Lacan – Il triangolo della morte e il dono della parola

Il primo simbolo in cui possiamo riconoscere l’umanità nelle sue vestigia è la sepoltura, e il tramite della morte si riconosce in ogni relazione in cui l’uomo nasce alla vita della sua storia.

Carmelo-Bene-teschio

Sola vita che perduri e che sia vera, poiché si trasmette senza perdersi nella tradizione perpetuata da soggetto a soggetto. Come non vedere da che altezza essa trascende la vita ereditata dall’animale, in cui l’individuo svanisce nella specie, dato che nessun memoriale distingue la sua effimera apparizione da quella che la riprodurrà nell’invariabilità del tipo?
Lasciando da parte infatti quelle ipotetiche mutazioni del phylum che una soggettività, alla quale l’uomo si avvicina ancora soltanto dall’esterno, deve integrare – nulla, tranne le esperienze in cui l’uomo li associa, distingue un topo da un topo, un cavallo da un cavallo, nulla tranne questo passaggio inconsistente dalla vita alla morte – mentre Empedocle che si precipita nell’Etna lascia per sempre presente nella memoria degli uomini questo atto simbolico del suo essere-per-la-morte.

La libertà dell’uomo s’iscrive per intera nel triangolo costituente, dato dalla rinuncia che egli impone al desiderio dell’altro con la minaccia di morte per il godimento dei frutti della sua servitù – dal sacrificio accettato della propria vita per le ragioni che danno alla vita umana la sua misura – e dalla rinuncia suicida del vinto che frustra il padrone per la sua vittoria, abbandonandolo alla sua disumana solitudine.

Fra queste figure della morte, la Terza è il détour supremo attraverso cui la particolarità immediata del desiderio, riconquistando la sua forma ineffabile, ritrova nella denegazione un ultimo trionfo.
E dobbiamo riconoscerne il senso, giacché abbiamo a che fare con essa: che infatti non è femme-farfalla-brucouna perversione dell’istinto, ma quella disperata affermazione della vita che è la forma più pura in cui riconosciamo l’istinto di morte.

Il soggetto dice: «No!» a questo gioco da furetto dell’intersoggettività in cui il desiderio si fa riconoscere per un momento solo per perdersi in un volere che è volere dell’altro. Pazientemente, egli sottrae la sua precaria vita alle lacunari aggregazioni dell’Eros del simbolo per affermarla finalmente in una maledizione senza parola.

E quando vogliamo raggiungere nel soggetto ciò che stava prima dei giochi seriali della parola, e ciò che è primordiale alla nascita dei simboli, lo troviamo nella morte, donde la sua esistenza trae tutto ciò che di senso essa ha.
È come desiderio di morte infatti che egli si afferma per gli altri; s’identifica all’altro, fissandolo nella metamorfosi della sua immagine essenziale, e un essere non è mai da lui evocato che fra le ombre della morte.

Dire che questo senso mortale rivela nella parola un centro esterno al linguaggio, è più che una metafora e manifesta una struttura.
Questa struttura è diversa dalla spazializzazione della circonferenza o della sfera in cui ci si compiace di schematizzare i limiti dell’essere vivente e del suo ambiente [milieu]: essa risponde piuttosto a quel gruppo relazionale che la logica simbolica designa topologicamente come un anello.

Volendosene dare una rappresentazione intuitiva, sembra che si debba ricorrere, più che alla superficialità di una zona, alla tridimensionalità di un toro, in quanto la sua esteriorità periferica e la sua esteriorità centrale costituiscono una sola regione.
Questo schema soddisfa alla circolarità senza fine del processo dialettico che si produce quando il soggetto realizza la sua solitudine, sia nell’ambiguità vitale del desiderio immediato, sia nella piena assunzione del suo essere-per-la-morte.

anello-booleano

Ma vi si può cogliere a un tempo che la dialettica non è individuale, e che la questione del termine dell’analisi è quella del momento in cui la soddisfazione del soggetto trova di che realizzarsi nella soddisfazione di ciascuno, cioè di tutti coloro che essa associa in un’opera umana.
Fra tutte quelle che si propongono in questo secolo, l’opera dello psicoanalista è forse la più alta perché essa opera come mediatrice fra l’uomo della cura e il soggetto del sapere assoluto. È anche per questo che essa esige una lunga ascesi soggettiva, e che non sarà mai interrotta, la fine dell’analisi didattica stessa non essendo separabile dall’impegno del soggetto nella sua pratica.

