Goffredo di Strasburgo – Il filtro d’amore

Tristano-Isotta-manoscritto

Quando tutto è finito, il re annuncia ai cavalieri, ai baroni e a quanti del paese sono convenuti a palazzo, che quell’uomo è Tristano! E narra, così come l’ha appreso, perché egli sia venuto in Irlanda, e come gli abbia promesso di essergli garante su ogni condizione che egli stesso, Gurmun, avesse stipulato coi nobili di Marco.
La corte d’Irlanda è lieta della novella. I grandi vassalli dichiarano che la pace è giusta e gradita, che l’odio protratto non procura che danno. Ora, il re ordina e chiede che Tristano dia garanzia di quanto ha promesso.

Così fa Tristano, e tutto il suo seguito: giurano e affermano che Isotta avrà il paese di Cornovaglia come dono del mattino di nozze, e che sarà signora di tutta l’Inghilterra.
Allora, senz’altro indugio, Gurmun consegna Isotta nelle mani del suo nemico Tristano. Dico nemico, perché lei lo odia ancora.
Tristano la prende per mano.
«Sire – dice – signore d’Irlanda, vi chiediamo, la mia signora e io, che, per amore di entrambi, lasciate liberi i cavalieri e i paggi che furono dati a questo paese come tributo d’Inghilterra e di Cornovaglia: ormai è giusto e degno che siano consegnati alla mia signora Isotta, ché ella è sovrana del loro paese».
«Volentieri – dice il re. – Sarà fatto! col mio consenso, partiranno con voi».

Tali parole rallegrano molti cuori. Tristano ordina quindi che venga approntata un’altra filtro-Isotta-madrenave, oltre alla propria, che sia messa a disposizione sua, d’Isotta, e di quanti egli presceglierà.
E, mentre viene allestita, Tristano si prepara al ritorno. Subito manda a cercare gli ostaggi, a corte e in tutto il paese, ovunque si possano trovare.

Mentre Tristano e i compagni si preparano così al viaggio, Isotta, la saggia regina [la madre di Isotta in Goffredo si chiama pur essa Isotta!], prepara in una piccola ampolla di cristallo un filtro d’amore, composto con sottile ingegno e dotato di tali virtù che, se due ne bevevano insieme, dovevano amarsi l’un l’altro sopra ogni cosa, pur contro il loro stesso volere: erano così affidati a un’unica vita e a un’unica morte, a una sola gioia, a un solo dolore.

La saggia regina prende il filtro e, a bassa voce, dice a Brangania: «Brangania, amata nipote, non ti dispiacciano le mie parole, ma dovrai partire con mia figlia. Disponi a ciò la tua mente e ascolta quel che ti dico: prendi questa ampolla con quanto contiene, abbila in consegna e custodiscila sopra ogni tua cosa. Bada che nessun altro lo sappia, e abbi cura che nessuno ne beva. Quando Marco e Isotta saranno stati uniti nell’amore, sii sollecita a mescere la bevanda, come fosse vino, e fa’ che ne gustino insieme. Vigila che nessun altro ne beva con loro, e non assaggiarne tu stessa: la bevanda è un filtro d’amore! Tienilo a mente! Raccomando Isotta alla tua solerzia e alle tue cure: ella è la parte migliore della mia vita. Ricorda che siamo entrambe affidate alla tua bontà! Che dire di più?».
«Amatissima signora – risponde Brangania – se tale è il volere di entrambe, volentieri partirò con Isotta e, come meglio potrò, veglierò sul suo onore e su tutto ciò che le appartiene».

Ora, Tristano prende congedo, e con lui tutto il suo seguito. Lasciano Weisefort tra grande giubilo. Per amore d’Isotta, il re e la regina, e tutta la corte, li seguono fino al porto.
Colei che sarà la sua amica – ma egli ne è tuttora ignaro – l’ignoto tormento del suo cuore, la chiara, l’eccellente Isotta, gli cammina al fianco e non cessa di piangere. Il padre e la madre trascorrono quelle brevi ore nel dolore. Molti occhi si fanno rossi e sono umidi di pianto. Isotta reca duolo a molti cuori, ed è fonte di segreta pena.

