Agostino – La memoria affettiva

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Edgar Ende – Okeanos

Anche le mie emozioni contiene, questa stessa memoria: non come son vissute dalla mente quando ne è presa, ma in un modo assai diverso, caratteristico della memoria.
Così io senza gioia mi ricordo di aver gioito e senza tristezza rievoco la mia passata tristezza e senza paura richiamo alla mente le paure che talvolta ho avuto e serbo ancora memoria dei desideri antichi, senza più averne. Anzi, al contrario, talvolta mi rallegra il ricordo della mia tristezza, e quella della gioia passata mi rattrista.
Questo non deve sorprendere se si tratta del corpo, perché il corpo è una cosa e un’altra la mente.

Ma che dire nel caso di cui parliamo ora, se la mente altro non è che la memoria stessa?
E infatti, assegnando il compito di mandare a memoria qualcosa, noi diciamo: «Cerca di tenerlo a mente», e quando dimentichiamo: «Non l’ho tenuto a mente» o «M’è uscito di mente», chiamando mente la memoria stessa: se così è, che significa questo?
Perché nel lieto ricordo della mia passata tristezza la mente ha piacere e la memoria contiene tristezza, eppure la mente è lieta di questo piacere che ha, mentre la memoria non si lascia rattristare dalla tristezza che contiene?
Che la memoria non appartenga alla mente?

È una tesi insostenibile. No, la memoria è in un certo senso il ventre della mente, e cibo dolce o amaro la gioia e la tristezza: una volta affidate alla memoria non possono più aver sapore.
Credere che i due processi siano proprio simili sarebbe ridicolo: ma non sono neppure completamente diversi.

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Edgar Ende – Die Taube

Ma ecco, ricorro alla memoria anche quando dico che quattro sono le turbe della mente: desiderio, gioia, paura, tristezza. E per quanto io possa discuterne, analizzando ciascuna secondo le specie del suo genere d’appartenenza e dandone le definizioni, è lì che trovo le cose da dire e di lì le traggo.
E tuttavia non mi sento affatto sconvolto o turbato, quando le richiamo alla mente per passarle in rassegna. È pur lì che si trovavano prima d’essere rievocate e riprese in considerazione da parte mia: di lì appunto per questo il ricordo ha potuto cavarle.
E forse allora ricordare è come ruminare, far tornare su dalla memoria cose del genere come cibo dal ventre.

Ma allora perché il dolce sapore della gioia o quello amaro della tristezza non lo si sente in bocca al pensiero quando le si rievoca per discuterne?
È per questo che l’analogia è solo parziale, è qui la differenza?
Già, chi ne parlerebbe volentieri, se ogni volta che uno nomina la tristezza o la paura dovesse per forza rattristarsi o rabbrividire?
E tuttavia non ne parleremmo, se non trovassimo registrati nella nostra memoria non solo i suoni dei loro nomi, cioè le immagini che ne sono state impresse dai sensi, ma anche le nozioni delle cose stesse. E queste non vi sono certamente entrate per le porte della carne, ma le sono state affidate dalla mente stessa che le ha apprese attraverso le passioni vissute, o vi si sono conservate anche involontariamente.

Ma se è mediante immagini o no che si conservano, non è facile dirlo. Certo, di una pietra o del sole mi basta dire il nome per suscitarne le immagini nella memoria, anche quando le cose stesse non mi sono sensibilmente presenti.
Nomino il dolore fisico in sua assenza, mentre non lo provo: ma se non avessi presente nella memoria una sua immagine non saprei di che cosa parlo, e nel disquisire non sarei neppure in grado di distinguerlo dal piacere.
Nomino la salute fisica, mentre sono fisicamente sano; la cosa stessa mi è presente: ma se non ne avessi anche un’immagine nella memoria, non ricorderei affatto il significato di quel nome, di quella sequenza di suoni, e così i malati sentendo nominare la salute non capirebbero di che cosa si parla, se pur nella mancanza fisica della cosa stessa non avessero il potere di conservarne viva e inalterata l’immagine nella memoria.

Pronuncio i nomi dei numeri che usiamo per contare: ed essi stessi, non le loro immagini, mi si presentano alla memoria.
Nomino l’immagine del sole, ed eccola presente: non l’immagine di questa immagine, ma essa stessa ho evocato, è proprio questa che si offre prontamente al mio richiamo.
Nomino la memoria e riconosco ciò che nomino, e dove lo riconosco, se non nella memoria stessa? E anche lei sarebbe presente a sé solo in immagine? o non piuttosto in se stessa?

(Agostino, Confessioni, 10. 14-15)