Pavel Kutzko – La mia rinuncia suicida

… poiché non sei qui quando ti desidero
eccomi a desiderare di mandarti via quando ci sei

eppure – più ti mando via, più tu mi manchi
e più mi manchi, più ti desidero

sono prigioniero della tua assenza
o del mio desiderio?

Il Dottore dice che te l’ho data vinta, quasi senza combattere. Dice un sacco di cose il Dottore. Quasi mai lo capisco. Dice cose strane, il Dottore. Dice, tra l’altro, che ho adottato ultimo-mohicanicon te la più inaggirabile delle strategie. Quella che lui chiama «la rinuncia suicida del vinto».
Il vinto potrebbe opporre resistenza, rimanere sul posto – oggi umiliato e deriso, ma forse domani, chissà, potrà sempre esserci l’occasione per una rivincita, e intanto si può sempre meditare una vendetta, e se pure non basta a ribaltare le sorti della «battaglia», un rancore ci sta sempre bene.

Il Dottore dice che no – dice che io, con te, ho fatto il «vinto suicida», e si è perfino complimentato con me.
«Questione di cuore! – ha detto. – L’ultimo dei Moicani non muore di morte lenta nelle galere yankee. Preferisce uccidersi. E così frustra il vincitore, privandolo del testimone e insieme della vittima della sua vittoria, in questo modo abbandonandolo alla sua disumana solitudine».

Dice che, in questo modo, il mio desiderio, il «vinto», ha riconquistato la sua «dimensione ineffabile»: scomparendo dalla Scena, si è raccolto nel suo proprio «indicibile» trionfo.
Sì, dice proprio così il mio Dottore. Certe volte penso che è più pazzo di me, e ne avrei anche le «prove», volendo.
Ma non voglio.

Voglio, semmai, capire meglio questa Astuzia con la A maiuscola, che a detta del Dottore, sarebbe l’astuzia di Natura con cui il desiderio «si riscatta» senza avanzare alcuna rivendicazione fuori di sé. Vorrei sapere se per caso non è proprio questa l’Astuzia sottesa al nirvana di ogni Buddha.
Questa Astuzia, dice il Dottore: «non è una perversione dell’istinto, ma quella disperata affermazione della vita che è la forma più pura in cui riconosciamo l’istinto di morte».

Al di là del principio di piacere, al di là della libido, oltre ogni concezione «vitalistica» dell’istinto come istinto di sopravvivenza, ci sarebbe, a suo dire, quest’altro istinto, l’istinto di morte. E questo «istinto di morte», dice, non è morte, anzi: è la disperata estrema affermazione della vita.
Ma è qui che non lo seguo più. Tra vita e morte, mi perdo. Più che due «opposti» Buddha-paintingcominciano a questo punto a sembrarmi due assi ballerini.
Il Dottore gioca con le parole: gioca a scambiarne il senso proprio con quello figurato.

Il vinto che si dà per vinto – rinuncia a vivere.
Il desiderio che si ritira dal campo di battaglia – muore per essere.
Rinuncia a vivere in senso proprio, e muore in senso figurato. Non chiede più «presenza» all’altro e/o dell’altro – ma si assenta per poter essere Se Stesso in santa pace.
No, non vivrà più. Non mettiamoci illusioni in testa!
Ma piuttosto sarà. Anzi, tornerà a essere quello che in principio fu – prima di venire a perdersi nell’attesa del compimento di non so quale gesto, magari capace di «immortalarlo», di esentarlo dal dover fare i conti con la morte, questa sì in senso proprio.

E proprio perché il desiderio è sempre ciò che avanza a una morte figurata (la fenice che risorge dalle sue ceneri), il Buddha ebbe l’illuminazione di non confonderlo con le forme «viventi» delle cento milioni di tentazioni, neanche con «la forma più pura» (è così che dice il Dottore), neanche con «la più bella delle forme» di apparizione (è così che dice il Racconto).
Ebbe l’illuminazione di non confondere l’essere con la vita e la morte. Ebbe la percezione di fare visita all’aldilà della vita e della morte.

Quando gliel’ho detto, il Dottore mi ha sorriso bonariamente.
Poi con gli occhi che gli brillavano quasi avesse scoperto l’America, ha soggiunto: «Lei è un mistico, scommetto! Non sarà mica un guru? Uno di quelli, sa …».

(Pavel Kutzko, Linee di fuga da al-Manalkan)