Baudrillard – Il ghetto d’oltretomba

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Parallelamente alla segregazione dei morti, si sviluppa il concetto d’immortalità. Perché l’aldilà della morte, questo statuto eminente che è il marchio dell’«anima» e delle spiritualità «superiori», è solo l’affabulazione che copre l’estradizione reale dei morti e la rottura dello scambio simbolico con essi.
Quando i morti sono là, differenti ma viventi e partner dei vivi in molteplici scambi, non hanno bisogno di essere immortali, non bisogna che lo siano, perché questa qualità fantastica infrangerebbe qualsiasi reciprocità.
Solo via via che sono esclusi dai vivi essi diventano pian piano immortali, e questa sopravvivenza idealizzata non è che il marchio del loro esilio sociale.

Bisogna finirla con l’idea di un progresso delle religioni che porterebbe dall’animismo al politeismo e poi al monoteismo, con una progressiva liberazione di un’anima immortale. È di pari passo con la reclusione dei morti che viene loro attribuita l’immortalità, un po’ come vediamo crescere simultaneamente nelle nostre società le speranze di vita e la segregazione dei vecchi come asociali.
Perché l’immortalità è progressiva; è questa una delle cose più strane.
Nel tempo: essa passa da una sopravvivenza limitata alla sopravvivenza eterna – nello spazio sociale: l’immortalità si democratizza e passa dal privilegio di alcuni al diritto virtuale di tutti.

Ma questo è relativamente recente.
In Egitto, lentamente, certi membri del gruppo (i faraoni, poi i sacerdoti, i capi, i ricchi, gli iniziati della classe dominante), in funzione stessa del loro potere, spiccano come Akhenatonimmortali, mentre gli altri non hanno diritto che alla morte e al doppio [ka].
Verso l’anno 2000 a. C. tutti accedono all’immortalità: è una specie di conquista sociale, forse strappata a viva forza; senza fare della fantastoria sociale, si possono facilmente immaginare, nell’Egitto dell’Antico Impero, delle rivolte e dei movimenti sociali rivendicanti il diritto all’immortalità per tutti.

Si tratta quindi fin dall’inizio d’un emblema del potere e di trascendenza sociale. Laddove, nei gruppi primitivi, non esistono strutture di potere politico, non c’è nemmeno un’immortalità personale.
Un’anima «relativa», una immortalità «ristretta» corrispondono in seguito, nelle società meno segmentali, a una trascendenza essa stessa relativa delle strutture di potere. Poi l’immortalità si generalizza e si eternizza con le società dispotiche in cui esiste una trascendenza totale del potere, i Grandi Imperi.

Dapprima è il re o il faraone a beneficiare di questa promozione, poi, a uno stadio più avanzato, Dio stesso, l’immortalità per eccellenza, donde deriva, per ridistribuzione, l’immortalità per ognuno. Ma questa fase del Dio immortale, che coincide con le grandi religioni universaliste, e particolarmente col cristianesimo, è già quella d’una grandissima astrazione del potere sociale, nell’imperium romano.
Se gli dèi greci sono mortali, è che essi sono legati a una cultura specifica, e non ancora universale.

Gli stessi inizi del cristianesimo non sono concordi sull’immortalità, che è un’acquisizione tardiva. I Padri della Chiesa ammettono ancora l’annientamento provvisorio dell’anima in attesa della resurrezione. E l’idea stessa della resurrezione, quando san Paolo la predica, i pagani la deridono, ma anche i cristiani e i Padri della Chiesa vi resistono profondamente.
Nell’Antico Testamento (Daniele), la resurrezione è promessa solo a coloro che non hanno ricevuto da vivi la loro retribuzione in bene o in male. L’aldilà della vita, la sopravvivenza non è che il saldo di tutti i conti, non esiste che in funzione del residuo di ciò che non è stato scambiato da vivi.
Bell’esempio di ripiego la resurrezione o l’immortalità, rispetto alla possibilità simbolica del gruppo arcaico di regolare tutti i conti immediatamente, di saldare il suo debito simbolico senza rimettersi a una vita ulteriore.

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In origine emblema distintivo del potere, l’immortalità dell’anima opera lungo tutto il cristianesimo come mito egalitarista, come democrazia dell’aldilà di fronte all’ineguaglianza mondana prima della morte.
Non è che un mito.
Anche nella versione cristiana più universalista, l’immortalità non appartiene che di diritto a tutti gli esseri umani. Di fatto, è concessa col contagocce, resta appannaggio d’una cultura e, all’interno di questa cultura, d’una determinata casta sociale e politica.

I missionari hanno mai creduto all’anima immortale degli indigeni? La donna ha veramente un’anima nella cristianità «classica»? E i pazzi, i bambini, i criminali?
Di fatto, si ritorna sempre a questo punto: solo i potenti e i ricchi hanno un’anima. La disuguaglianza innanzi alla morte, sociale, politica, economica (speranza di vita, prestigio dei funerali, gloria e sopravvivenza nel ricordo degli uomini), non è mai che una ricaduta di questa discriminazione fondamentale: gli uni, soli veri «esseri umani», hanno diritto all’immortalità, gli altri hanno diritto solo alla morte.
Nulla è in sostanza cambiato dall’Egitto dell’Antico Impero.

Immortalità o no, dirà il materialista ingenuo, che importa: tutto questo è puramente immaginario. Sì, ed è avvincente vedere che la discriminazione sociale reale si fonda là, e che non c’è un altro luogo, né più eminente, dove si stabiliscano il potere e la trascendenza sociale, se non l’immaginario.
Il potere economico del capitale non è meno fondato nell’immaginario di quello delle Chiese. Non ne è che la secolarizzazione fantastica.

Si vede anche che la democrazia qui non cambia nulla.
Ci si è potuti battere un tempo per l’immortalità dell’anima per tutti, come generazioni di proletari si sono battute per ottenere l’uguaglianza dei beni e della cultura.
Medesima lotta, gli uni per la sopravvivenza dell’aldilà, gli altri per la sopravvivenza attuale – medesima trappola: l’immortalità personale di alcuni risulta, come si è visto, dalla frattura del gruppo: a che serve rivendicarla per tutti?
Non è che generalizzare l’immaginario.
La rivoluzione può consistere solo nell’abolizione della separazione dalla morte, e non nell’uguaglianza della sopravvivenza.

(Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte)