Bretagna – L’investitura di Giuseppe di Arimatea

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Caravaggio – Il bacio di Giuda

Ai tempi in cui Nostro Signore era in questo mondo, quelli di Roma avevano posto sul paese di Giudea un balivo di nome Pilato. E questo Pilato aveva al suo servizio un cavaliere di nome Giuseppe di Arimatea che era conestabile della sua casa e che, avendo in molti luoghi incontrato Gesù Cristo, l’amava con tutto il cuore, ma non osava confessarlo a causa degli altri Giudei – ché Nostro Signore aveva molti nemici e pochi discepoli; inoltre tra questi ultimi, ve n’era uno, Giuda, che era meno buono di quanto sarebbe stato necessario; e gli altri l’amavano poco, ché non era davvero gentile, né egli li amava di più.

Giuda era siniscalco nella casa di Gesù Cristo, e con questo titolo aveva diritto certi giorni alla decima sul reddito di Nostro Signore. Ora, proprio uno di quei giorni, Santa Maria Nostra Signora si mise a ungere di profumo i capelli del Figlio. Giuda ne fu molto irritato, e calcolò che quell’unguento ben valeva trecento denari e che perciò Santa Maria Nostra Signora gli faceva torto di trenta.
Per recuperarli, decise di avere un abboccamento coi nemici di Dio.

Sette giorni prima di Pasqua, costoro si riunirono a casa d’un uomo che si chiamava Caifa per esaminare come avrebbero potuto catturare Gesù Cristo.
Giuda si recò a questo consiglio. E quando coloro che erano là lo videro, si tacquero o mutarono argomento, ché lo credevano un buon discepolo; ma egli disse che, se avessero voluto, avrebbe venduto loro Nostro Signore per trenta denari.

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Cimabue – La cattura di Cristo

Risposero che l’avrebbero comperato volentieri e, poiché uno di essi aveva i trenta denari, li pagò. Allora Giuda spiegò come avrebbero potuto prendere il Maestro, e raccomandò loro di non confonderlo con Giacomo che molto gli somigliava, perché era suo cugino germano.
«Ma, signore, come riconosceremo Gesù Cristo?», essi dissero.
Egli rispose: «Prenderete colui che io bacerò».
Ora, Giuseppe d’Arimatea si trovava a quel consiglio, sicché intese bene queste parole e tutto l’affare, e molto se ne rattristò.

Il giovedì seguente, Nostro Signore Gesù Cristo andò da Simone il lebbroso con Monsignor San Giovanni Evangelista e, quando furono là, Giuda lo fece sapere ai nemici di Dio che si precipitarono in gran forza nella casa.
Allora il fellone baciò Gesù Cristo e, mentre i malvagi lo afferravano, esclamò: «Tenetelo bene, ché è molto forte!».
Così fu preso Nostro Signore. L’indomani i Giudei lo condussero davanti al balivo, ma non poterono trovare alcuna buona ragione per stabilire che egli dovesse ricevere la morte.

«Che risponderò? – disse loro Pilato – se messer Tiberio, l’imperatore di Roma, mi domanderà di giustificare la morte di Gesù?».
«Su noi e sui nostri figli sia sparso il suo sangue!», esclamarono i Giudei.
Allora Pilato chiese dell’acqua per lavarsi le mani e, poiché non c’era recipiente, un Giudeo gli diede una scodella che aveva preso nella casa di Simone il lebbroso e che era proprio quella in cui aveva mangiato Nostro Signore e aveva fatto il sacramento il giorno della Cena.

Quando Giuseppe di Arimatea apprese della morte di Gesù Cristo, ne fu molto triste. Andò da Pilato e gli disse: «Signore, vi ho a lungo servito, io e i miei cavalieri, e mai mi avete dato nulla per il mio soldo».
«Giuseppe, domandate e io vi darò quello che vorrete».
«Grazie infinite, signore. Io chiedo il corpo del Profeta che a torto hanno suppliziato».
«Pensavo che mi avreste domandato di più – disse Pilato. – Vi darò quel corpo molto volentieri».
«Signore, centomila grazie!».

