Karaja – L’origine delle piante coltivate

stella-sera

Una volta i Karaja non sapevano dissodare la terra. Essi si nutrivano di frutti selvatici, di pesce e di selvaggina.
Una notte, la primogenita di due sorelle contemplava la stella della sera. Essa disse al padre che le sarebbe piaciuto possederla per giocare, e l’uomo ebbe per lei parole di scherno.
Ma il giorno seguente la stella discese dal cielo, entrò nella capanna e chiese al padre la ragazza in moglie.

Provate a immaginare voi quale fu la delusione della ragazza, quando stella le mostrò il suo aspetto! Era un vecchio curvo, rugoso e dal primo all’ultimo con tutti i capelli bianchi. La ragazza non volle saperne.
Siccome però quello piangeva e non si rassegnava, la sorella minore s’impietosì e lo sposò.

Il giorno dopo, l’uomo andò a parlare al Grande Fiume e camminò nell’acqua. Mentre l’acqua scorreva, egli raccolse fra le sue gambe divaricate delle spighe di mais, alcuni germogli di manioca e i semi di tutte le piante che i Karaja coltivano oggi.
Poi si recò nella foresta per farvi un orto, proibendo alla moglie di seguirlo. Lei però disobbedì e, avendolo seguito, vide il marito tramutato in un giovane bellissimo, riccamente ornato e coperto di pitture corporali.

A quel punto la primogenita lo reclamò come sposo, ma egli rimase fedele all’altra: alla sorella minore che l’aveva sposato a dispetto del suo laido aspetto.
Addolorata, la sorella maggiore si trasformò in un uccello notturno dal triste canto.

(estratto da Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto)

***

I Karaja raccontano così l’avvento dell’agricoltura. Un «uomo-Stella» discese in illo tempore dal cielo su «chiamata», se così si può dire, dell’ardente desiderio di una Karaja-madre-figliofanciulla. Di una fanciulla che tutte le notti lo fissava lassù in cielo. E lo pregava: «Dai, vieni giù, ché voglio sposarti!».
È una costante che il Racconto ripete a ogni latitudine: ogni «novità» non può che venire giù dal Cielo. Ogni «realtà» non ha da realizzare che un sogno. E sovente la Favola comincia che a sognare «quella cosa là», quella certa cosa «insostanziale», rarissima per non dire impossibile da avere (la stella della sera, il fiorellino vermiglio o le tre foglie sonanti), è una bambina ignara dell’avvenire che quel sogno le riserva.

Balza però subito all’occhio una differenza: che a sognare quel sogno, a desiderare quel desiderio che il Padre non può non trovare «campato in aria», nel racconto sudamericano è la sorella maggiore, e non – come dalle nostre parti – la minore.
La maggiore di due, anziché – come da noi – la terza di tre «figlie».
A esprimere il «desiderio impossibile» è la Primogenita. E questa non è una variante da poco!

La sceneggiatura di fondo è la stessa: la figlia chiede al padre quella cosa, il padre la schernisce e, tuttavia, dà il suo assenso.
Da noi, il Narratore dice: è la Terza di Tre Sorelle ad avanzare l’ardita quanto ingenua richiesta e, se poi si trova nei guai, è solo colpa della gelosia delle Sorelle Maggiori che non le perdonano la bellezza.
In Sudamerica, invece – come in una sorta di sceneggiata inversa – è la Sorella Maggiore a chiedere quella «cosa» che poi, tutto sommato, si può ridurre a una sorta di «licenza matrimoniale», ma ecco che si è così cacciata da sola nei guai, e il guaio è che trova imperdonabile l’assenza di bellezza nell’aspetto dello Sposo.
Come dire: da noi è la bellezza che non si perdona! mentre in Sudamerica, in modo non so dire se più o meno contorto, è la bruttezza a essere imperdonabile, e dunque causa di «rigetto» da parte di chi pure la desiderava.

Da noi è «bella» la Sorella Minore, e ancor più «bello» è il suo divino Sposo, anche se di lui le voci messe in giro dalle sorellastre vogliono far credere che è un «mostro». Altrimenti, perché non si rivela subito per quello che è?
In Sudamerica invece la «bellezza» non si manifesta che alla fine della storia. Veniamo a sapere solo alla fine che l’uomo-Stella è «bello». Non è per il suo aspetto che la Sorella Minore l’ha sposato (Psiche è innamorata di Eros senza averlo visto, anche Semele ha perso la testa per Zeus senza averne mai neanche intravisto le sembianze). Va da sé che la Sorella Minore parla un’altra «lingua», una lingua diversa dalla lingua «immaginaria», dalla lingua degli occhi, della Primogenita.

Bouguereau-Rapimento-Psiche
Bouguereau – Rapimento di Psiche

Insomma: a godere dei doni di uomo-Stella è, dunque, una lingua «minore», e non la Più Antica Lingua dei Desideri.
A beneficiarne è una lingua su cui vige il tabù degli occhi. Una lingua che si assolve dall’aspetto, dall’apparenza, dalla veste dello Sposo: una lingua che trascende la Forma della «cosa desiderata», e che solo a questa condizione può provare a trovarne sempre il «sostituto».
Una lingua simbolica. Una lingua, per intenderci, in cui il rocchetto col filo o il trenino può stare per la Mamma. Una lingua che può «invertire» l’assenza in presenza [di bellezza], «scambiare» il rifiuto e la disgiunzione con l’assenso e la congiunzione, e in tutti i casi la morte con la vita, il Nulla con il «nonnulla».
Una lingua dunque che sa permutare il senso proprio col figurato. Una lingua che sa prestarsi alla Metafora Umana.

La Primogenita non arriva a parlarla che quando ormai è troppo tardi. Perciò «rimane» linguisticamente retro: rimane nell’infra-verbale, nella lagna animale. Non c’è bisogno di «impiccarla» come immagina il Narratore russo. È stata così cocente la sua delusione, così traumatica la «morte» del suo Sogno nel momento in cui la «realtà» gliel’ha sconfessato, che è rimasta, letteralmente, «senza parole», senza riuscire né a «impietosirsi» né in qualche modo a rivalersi come fa invece la Sorella Minore.

La lingua immaginaria trattiene il Desiderato nella sua fissa «identità» non permutabile con nessun’altra: esso è l’idem et diversum. Identico solo a se stesso, e diverso da tutto il resto. E perciò trattiene anche il lutto della sua «assenza» alla Bellezza immaginata. Lo trattiene senza riuscire a scambiarlo con una «presenza vicaria», simbolica, la sola che alla fine si rivela «feconda» di novità e di sorprese, tutte ancora da godere.
A patto, è sottinteso, di saperle «coltivare».