Inghilterra – Gawain mozza la testa al Cavaliere Verde

Sir-Gawain-manoscritto

Se prima li aveva stupiti, più muti
erano ora i nobili e gli umili in sala.
Si volgeva sulla sella l’uomo a cavallo,
truce roteava gli occhi rossi,
aggrottava le sopracciglia irsute
di verde splendenti,
scuoteva la barba, guardava se alcuno si alzasse.
Ma quando nessuno rispose, tossì con violenza,
s’eresse orgoglioso pronto a parlare:
«Che? è questa dunque la casa di Artù
la cui fama corre per tanti reami?
Dov’è ora il vostro orgoglio,
dove le vostre conquiste,
la vostra fierezza e l’ira e le grandi parole?
Ecco, la rinomanza e la gioia
della Tavola Rotonda
dalla parola d’un uomo sono abbattute:
perché tutti tremate atterriti
senza che colpo si scambi!».
E ride intanto così forte che il re s’adira.
Il sangue balzò per vergogna sul suo viso bello
e le guance:
come il vento infuriò
e così tutti i presenti.
Il re audace di natura
s’avvicinò allora a quell’uomo.

E disse: «Cavaliere, per il cielo,
la tua richiesta è stolta,
ma poiché chiedi follia, è giusto la trovi.
Non vedo nessuno che tema le tue grandi parole.
In nome di Dio, dammi l’ascia:
esaudirò la richiesta che hai fatto».
Agile s’alza verso di lui, gli prende la mano,
l’altro smonta fiero di sella.
Ora Artù ha la sua ascia, il manico stringe,
truce la brandisce pronto a colpire.
Davanti a lui stette l’altro forte, in tutta l’altezza,
più alto di tutti d’oltre una testa.
Stava col viso severo carezzando la barba;
senza scomporsi si tolse il mantello,
non più intimidito o sgomento
dai colpi potenti a venire
che se qualcuno gli avesse portato bevanda
di vino.
Gawain, accanto alla regina,
verso il re s’inchinò:
«In chiare parole vi prego,
sia mia questa battaglia.

investitura-Gawain

Vogliate, sire onorato – disse Gawain al re –
chiedermi di scendere da questo sedile,
al fianco vostro stare,
ché io senza offesa possa lasciar questa tavola;
se alla regina mia signora non spiace,
davanti alla nobile corte vorrei consigliarvi.
In verità non mi sembra stia bene,
quando tale richiesta arrogante è fatta alla corte,
che l’accettiate voi stesso, se anche volete,
mentre tanti uomini audaci vi siedono attorno,
che sotto il cielo, credo, non ve ne sono
di ardire più pronto
e di corpo migliore sul campo
quando si viene a battaglia.
Io sono il più debole, lo so,
e il più fiacco di mente,
e se perdo la vita importa di meno:
da lodare soltanto perché voi siete mio zio,
non so in me virtù che non sia il vostro sangue.
E poiché questo affare è stolto a tal punto
che a voi non si addice
e io ve l’ho chiesto per primo, concedetelo a me;
se degnamente non parlo non venga alla corte
biasimo alcuno».
Mormoravano tra loro i signori,
poi consigliarono insieme
di liberare il re coronato,
dare a Gawain il gioco.

Allora il re comandò al cavaliere d’alzarsi.
Si levò quello pronto, cortese si preparò,
in ginocchio davanti al re pose la mano sull’arma.
Gliela diede il re gentilmente e alzando la mano
lo benedisse in nome di Dio, lo pregò
che il cuore fosse prode e la mano.
«Attento, cugino, a colpire una volta –
dice il re – e se bene lo prendi, son certo,
al colpo vivrai che lui ti darà».
Gawain si volge con l’ascia a quell’uomo,
che audace lo attende per nulla impaurito.
Allora il cavaliere verde a Gawain così dice:
«Ripetiamo l’accordo prima di procedere oltre.
Intanto ti chiedo come ti chiami,
che tu a me lo dica sincero perché crederti possa».
«Sul mio onore – rispose il buon cavaliere –
Gawain mi chiamo, che questo colpo ti offro,
qualunque cosa poi venga,
e a dodici mesi da oggi un altro ne prendo da te
con l’arma che vuoi, solo, senz’anima
viva».
Rispose quello:
«Possa, sir Gawain, io prosperare,
così lieto mi sento
che tu mi dia il colpo.