Per lei piangono senza posa, ché è la delizia dei loro occhi. Il cordoglio è di tutti: molti occhi e molti cuori piangono insieme, tanto apertamente quanto in segreto. E ora che Tristano-Isotta-navel’una e l’altra Isotta, il sole e la sua aurora, e Brangania splendente luna piena, si devono separare, grande è il duolo e l’afflizione.
La fedele amicizia si disgiunge con crudele pena. Più e più volte la regina bacia ambedue.

Ora, gli uomini di Cornovaglia e gli Irlandesi al seguito di Isotta si sono tutti imbarcati e hanno preso congedo; ultimo, sale a bordo Tristano.
La splendente giovane regina, il fiore d’Irlanda, gli cammina a lato, dandogli la mano, triste invero e desolata. S’inchinano entrambi verso la riva e invocano la benedizione di Dio sulla gente e il paese. Poi salpano, prendono il largo e innalzano un canto.
«Partiamo nel nome di Dio», ripetono più volte e, mentre s’allontanano, le voci sono alte e chiare.

Tristano ha fatto allestire una cabina appartata per l’agio delle dame durante il viaggio: vi alloggiano la regina e le dame al seguito, e nessun uomo vi è ammesso, all’infuori del solo Tristano. Egli vi si reca talvolta a confortare la regina che siede piangente: tra le lacrime, si duole e lamenta che lascia gli amici e il paese, la cui gente conosce, per andare con gente straniera, senza sapere dove, e in qual modo.
Tristano la consola dolcemente, come meglio può. Quando giunge e la trova nello sconforto, sempre la prende quietamente tra le braccia con grande tenerezza, ma solo come si conviene a un uomo ligio con la propria signora. Quell’uomo leale spera di recare conforto alla bella fanciulla nella sua afflizione, ma ogni qualvolta la circonda col braccio, la dolce Isotta rammenta la morte dello zio, e lo respinge.

«Lasciatemi, capitano – dice. – Allontanatevi, togliete il braccio! Siete ben molesto! Perché mi toccate?».
«Ah, mia bella signora, faccio forse male?».
«Sì, perché vi porto rancore!».
«Per quale ragione, nobile signora?», egli chiede.
«Uccideste mio zio».
«Ma questo fu già perdonato».
«E tuttavia vi detesto, ché, non fosse per voi, vivrei senza pena e affanno. Voi, e solo voi, mi avete gravata di questo dolore con l’astuzia e il tradimento. Qual dispetto vi spinse a Rhead-Tristano-Isottavenire, per mio danno, dalla Cornovaglia in Irlanda? Mi conquistaste con la frode a coloro che m’hanno allevata, e ora mi conducete chi sa dove. Non so a qual destino sono stata venduta, né che avverrà di me!».

«Suvvia, bella Isotta, rincuoratevi! Val meglio essere potente regina in un paese straniero che umile e oscura a casa propria. Onore e ricchezza in un’altra terra hanno altro sapore che una vita meschina nel regno di vostro padre!».
«È giusto, capitano Tristano – dice la fanciulla – ma per quanto diciate, preferirei una misera condizione ove abbia amore e pace a una grande ricchezza, che mi rechi travaglio e pena».

«Dite il vero – risponde Tristano – eppure, se l’una e l’altro, ricchezza e piacere, si possono avere insieme, sono invero due doni che valgono meglio uniti che ognuno da solo. Ma, ditemi, se per avventura aveste dovuto prendere per sposo il siniscalco, che sarebbe accaduto? Sono certo che il mio aiuto vi sarebbe stato grato. È dunque così che mi ringraziate per avervi soccorsa e affrancata da lui?».