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Perugino – Giuseppe d’Arimatea

Giuseppe volle dunque prendere il corpo dalla croce; ma i Giudei che lo custodivano si rifiutarono di consegnarglielo, dicendo: «Non l’avrete affatto, ché i suoi discepoli hanno affermato che egli sarebbe risuscitato, e tante volte risusciterà, altrettante noi lo uccideremo».
Giuseppe tornò a riferire a Pilato quello che gli avevano risposto i Giudei. Il balivo ne fu molto corrucciato: convocò un uomo, chiamato Nicodemo, e gli domandò di andare con Giuseppe; poi, ricordandosi del vaso che gli aveva dato il Giudeo, disse al suo cavaliere: «Giuseppe, amavate molto quel profeta? Ho un vaso che m’ha dato un giudeo, che l’aveva preso nella casa di Simone: ve ne faccio dono in ricordo di quel Gesù».

Giuseppe fu contento e ringraziò molto. Andò con Nicodemo a prendere a prestito da un fabbro le tenaglie e un martello; poi tutt’e due schiodarono il corpo del Nostro Salvatore, a dispetto dei Giudei.
Giuseppe lo prese tra le braccia, lo depose al suolo, lo lavò e, vedendo le piaghe che sanguinavano, raccolse nel vaso che gli aveva dato Pilato le gocce di sangue che colavano dal costato, dai piedi e dalle mani. Infine avvolse il corpo in un ricco lenzuolo che aveva acquistato e lo seppellì sotto una pietra che aveva fatto approntare come propria tomba.

Intanto i Giudei erano in collera con Giuseppe e Nicodemo, e quando appresero che Gesù Cristo era risuscitato, tennero consiglio e decisero di catturarli, la notte, per metterli in luogo tale che mai più se ne sentisse parlare.
Nicodemo aveva degli amici che l’avvertirono, di modo che poté fuggire; ma Giuseppe fu preso, ed essi lo murarono in un pilastro della casa di Caifa, che sembrava massiccio, ma era cavo.
E quando Pilato vide che era scomparso, ne fu dolente, ché non aveva amico altrettanto caro, né cavaliere più leale, e che l’amasse di più.
Ma Colui per il quale Giuseppe soffriva così, non lo dimenticò; venne da lui attraverso il pilastro.

Quando Giuseppe vide la Luce, se ne meravigliò e chiese: «Chi siete? Siete sì lucente che non posso vedervi».
«Ora intendi bene quanto ti dirò – rispose la Luce. – Io sono Gesù Cristo, figlio di Dio, che Giuseppe-Arimateaha voluto nascere dalla Vergine Maria, perché bisognava che il mondo che era stato perso a causa di una donna fosse salvato in virtù di una donna. Ed ecco il vaso prezioso che contiene il mio sangue».
Con queste parole, Nostro Signore mostrò a Giuseppe la scodella che costui credeva però d’aver nascosta in luogo che nessuno conosceva.

«Devi conservare questo recipiente nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo – disse Nostro Signore – e dopo di te coloro ai quali tu l’avrai affidato. E il tuo soldo e la tua ricompensa saranno che mai si offrirà il sacrificio senza che venga ricordata la tua opera: ché il calice significherà il vaso in cui tu raccogliesti il mio sangue; la patena posata su di esso, la pietra con cui copristi il mio corpo; il corporale, il sudario col quale tu mi avvolgesti. Per ora non ti farò uscire di qui; ma non temere nulla, ché non morrai in questa prigione e ne sarai liberato senza male né dolore; e fino a quel momento tu vedrai questa Luce e sarai sempre in mia compagnia».

Gli apostoli e coloro che fecero le Scritture non dicono nulla di queste parole né della prigionia di Giuseppe d’Arimatea perché ne avevano sentito solo parlare e non vollero mettere alcunché per iscritto che non avessero visto o udito.
Ma tutto ciò è scritto nel gran libro del Graal.

(Merlino l’incantatore, 24)