Bretagna – Il sogno di Cesare

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L’imperatore Giulio Cesare aveva una moglie di grande lignaggio e di meravigliosa beltà, ma più lussuriosa di quante ve n’erano nella terra di Roma. Ed ella teneva con sé dodici donzelli che agghindava da damigelle perché non si avessero sospetti su quel che faceva con loro.
Per timore che la barba li tradisse, ella ungeva loro il mento di calde e di un oppiato bollito nell’urina. Essi indossavano abiti con strascico e veli, e i loro capelli erano lunghi e acconciati come quelli delle donne, di modo che alcuno sospettava la verità.

A quei tempi venne a corte una pulzella, figlia di un duca di Alemagna, che prese servizio come scudiero e in abito maschile. Poiché era alta, dritta e nerboruta, e aveva compiuto numerose prodezze, l’imperatore l’armò cavaliere, per san Giovanni, insieme a numerosi donzelli; poi ella divenne suo siniscalco. E aveva nome Avenable, ma si faceva chiamare Grisandole, e tutti la prendevano per un uomo.

Una notte che l’imperatore dormiva accanto all’imperatrice sua moglie, sognò di vedere una grande scrofa le cui setole giungevano a terra. L’animale portava sulla testa un cerchio d’oro e a lui sembrava di conoscerlo, ma non avrebbe saputo dire se gli appartenesse. Giunsero dodici lupacchiotti che la montarono; poi la scrofa si allontanò con essi.
Sognò anche di chiedere consiglio su cosa dovesse fare della scrofa, e che gli si rispondesse che essa doveva essere gettata nel fuoco insieme ai lupacchiotti.

L’imperatore si svegliò spaventato da questa visione; ma non ne fece parola alla moglie, ché era saggio. Solamente, al ritorno dalla messa, quando s’assise a banchetto, rimase pensieroso, e sì a lungo che i baroni se ne meravigliarono.
In quel momento si sentì un frastuono. Era un cervo di sette anni, d’altezza meravigliosa, che si faceva cacciare nelle vie di Roma. Il popolo l’inseguiva con grandi urla e schiamazzi.

cervo-inginocchiatoDopo aver corso alquanto, il cervo infilò la porta principale del palazzo incalzato dai cacciatori, entrò nella sala, rovesciandone le tavole, i vini, le carni, i vasi e le stoviglie, s’inginocchiò davanti all’imperatore e disse: «Giulio Cesare, abbandona i tuoi pensieri, che a nulla ti servono: non troverai alcuno che ti spieghi la tua visione tranne l’uomo selvaggio».
Al che, le porte, che pure erano state chiuse dietro di esso, s’aprono da sole, e il cervo fugge di nuovo per le vie, sempre inseguito, guadagna i campi e sparisce per incantamento.

Quando l’imperatore seppe che l’animale era fuggito, se ne adirò molto. Fece bandire per la città che colui che gli avesse riportato l’uomo selvaggio o il cervo, avrebbe avuto sua figlia e la metà delle sue terre, purché fosse gentiluomo.
E subito numerosi ricchi donzelli a montare a cavallo e a correre i boschi di Romania: là non trovarono nulla e dovettero tutti ritornare. Vi rimase solo Grisandole il siniscalco, che era partito con loro.

Otto giorni errò in un’alta foresta.
Una volta che era sceso da cavallo per pregare Nostro Signore di guidarlo nella sua cerca, gli apparve all’improvviso il cervo e gli disse: «Avenable, tu cacci la follia, ché non troverai quello che cerchi se non porterai carne di porco, purea al pepe, latte, miele e pane caldo. Conduci con te quattro compagni e un ragazzo che farà cuocere la carne davanti al fuoco. Poi imbandirai il pranzo su una tavola nel luogo più appartato della foresta. Dopo di che vi nasconderete tutti, e vedrete l’uomo selvaggio».
Detto questo, il cervo fugge via, e Grisandole rimonta a cavallo e va a prendere quanto gli è stato detto. La carne arrostì sotto una bella quercia, e l’aroma che si diffuse per tutta la foresta attirò presto l’uomo selvaggio.

uomo-selvaticoQuando Grisandole e i suoi due compagni lo videro, poco mancò che perdessero i sensi dalla paura. Infatti, egli aveva la testa grossa come quella d’un vitello, gli occhi rotondi e prominenti, la bocca spaccata fino alle orecchie, labbra spesse, sempre semiaperte, che lasciavano vedere i denti, i piedi ritorti e le mani al contrario, capelli neri duri e sì lunghi che ricadevano fino alla cintura; era alto, curvo, villoso e vecchio a meraviglia, vestito d’una pelle di lupo; e le orecchie, grandi come vagli, pendevano fino alle ginocchia, di modo che vi si poteva avviluppare quando pioveva; era infine sì laido da guardare che non v’era uomo al mondo che non dovesse averne grande paura.
Avanzava squassando le querce a gran colpi di clava, e conduceva con sé, come un pastore il suo gregge, un branco di cervi, di cerve, di daini e di altre bestie fulve.

Sì fatto, l’uomo selvaggio si arresta davanti al fuoco e comincia a scaldarsi guardando spesso il cibo e sbadigliando come colui che è affamato.
Cotta la carne come a lui piaceva, la strappa dallo spiedo, la divora senza nulla lasciarne, ingolla il pane caldo al miele, beve il latte e, la pancia piena, s’addormenta davanti alla fiamma.
Allora Grisandole e i compagni s’avvicinano pian piano, si gettano su di lui dopo aver avuto cura d’allontanarne la clava e, avendolo legato con una catena di ferro, lo mettono sul cavallo e lo conducono via.

