese e ordinò di innalzare un altare ad Apollo e di erigere accanto a questo una statua portante il nome di Aristea Aristea-mapdi Proconneso. E affermava che essi erano i soli tra gli Italioti nel cui paese fosse venuto Apollo, e che lui che ora era Aristea, lo aveva seguito, ma che allora, quando seguiva il dio, era un corvo.

Egli, detto ciò, sarebbe scomparso, e i Metapontini dicono di aver mandato messi a Delfi a chiedere al dio cosa mai significasse l’apparizione di quell’uomo e la Pizia ordinò loro di obbedire all’apparizione, e che se avessero obbedito sarebbe stato meglio per loro. Essi, avuto questo responso, lo seguirono.
Ed ora sorge una statua che porta il nome di Aristea proprio presso il monumento dedicato ad Apollo nella piazza, e attorno ad esso si levano lauri. Quel che si è detto intorno ad Aristea può bastare.

Al di là del paese del quale mi appresto a raccontare, nessuno sa con certezza cosa ci sia. Infatti non ho potuto averne informazioni da qualcuno che affermi di saperlo come testimone oculare, poiché neppure Aristea, del quale ho fatto menzione poco prima, neppure lui disse nel suo poema di esser giunto di persona oltre il paese degli Issedoni; delle regioni più a nord parlava per sentito dire, affermando che erano gli Issedoni che gli davano quelle notizie.

(Erodoto, Storie, 4: 13-16)

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In un poema, i Canti Arimaspi, di cui rimangono solo pochi versi, Aristea aveva raccontato come, invasato da Apollo, si fosse diretto verso settentrione tra gli Issedoni antropofagi, da cui aveva raccolto notizie su esseri abitanti ancora più a nord: gli Arimaspi monocoli, i Grifoni guardiani di tesori, gli Iperborei.
Erodoto, che presenta il viaggio come reale, attribuisce ad Aristea tratti miracolosi come la morte nella bottega di un lavandaio, seguita dalla misteriosa ricomparsa del cadavere e da una duplice risurrezione, sei anni dopo a Proconneso e addirittura 240 anni dopo a Metaponto. Qui Aristea si era fatto erigere una statua accanto a quella di Apollo, che usava accompagnare in forma di corvo.

Nella tradizione più tarda queste caratteristiche magiche vennero ulteriormente elaborate. Secondo Massimo di Tiro (II secolo d. C.) l’anima di Aristea aveva lasciato temporaneamente il corpo esanime per volare attraverso i cieli come un uccello: le terre i fiumi le popolazioni viste dall’alto avevano costituito più tardi l’argomento del suo poema.
Plinio (Naturalis Historia, 7: 174) menziona una statua che raffigurava Aristea nell’atto di far uscire l’anima dalla bocca, in forma di corvo. Secondo altre testimonianze, Aristea era in grado di cadere in catalessi quando voleva; rinvenendo da questi viaggi estatici prediceva pestilenze, terremoti, inondazioni.
Tutto ciò mostra che le colonie greche, insediate fin dal VII secolo a. C. sulle rive del Mar Nero, avevano assorbito alcuni tratti sciamanici presenti nella cultura scita.

(Ginzburg, Storia notturna)