«Dovrete attendere a lungo il mio ringraziamento, ché, pur se m’avete salvata, mi avete poi oppressa di tal pena che preferirei tuttora sposare il siniscalco piuttosto che intraprendere questo viaggio con voi. Per quanto sia privo di virtù, se fosse rimasto per qualche tempo con me, egli avrebbe abbandonato i suoi vizi per amor mio. Iddio sa che da questo avrei riconosciuto la portata del suo amore».
«Le vostre parole mi suonano favole – risponde Tristano. – Ci vuole gran fatica perché un cuore sia indotto alla virtù contro la propria natura: tutti sanno che è menzogna che il male possa mutarsi in bene. Confortatevi, bella signora! Fra breve vi darò per sposo un nobile re, e in lui troverete gioia e amabile vita, ricchezza, virtù e onore».

Intanto le navi proseguono la rotta. Hanno il vento in favore, e fanno buona vela; ma la leggiadra schiera, Isotta e le sue damigelle, non sono use al faticoso viaggio, tra vento e mare. Ben presto le assale un’insolita pena.
Il loro capitano Tristano ordina allora di dirigersi a riva per riposare un poco.
Entrano in una baia, e quasi tutti scendono a terra per passeggiare. Allora, senza indugio, Tristano si reca a salutare la sua splendente signora e, mentre siede con lei e insieme ragionano di questo e quello, chiede che venga portato da bere.

Ora, all’infuori della regina, non v’erano a bordo che alcune fanciulline del seguito.
«Guarda – dice una di queste – c’è un’ampolla con del vino!».
Ahimé, non è vino, pur se gli somiglia, ma il perpetuo tormento, l’inestinguibile pena di cui ambedue moriranno!
Ma di questo la fanciulla nulla sa: si leva e va lesta là dove la bevanda è stata nascosta nell’ampolla. La porge a Tristano, il suo capitano, e questi la offre a Isotta.

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Ella beve piano e restia, poi la restituisce a Tristano, che ne prende a sua volta, ché ambedue pensano che sia vino.
In quel momento sopraggiunge Brangania e riconosce l’ampolla, e subito comprende quanto è avvenuto! E ne ha un tale sgomento e stupore che le forze le vengono meno, e si fa del colore della morte. Con la morte nel cuore, prende la sciagurata ampolla e la scaglia nel mare infuriato e selvaggio.
«Ahi me misera – dice. – Perché mai sono nata? Me infelice, ché ho perduto onore e lealtà. Avesse voluto Iddio, nella Sua eterna pietà, che la morte mi avesse colta quando fui destinata a intraprendere con Isotta questo malaugurato viaggio! Ahimé, Tristano e Isotta, questa bevanda sarà la vostra morte!».

Ora che la fanciulla e il giovane, Isotta e Tristano, hanno bevuto entrambi, giunge subito colui che affanna il mondo intero, Amore, il predatore di ogni cuore, e si insinua nei loro due cuori.
Prima che ne abbiano coscienza, esso ha confitto il suo vittorioso stendardo nel loro cuore, e li ha piegati sotto il suo giogo. E quelli, che erano due e divisi, non sono ora che un solo essere unito. Non v’è più discordia: l’odio di Isotta s’è spento. Amore, il conciliatore, li ha purificati di ogni inimicizia, li ha sì legati nell’amore che ognuno è per l’altro limpido specchio.
Hanno entrambi un unico cuore. Il tormento di Isotta è la pena di Tristano, la pena di questi, il tormento di lei. Condividono entrambi amore e affanno, pure, l’uno all’altra li celano per dubbio e pudore. Ella ha vergogna al pari di lui; Isotta dubita di Tristano, ed egli dubita di lei.
Per quanto cieco sia il desiderio dei loro due cuori, esso ha una sola volontà, ma il tormento è come renderla manifesta. Così essi nascondono l’uno all’altra la propria inclinazione.