Vi rinunci dunque piuttosto colui che non può raggiungere nel suo orizzonte la soggettività della sua epoca. Perché, come potrebbe fare del suo essere l’asse di tante vite, chi nulla sapesse della dialettica che lo impegna insieme a queste vite in un movimento simbolico? Conosca egli a fondo la spira in cui la sua epoca lo trascina nell’opera continuata di Babele, e sappia la sua funzione d’interprete nella discordia dei linguaggi.
Quanto alle tenebre del mundus attorno al quale s’avvolge la torre immensa, lasci alla visione mistica la cura di vedervisi innalzare su un legno eterno il serpente putrescente della vita.

Ci si lasci ridere di fronte all’imputazione che questi discorsi sviano il senso dell’opera di Freud, dalle assisi biologiche che egli le avrebbe augurato, verso i riferimenti culturali da cui è percorsa.
Non vogliamo predicarvi la dottrina né del fattore b, con cui si indicherebbero le une, né torre-babele-mosaicodel fattore c, in cui si riconoscerebbero le altre.
Abbiamo semplicemente voluto ricordarvi l’a, b, c misconosciuto della struttura del linguaggio e farvi di nuovo compitare il b-a, ba, dimenticato, della parola.

Quale ricetta infatti potrebbe guidarvi in una tecnica che si compone dell’una e trae i suoi effetti dall’altro, se non riconosceste dell’uno e dell’altra il campo e la funzione?
L’esperienza psicoanalitica ha ritrovato nell’uomo l’imperativo del verbo, come la legge che l’ha formato a sua immagine. Essa maneggia la funzione poetica del linguaggio per dare al suo desiderio la sua mediazione simbolica.
Vi faccia essa comprendere, infine, che è nel dono della parola che risiede tutta la realtà dei suoi effetti; giacché è attraverso la via di questo dono che ogni realtà è venuta all’uomo, ed è con il suo atto continuato che egli la mantiene.
Se l’ambito che questo dono della parola definisce deve bastare alla vostra azione così come al vostro sapere, esso basterà anche alla vostra devozione. Giacché gli offre un campo privilegiato.

Quando i Deva, gli uomini e gli Asura, leggiamo nel primo Brâhmana della quinta sezione della Brhadâranyaka Upanisad, ebbero terminato il loro noviziato con Prajâpati, gli rivolsero questa preghiera: «Parlaci, Signore!».
Allora Prajâpati, il dio del tuono, pronunciò questa sillaba: «Da», e aggiunse: «Mi avete inteso?».
E i Deva risposero: «Abbiamo capito, ci hai detto: dâmyata, dominatevi» (il sacro testo volendo dire che le potenze superiori si sottomettono alla legge della parola).
«Da – disse Prajâpati, il dio del tuono – mi avete inteso?».
E gli uomini risposero: «Ci hai detto: datta, donate» (il sacro testo volendo dire che gli uomini si riconoscono per il dono della parola).
«Da – disse Prajâpati, il dio del tuono – mi avete inteso?».
E gli Asura risposero: «Tu ci hai detto: daydhvam, fate grazia» (il sacro testo volendo dire che le potenze inferiori risuonano all’invocazione della parola.
Ecco, riprende il testo, ciò che la voce divina fa intendere nel tuono: sottomissione, dono, grazia. Da da da.
Giacché Prajâpati a tutti risponde: «mi avete inteso».

(Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi)