Kafka – Della morte apparente

obitorio-ottocento

Chi ha subìto una volta la morte apparente può raccontare le cose più terribili, ma non può dirvi che cosa c’è dopo la morte, in realtà non si è nemmeno avvicinato alla morte più di un altro, in fondo ha soltanto «vissuto» un’esperienza particolare che gli è servita a rendergli più preziosa la vita non particolare, quella comune.

Più o meno lo stesso accade a tutti coloro che hanno vissuto un’esperienza particolare.
Mosè, ad esempio, sul monte Sinai ha certo vissuto un’«esperienza particolare», ma invece di abbandonarvisi, come potrebbe fare un morto apparente, che non dà segni di vita e resta disteso nella cassa, egli è scappato giù di corsa dalla montagna e aveva certo da raccontare cose inestimabili e amava gli uomini, presso i quali si era rifugiato, ancora molto più di prima, e in seguito ha loro sacrificato la sua vita, si potrebbe quasi dire per ringraziamento.

Da entrambi, però, dal morto apparente che torna come da Mosè che torna, si può imparare molto, ma non la cosa decisiva, perché non ci sono arrivati nemmeno loro.
Se ci fossero arrivati, infatti, non sarebbero più tornati.

Del resto non vogliamo arrivarci neanche noi. E ce lo prova il fatto che, ad esempio, potrebbe anche venirci il desiderio di vivere l’esperienza del morto apparente o quella di Mosè (avendo però il ritorno assicurato, quasi un «salvacondotto»), che ci avviene perfino di desiderare la morte: ma neppure col pensiero vorremmo restar vivi dentro la bara senza alcuna possibilità di ritorno, oppure sul Sinai …

(Questo non ha niente a che vedere, in fondo, col terrore della morte …)

(Kafka, Paralipomeni)