Tristano-Isotta-coppaQuando Tristano avverte l’impulso d’amore, subito si rammenta della lealtà e dell’onore, e vuole sottrarsi.
«No – pensa in cuor suo – desisti, Tristano, rifletti e distogli la mente!».
Ma il cuore sempre vi vuol tornare. Egli combatte contro la propria inclinazione, e desidera contro il suo proprio desio. Ora è sospinto da una parte, ora dall’altra; è prigioniero, ma a lungo s’impegna nella lotta, e a lungo la sostiene. Il giovane leale è afflitto da duplice pena: quando guarda Isotta negli occhi, e il dolce amore prende a ferirgli il cuore e i sensi, pensa all’onore e si ritrae. Ma subito lo riafferra Amore, il suo signore ligio, ed egli deve ubbidire.

L’onore e la lealtà gli danno grave tormento, ma più acuta è la pena d’amore. Amore l’affanna all’estremo, lo affligge più che onore e lealtà insieme. Il suo cuore si rallegra per Isotta, ma egli distoglie lo sguardo: pure, il suo maggior tormento è quando non può vederla.
Come spesso fa il prigioniero, egli pensa alla fuga, e più volte ritorna su tale pensiero: «Volgiti da un’altra parte! Muta questo tuo desiderio! Ama e cerca altrove!».
Ma quel cappio sempre lo serra, gli stringe il cuore e la mente. Egli li scruta per vedere alcun mutamento, ma non trova che Amore e Isotta.

E lo stesso accade a Isotta: ella pure lotta senza posa, e la vita le pare tormento. Quando riconosce la pania dell’amore incantatore, e ben vede che i suoi sensi vi si sono impigliati, vuole raggiungere una riva sicura, liberarsi e fuggire via. Ma il vischio non la lascia, e la trattiene, e la vince.
La bella fanciulla lotta e resiste con tutte le forze, ma s’impania a ogni suo passo. Soccombe contro la propria volontà. Si difende e si oppone con le mani e con i piedi, ma piedi e mani affondano viepiù nella cieca dolcezza dell’amore e dell’uomo.

I pensieri impaniati non possono muoversi in alcun modo, neppure di un mezzo passo o d’un piede, né trovare via o ponte senza che amore sia loro sempre accanto.
Qualunque cosa pensi Isotta, qualunque pensiero le venga alla mente, altro non v’è che Amore e Tristano.

Ma ciò rimane segreto, ché il cuore e gli occhi si danno battaglia: il pudore storna lo sguardo, ma Amore attira il cuore. E gli avversari, la fanciulla e l’uomo, Amore e pudore, non trovano accordo.
La fanciulla desidera l’uomo, ma distoglie lo sguardo; il pudore desidera l’amore, ma non lo rivela. Ma a che serve?
Una fanciulla e il suo pudore sono per voce comune cosa ben caduca, un fiore di sì breve durata che non resistono a lungo.

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Così Isotta abbandona la lotta, e accetta la propria inclinazione. Senz’altro indugio, la vinta Isotta consegna il corpo e la mente all’amore e all’uomo.
Lo osserva più volte e lo guarda in segreto, e i limpidi occhi s’accordano in tutto col cuore. Entrambi si voltano nascostamente e amorosi verso l’uomo, ed egli restituisce gli sguardi con profonda dolcezza.
Poiché Amore non vuole lasciarlo, egli pure vi si abbandona. Ogni qualvolta possono farlo con decoro, a ogni ora l’uomo e la fanciulla si scambiano teneri sguardi. A ognuno degli amanti, l’altro sembra bello quanto mai, ché tale è la legge dell’amore; tale il diritto della passione.

Così è oggi come negli anni passati, e così sarà sempre, finché dura amore: a mano a mano che l’amore cresce e reca fiori e frutti d’amabili cose, tutti gli amanti si piacciono sempre di più.
Il fecondo amore rafforza l’originaria bellezza: è questo il suo seme, e mai avrà fine.
Amore appare più bello di prima, e s’afferma così il suo diritto.
Se Amore fosse quello di prima, il diritto d’amore avrebbe presto fine.

(Goffredo di Strasburgo, Tristano)