Ora, quando ebbero camminato per un po’, l’uomo selvaggio guardò Grisandole il siniscalco e si mise a ridere; e poiché l’altro lo interrogava, gli gridò: «Creatura snaturata, forma trasformata, ingannatrice d’ogni cosa, pungente come un tafano velenoso, tossica come veleno di serpente, taci, ché non ti dirò nulla prima di essere alla presenza dell’imperatore».

Poco dopo, passarono vicino a un’abbazia, dove una folla di persone attendeva l’elemosina. L’uomo selvaggio, vedendola, riprese a ridere. Ma quando Grisandole lo pregò dolcemente, in nome di Dio, di dirgliene il perché, egli lo guardò di traverso e gli gridò: «Falsa immagine, creatura bugiarda, aguzza come una lesina, a causa della quale gli uomini perdono la vita e la ragione, rasoio più tagliente e affilato di ogni altra arma, sorgente che nulla estingue, taci: non parlerò che in presenza dell’imperatore».

Infine il siniscalco e l’uomo selvaggio comparvero davanti a Giulio Cesare e costui fece prendere misure perché il prigioniero fosse sorvegliato con buona guardia.
«Non c’è bisogno d’incatenarmi – disse l’uomo selvaggio – giuro che non me ne andrò senza congedo. Chiamate a consiglio i vostri baroni: davanti a loro spiegherò tutto quello che vorrete».

Quattro giorni più tardi, riuniti i baroni, l’imperatore fece sedere accanto a sé l’uomo uomo-selvaggio-bassorilievoselvaggio. Ma costui fece sapere che non avrebbe detto nulla se non in presenza dell’imperatrice e delle sue dodici pulzelle.
Alla vista di costoro, tuttavia, egli si mise a ridere, poi si volse verso Grisandole e rise ancora; poi verso l’imperatore, poi verso sua moglie, poi verso i baroni, e sempre rideva, a scoppi, e sempre più forte.
Alla fine Giulio Cesare gli domandò se era pazzo.

«Sire, sire – egli rispose – se mi giurerete davanti a tutti che non mi sarà fatto alcun male e che sarò libero di ritirarmi dopo che avrò parlato, vi dirò tutto».
L’imperatore glielo giurò, ed egli riprese: «Sire, la grande scrofa che vedeste in sogno, è vostra moglie, e i dodici lupacchiotti sono le sue dodici pulzelle. Fatele svestire: vedrete se sono congegnate per servirla».
L’imperatore stupito ordinò che all’istante si svestissero le damigelle, e si scoprì che esse erano ragazzi a cui niente mancava. Vedendo ciò, Giulio Cesare si adirò a tal punto che rimase un momento senza poter parlare. Poi chiese ai baroni quale giustizia dovesse esser fatta. Essi giudicarono che la donna dovesse essere bruciata e i ribaldi impiccati; ciò che fu eseguito sull’istante.

«Ma ditemi – fece l’imperatore all’uomo selvaggio – perché avete riso guardando il mio siniscalco, e davanti all’abbazia, e quando la regina entrò qui questa mattina».
«Signor imperatore – disse l’uomo selvaggio – la prima volta ho riso perché una donna m’aveva preso per forza e abilità quando alcun uomo l’avrebbe saputo fare: ché Grisandole è la donna più bella e la migliore e la più pulzella della vostra terra. La seconda, davanti all’abbazia, perché un tesoro si trovava sepolto proprio sotto i piedi di coloro che chiedevano l’elemosina. La terza, per dispetto: ché l’imperatrice che aveva l’uomo più valente del vostro regno si dava ogni giorno a dodici ribaldi. Ma non portate rancore alle altre donne; sono rare quelle che non hanno mai ingannato il loro signore. È che la donna, avesse anche il migliore degli sposi, pensa sempre di aver il peggiore. Ecco perché ho riso, e ora me ne andrò se ho il vostro congedo».

«Ma – disse l’imperatore – come potrò tener fede al mio giuramento verso Grisandole se il mio siniscalco è donna e pulzella? Ho giurato di concedere mia figlia e la metà del mio regno a chi vi avesse condotto da me».
«Ebbene, bel signore, sposate il vostro siniscalco. Non potreste far meglio».

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Con ciò, l’uomo selvaggio prese congedo. Tuttavia, prima di partire, scrisse in caratteri ebraici sulla parte superiore della porta:

Sappiano tutti coloro che leggeranno queste lettere che il Grande Cervo dalle corna ramose che fu cacciato in Roma, e l’uomo selvaggio che spiegò il sogno all’imperatore, furono entrambi Merlino, primo consigliere di Re Artù di Bretagna.

Qualche tempo dopo, arrivò un messaggero da parte dell’imperatore Adriano di Costantinopoli. Mentre si ritirava, gettò lo sguardo sulle lettere che aveva tracciato Merlino e le lesse con facilità all’imperatore.
Ma, appena Giulio Cesare le conobbe, esse scomparvero e non s’è mai saputo cosa ne avvenne.
E da quel momento l’imperatore di Roma fu geloso di Re Artù.

(Merlino l’incantatore, 12)