Santillana – I fiumi celesti e le potenze orfiche

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Jean-Louis David – La morte di Socrate

Ciò che un uomo ha da dire nelle ultime ore della sua vita merita attenzione, tanto più se quell’uomo è Socrate che, in carcere, attende la morte conversando con amici pitagorici. Si è già lasciato alle spalle il mondo, il testamento filosofico l’ha già fatto: ora è in quieta comunione con la sua verità.
È questa la chiusa del Fedone ed è espressa in forma di mito. Parrà strano, ma innumerevoli commentatori non si sono presi la briga di analizzarla a fondo, accontentandosi di estrarne qualche pia affermazione generale sulle ricompense che attendono l’anima.

Eppure si tratta di un esposto meditato e complesso, attribuito a un’autorità che Socrate (o Platone) preferisce non nominare e rivestito di una curiosa veste fisica.
Vale la pena di accettare il suggerimento di Platone di prestarvi la dovuta attenzione. Socrate sta entrando quietamente nel mondo di là, ne è già un abitante, e le sue parole rappresentano, per così dire, un rito di passaggio. […]

Il lettore insensibile a questa magia sarà tentato di respingere il racconto come puro nonsense poetico. Certo, se Socrate, o meglio Platone, parla veramente di un sistema di fiumi all’interno della terra, è chiaro che di idraulica non ne sa proprio nulla e ha semplicemente allentato le redini alla sua fantasia.
Ma se si dà un’altra occhiata allo scenario, s’incomincia a dubitare che egli si riferisca davvero alla terra così come la si intende.

Socrate parla di un certo luogo in cui viviamo noi, il quale sembra una palude dentro una cavità o forse il fondo di un lago, pieno di rocce, di caverne e di sabbie e fango senza fine.
La «vera terra», che assomiglia a una palla composta di dodici pezzi multicolori, è sopra dodecaedrodi noi: verrebbe istintivamente da pensare che Platone si riferisca ai limiti superiori della stratosfera, ma naturalmente non ne aveva mai sentito parlare. Egli si riferisce a un «altro» mondo al di sopra di noi, il quale, anche se si fantastica un po’ di paesaggi incantevoli, di animali e di gemme, è situato nell’«etere» come lo intendevano i greci.

È un mondo al di sopra di noi e, come il «nostro» (qualunque cosa esso sia), ha per centro il centro dell’universo.
Lassù i corpi celesti sono diventati chiari alla mente e gli dèi sono già visibili e presenti. Se possiedono «templi e case in cui abitano realmente», queste assomigliano assai alle «case» dello zodiaco. Anche se taluni elementi vengono mescolati e confusi per mantenere viva l’impressione del prodigioso, viene da sospettare che si tratti del cielo puro e semplice. Poi arriva il contrassegno di autenticità, inequivocabilmente geometrico.

Quel mondo è un dodecaedro: ecco cosa rappresenta la sfera sfatta di dodici pezzi; la medesima similitudine compare nel Timeo (55c), dove si dice inoltre che il Demiurgo aveva fatto decorare le dodici facce con figure (διαζωγραφών) che rappresentano certamente i segni zodiacali.
A. E. Taylor sostenne alquanto prosaicamente che non è possibile immaginare la fascia dello zodiaco distribuita in modo uniforme su una superficie sferica, e avanzò l’ipotesi che Platone (e dopo di lui Plutarco) avesse in mente un dodecagono e parlasse senza sapere quel che diceva.
È rischioso trattare così Platone, e il professor Taylor dovette presto pentirsi della sua suffisance; eppure Plutarco l’aveva messo in guardia: il dodecaedro «sembra assomigliare sia allo zodiaco sia all’anno».

