Goethe – Una perfetta contraddizione

LA STREGA (leggendo il libro):
Devi proprio capire come sta:
con l’Uno il Dieci si farà
e se il Due lo lasci com’è
basta che ci aggiungi il Tre
e sarai di già arricchito.
Il Quattro è meglio che lo perdi.
Col Cinque e con il Sei
– parola della Strega
fai il Sette e l’Otto.
Tutto finisce qui:
il Nove è uno
il Dieci è nessuno
e fanno di conto le streghe così.

FAUST
Direi che la vecchia vaneggi.

MEFISTOFELE
E non è finita ancora.
Io lo conosco bene, tutto il libro è così!
Ci ho perso molto tempo: una perfetta
contraddizione resta misteriosa
tanto agli stolti quanto ai savi.
Quest’arte, amico, è vecchia e nuova,
si è usato in tutti i tempi
con l’Uno e il Tre, col Tre e con l’Uno,
diffondere, invece del vero, l’errore.
Così si chiacchiera e si insegna indisturbati:
chi se la prende per gli idioti?
Quando ascolta parole l’uomo, in genere, crede
che ci sia dietro qualche cosa da pensare.

(Goethe, Faust, 1: 2540-2566)

***

Mefistofele ha ragione. Per capire certe «stregonerie», quelle soprattutto di cui sono infarciti i nostri libri – per prima cosa bisognerebbe smascherare chi è la STREGA, e poi, volendo, farsi questa bella domanda: com’è che Mefistofele, dovendo condurre Faust all’inferno, fa la prima tappa nella CUCINA della strega? – la quale domanda, poi, sarebbe all’incirca la stessa che ci poniamo quando cerchiamo di capire come mai sulla via della «discesa» al Paese di Utnapištim, la prima stazione di Gilgameš è alla LOCANDA.
Mangiare e bere. Che altro c’è da fare in cucina o al ristorante?
Mangiare il «cibo dei morti» e bere il «filtro dell’oblio»: che la via porti dove porti, tanto all’inferno quanto al paradiso, il VIANDANTE – qui nei panni di Faust – non incontra che queste primitive, elementari «tentazioni».
Resta qui, dove credi di andare – mio povero illuso?

Paton-Faust-Mefistofele
Joseph Noel Paton – Faust e Mefistofele nella cucina della strega

In verità, solo pochi versi prima, Faust si è così «imbambolato» a guardare «l’immagine della donna» allo specchio, che non vorrebbe andare da nessuna parte – è semmai Mefistofele che insiste: dai, mio sciocco Narciso, ché ti porto da quella donna là «in carne e ossa»! Su, vieni! andiamo in cucina!
Ovunque Faust o chi per lui pensi di andare, sempre che [al narcisista] gli riuscisse di staccare gli occhi da quell’immagine, la sua strada, come la strada di ogni VIANDANTE – che egli vada al diavolo o a fare voto alla madonna – ineluttabilmente passa per il «mangiare e/o bere».
Ma cosa vorrà mai dire questo «mangiare e/o bere» appena si mette piede in un «aldilà»?
Possibile mai che la «cosa» si ripeta finanche nella fiaba?

Propp ci ha riportati in Egitto a cercare una possibile risposta: per mangiare e bere bisogna aprire la bocca.
Puoi aprire la bocca e dire tutto ciò che vuoi, ma se l’apri per mangiare o bere a casa di qualcuno, in questo modo diventi pure tu «uno della Casa».
Ovunque Mefistofele voglia portarlo, essendo alla stregoneria che si accinge a istruirlo, deve perciò per prima cosa far assaggiare a Faust la CUCINA della STREGA. Se vuole accedere all’«aldilà» della sua magia, Faust deve «aprire la bocca» agli intrugli culinari, e poi verbali, della STREGA.

STREGA:
E ora in che cosa posso servire lor signori?

MEFISTOFELE:
Un buon bicchiere del filtro famoso;
ma del più vecchio devo chiederne.
Con gli anni diventa due volte più forte.

STREGA:
Proprio di cuore! Ne ho qui una bottiglia,
che anch’io ogni tanto mi ci attacco
e che non puzza proprio più.
Un goccio ve lo darò volentieri.
(sottovoce)
Ma se questo qui beve senza esser preparato
neanche un’ora da vivere gli resta, lei lo sa.

MEFISTOFELE:
È un buon amico e gli deve far bene.
Vorrei gli toccasse quel che hai di meglio in cucina.
Traccia il tuo cerchio, di’ le tue formule,
e dagliene un calice raso.

(Goethe, Faust, 1: 2518-2531)

***

I libri sono infarciti di «stregonerie». I libri sono fatti di parole. Ma chi mai le parlerebbe queste parole, chi vuoi che sia così scemo da prendere per buone le chiacchiere d’una Strega, pardon di una LANGUE, ossia di una lingua in senso figurato, se la sua lingua in senso proprio, (quella che ha in bocca), non fosse già «asservita»?
Gli uomini (e questo un diavolo del rango di Mefistofele non può non saperlo) si prendono per la gola. Si addomesticano a un gusto, a un vizio «alimentare» di cui non possono più fare a meno.
La lingua, ha detto qualcuno, è nata in CUCINA – con la CUCINA – per la CUCINA. Il che sottintende che, quando «arriva il momento delle parole», la bocca al VIANDANTE è stata già aperta – già narcotizzata dal «filtro» più o meno «famoso», già smemorata ai suoi vecchi sapori «immaginari».

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Joseph Noel Paton – La cucina della strega

Solo un ultimo sguardo Faust ha da lanciare alla sua Donna Immaginaria: una volta che avrà bevuto il filtro, sarà un gioco da ragazzi fargli credere che tra poco avrà fra le braccia la Donna «in carne e ossa».
Si tratta solo di drogarlo quanto basta perché metta sottosopra la sua relazione con l’Immagine e con la Realtà.
Per fargli «dire» che solo in carne e ossa la Donna è Reale, che solo il Vivente «è», Mefistofele lo conduce nella CUCINA DELLA STREGA. È solo un primo assaggio che gli vuole far assaggiare di quella notte che verrà: LA NOTTE DI VALPURGA – la GRANDE TENTAZIONE e le cento milioni di truppe demoniache al soldo del DIAVOLO.

Il DIAVOLO, è evidente che Goethe lo dice – non importa fino a che punto a sua stessa insaputa: dice che il DIAVOLO è entrato in casa di Faust da un angolo del Racconto, cioè dal «vuoto a perdere» di un significante a cui si può far dire tutto e il contrario di tutto: il mistero della Santa Trinità ma anche, insieme, la sua blasfema caricatura.
Il guaio è – e questo è il rammarico di Goethe – che solo il DIAVOLO sa che perfetta è la contraddizione del Racconto: che la sua dizione esca dalla bocca d’uno stolto o d’un sapiente, di perfetto non c’è che l’ambiguo, incessante, dire e disdire che il Racconto incessantemente fa di Se Stesso.
Il Racconto non fa che vuotare e svuotare di senso le sue parole.
Di diabolico, in tutto questo, ecco cosa c’è: c’è questo mefistofelico pensare di svuotarle di ogni credito per andare direttamente al sodo. Anziché perdersi in chiacchiere, andare al Reale «in carne e ossa», come se questo Reale non fosse, pur esso, un mito, insieme il più ingenuo e il più geniale, di cui la chiacchiera fa, da sempre, la sua «filosofia di vita».