Cavaliere-verde-gigante

Per Dio – dice il verde cavaliere –
mi piace, sir Gawain,
ricevere dalla tua mano quello che ho chiesto.
E hai ripetuto prontamente, con vere parole,
tutti gli accordi che al re ho domandato,
ma sul tuo onore rassicurami ora
che tu stesso mi cercherai, dove pensi
sulla terra trovarmi, e prenderai in compenso
ciò che oggi mi dai davanti alla corte».
«Dove cercarti? – disse Gawain –
dov’è la tua casa?
Non so dove vivi, per Colui che mi fece,
né te so, cavaliere, la tua corte o il tuo nome.
Ma la via insegnami veracemente,
dimmi come ti chiami,
e tutto l’ingegno userò per arrivare in quel posto.
Vero te lo giuro su parola d’onore».
«Per Capodanno ora basta, non occorre di più –
replicò l’uomo in verde al cortese Gawain. –
Invero ti dico: quando prenderò il colpo
che mi avrai inferto a dovere, subito t’informerò
della mia corte, della casa e del nome.
Allora potrai mettermi a prova
e mantenere l’accordo.
E se non dico parola, tanto meglio per te,
ché resterai nella tua terra senz’oltre cercare.
Ma basta!
Prendi l’arnese tremendo:
vediamo come colpisci».
«Volentieri invero, signore»,
dice Gawain e l’ascia carezza.

Il cavaliere verde subito prende il suo posto,
piega un poco la testa, scopre la carne,
i bei ricci lunghi rivolge sul capo,
il collo nudo mostrò alla bisogna.
Gawain afferrò l’ascia, in alto l’alzò,
avanzò il piede sinistro sul pavimento,
abbatté l’arma veloce sulla carne nuda:
la lama tagliente infranse le ossa,
netta affondò nella carne spaccandola in due,
e il filo d’acciaio brunito morse il terreno.
A terra piombò la testa bella staccata dal collo:
molti coi piedi l’urtarono dove rotolava;
sprizzò il sangue dal corpo e sul verde brillò.
Eppure l’altro non cadde, neppure si mosse,
ma risoluto avanzò sulle gambe possenti:
si spinse violento tra i cavalieri là in piedi,
afferrò la sua bella testa, la sollevò.
Poi va dal cavallo, prende la briglia,
infila la staffa e monta in arcione,
per i capelli stringe in mano la testa.
Saldo s’accomoda in sella, come se nulla
gli fosse accaduto, benché non avesse
la testa.
Volse il torso d’attorno,
il corpo orrendo di sangue,
molti ebbero paura
quando finì di parlare.

Tiene diritta in mano la testa, volge la faccia
alla dama più nobile in sala: e la testa
solleva le palpebre, gli occhi fissa ben larghi,
con la bocca parla così come udrete:
«Alla promessa bada, Gawain.
Sii pronto ad andare:
cerca lealmente, signore, finché non mi trovi,
come in questa sala hai promesso,
testimoni questi cavalieri.
Va’ alla cappella verde, t’ingiungo,
a ricevere un colpo quale hai dato,
te lo sei meritato:
la mattina di Capodanno sarà pronto per te.
Cavaliere della cappella verde,
così mi conoscono molti;
se chiedi, non puoi fallire a trovarmi.
Vieni dunque o sii chiamato codardo».
Le redini tira con un forte strattone,
vola fuor della porta, la testa stretta nel pugno;
gli zoccoli del cavallo levano scintille dai sassi.
A quale terra fosse diretto nessuno sapeva,
né da qual luogo fosse arrivato.
Che dunque?
Adesso Gawain e il re
dell’uomo verde sogghignano e ridono.
Eppure molti dicevano
ch’era gran meraviglia.

Cavaliere-verde-decaput

Nel cuore era turbato il nobile Artù;
pure non mostrò segno alcuno, ma forte
disse alla bella regina con fare cortese:
«Non siate, signora, oggi sgomenta.
Al Natale s’addice un gioco così
e recitar d’interludi e risate e canzoni,
cavalieri e dame fare carole.
Ora almeno posso sedere al mio pranzo,
ché meraviglia ho visto, non posso negarlo».
Guardò Gawain e pronunciò parole appropriate:
«Ora, signore, appendi quell’ascia
che abbastanza ha colpito».
E fu posta sopra la tavola, appesa su tela adornata,
a vederne tutti la meraviglia,
a giusto titolo dirne il prodigio.
Allora andarono a tavola assieme
il re, il cavaliere e gli uomini audaci,
doppie delizie furon servite nel più nobile modo,
ogni tipo di cibo, tra musica e canti.
Il tempo passarono in gioia finché scese la notte
sulla terra.
Ora pensa, Gawain,
il pericolo non ti faccia esitare
a cercar l’avventura
che hai nelle mani.

(Anonimo, Sir Gawain e il Cavaliere Verde, 301-490)