È forse vera l’opinione di coloro che pensano che egli abbia attribuito il dodecaedro alla forma sferica allorché dice che il dio si era servito di esso nel decorare la natura del tutto?
Infatti, per il gran numero delle basi e l’ottusità degli angoli, evitando ogni «rettitudine» [il dodecaedro] è flessibile; e se teso all’intorno, come le palle fatte di dodici pezzi di cuoio, diventa circolare e capiente.
Ha infatti dodici angoli solidi, ciascuno dei quali è contenuto da tre piani ottusi, e ciascuno di essi contiene un angolo retto più una quinta parte. Ed è connesso insieme e composto da dodici pentagoni equiangoli ed equilateri, ciascuno dei quali consiste di trenta dei primi triangoli scaleni.
Perciò sembra assomigliare sia allo zodiaco sia all’anno, essendo diviso nello stesso numero di parti di quelli.
(Plutarco, Questioni platoniche, 5: 1. 1003C)

In altre parole, esso è il numero 12 in termini stereometrici, e anche il 30 e il 360 («gli elementi che si producono quando ogni pentagono viene diviso in cinque triangoli isosceli e ciascuno di questi in sei triangoli scaleni»): in altre parole, la sezione aurea.
Ecco cos’è il pensare da pitagorici.

Platone non si dava troppo pensiero dei futuri critici professionisti, si limitò a dare un’immagine dilettosa e li lasciò a sbrogliarne il senso da soli. Ma ciò che resta saldo è la terminologia.
Narra il Timeo che dopo che il Demiurgo ebbe usato i primi quattro corpi perfetti per gli Caronteelementi, gli rimase il dodecaedro, che usò come struttura per avvolgere il tutto.
Non occorre entrare nelle ragioni geometriche e numerologiche che rendono adatta a quel ruolo la «sfera di dodici pentagoni», come la si chiamava. Ciò che conta qui è il fatto che ci si riferisse al tutto, al κόσμος.
Platone era rimasto fedele alla tradizione pitagorica originaria che chiamava κόσμος l’ordine del sole, della luna, dei pianeti, con tutto quanto vi era compreso. L’anima che vaga libera lo può guardare «dall’alto». (Nell’Arenario Archimede usa ancora il termine κόσμος più o meno in questo senso, perlomeno in omaggio all’uso antico).

Concludiamo: la «vera terra» non era altro che il cosmo pitagorico, e i fiumi che scorrevano dalla superficie al suo centro e viceversa non possono certo venir immaginati come strettamente terrestri; non sorprende, peraltro, che, con quel curioso intrecciarsi arcaico di terra e cielo ormai divenutoci familiare e che fa scorrere grandi fiumi dal cielo alla terra, ci siano correnti infuocate «vere» come il Piriflegetonte, connesse al fuoco vulcanico.
Ma dov’è lo Stige?
Certo non quaggiù, con quel suo paesaggio soffuso di blu!
Anche l’immenso abisso del Tartaro spazzato dalle tempeste non è una caverna sotterranea; appartiene a qualche regione dello spazio «esterno».

Questo è tutto il mondo dei morti, da cima a fondo, da un capo all’altro, altrettanto difficile da collocare quanto il mondo infero di cui si parla nella Repubblica. I fiumi dai percorsi a spirale che trasportano i morti per ritornare poi sui loro passi sanno più di astronomia che non di idraulica.
L’oscillazione ad «altalena» della terra (si noti bene: deve trattarsi della «vera terra») potrebbe benissimo essere l’oscillazione dell’eclittica e del cielo nel corso delle stagioni.

Non occorre entrare ora nei disorientanti particolari, terrestri o infernali che siano, della descrizione, se non per sottolineare che Numenio di Apamea, importante esegeta di Platone, afferma nettamente che i fiumi dell’altro mondo e lo stesso Tartaro sono la «regione dei pianeti».
Proclo invece, esegeta ancor più importante ed erudito, si oppone nettamente a Numenio.

Conosciamo abbastanza, anzi più che abbastanza, la congerie di tradizioni orientali sui Fiumi del Cielo col loro sconcertante miscuglio di immagini astronomiche e biologiche, tradizioni culminate nell’idea anassimandrea dell’Άπειρον, il «flusso infinito», per capire da dove la Grecia arcaica attinse il suo sapere.
Lasciamole stare, per ora. Socrate però cita una versione orfica (donde il suo ritegno a nominare le sue autorevoli fonti), e le strane entità che vi compaiono, come Okeanos e Chronos, meritano la nostra attenzione.
Qui non s’intende infatti Kronos-Saturno, bensì proprio Chronos-Tempo. […]

In un qualsiasi corpo, l’elemento procreatore era la psiche, che appariva in forma di serpente. Okeanos, come ci è dato ora di capire, era la psiche primordiale, e questa sarebbe stata concepita come un serpente in rapporto al liquido procreativo […].
Così vediamo come per Omero – il quale allude all’opinione condivisa dai suoi contemporanei – l’universo abbia la forma di un uovo cinto da «Okeanos che è la generazione di Tutto» […]
Possiamo forse comprendere meglio anche […] perché in questa versione orfica [frr. 54, 57, 58 Kern] il serpente venisse chiamato Chronos, e perché Pitagora, interrogato su che cosa fosse Chronos, rispondesse che era la psiche dell’universo. Secondo Ferecide, fu dal seme di Chronos che si produssero fuoco, aria e acqua.
(Onians, Le origini delle idee europee)

La grande entità orfica era Chronos Aion (l’avestico Zurvan akarana), comunemente inteso come «Tempo infinito»; in Aion il professor Onians ravvisa «il fluido procreativo con cui veniva identificata la psiche, il midollo spinale che si pensava assumesse la forma di un serpente»: e può benissimo essere così, dal momento che si tratta di idee antichissime vive ancor oggi nei culti ofidici e nella kundalînî dello Yoga indiano.
Ma è indubbio che Aion significasse «periodo di tempo» ed età, donde «età del mondo» e più tardi «eternità», né si ha motivo di ritenere che il significato biologico debba essere stato antecedente e dominante.

È noto che per gli orfici Chronos era il paredro di Ananke, la Necessità, la quale, secondo i pitagorici, circonda anch’essa l’universo.
Tempo e Necessità che cingono l’universo: ecco una concezione piuttosto chiara e fondamentale: è collegata ai moti celesti indipendentemente dalla biologia e porta direttamente all’idea platonica del tempo come «immagine mobile dell’eternità». […]

… molto sotto la vasta terra
dal fiume sacro scorre per la nera notte
un corno di Oceano: decima parte fu divisa:
con nove vorticose correnti argentate si avvolge
intorno alla terra e all’ampio dorso del mare,
indi cade nel pelago; quella sola scorre dalla roccia,
[la decima] – grande sventura agli dèi.
(Esiodo, Teogonia, 787-792)

vortice-Oceano

Se Okeanos è un fiume «dalle vorticose correnti argentate» con molte diramazioni che evidentemente non sono mai state in mare o in terra, allora nemmeno il pelago (άλς) è il mare (πόντος o θάλασσα): deve trattarsi delle «Acque superne».
L’Okeanos del mito conserva queste maestose caratteristiche di lontananza e di silenzio; era l’unico che poteva restarsene per contro proprio quando Zeus imponeva la presenza sull’Olimpo di tutti gli dèi.

Fu lui a mandare le proprie figlie a piangere su Prometeo proscritto e incatenato, lui a offrire la propria possente mediazione in suo favore.
Egli è il Padre dei Fiumi: anzi, appare nebulosamente come l’originario dio del cielo di un lontano passato.
In un inno orfico viene presentato come «diletto limite della terra, signore del Polo», e in quella famosa opera lessicografica dell’antichità che è l’Etymologicum magnum il suo nome viene fatto derivare da «cielo».

(Santillana-von Dechend, Il mulino di Amleto)