Calvino – L’alchimista e il cavaliere errante

A ben vedere, tanto per l’alchimista quanto per il cavaliere errante il punto d’arrivo dovrebbe essere l’Asso di Coppe che per l’uno contiene il flogisto o la pietra dei filosofi o l’elisir di lunga vita, e per l’altro è il talismano custodito dal Re Pescatore, il vaso asso-di-coppemisterioso che il suo primo poeta non fece a tempo a spiegarci cos’era – o non lo volle dire – e che da allora sgorga fiumi d’inchiostro di congetture, la Grolla che continua a essere contesa tra le religione romana e quella celtica […]

Stando così le cose, le due storie rischiano continuamente d’inciampare l’una nell’altra, se non se ne mette bene in chiaro il meccanismo.
L’alchimista è colui che per ottenere gli scambi nella materia cerca di far diventare la sua anima inalterabile e pura come l’oro; ma si dia il caso d’un dottor Faust che inverte la regola dell’alchimista, fa dell’anima un oggetto di scambio e così spera che la natura diventi incorruttibile e non occorra più cercare l’oro perché tutti gli elementi saranno ugualmente preziosi, il mondo è d’oro e l’oro è il mondo.

Allo stesso modo è cavaliere errante colui che sottomette le sue azioni a una legge morale assoluta e severa, perché la legge naturale mantenga l’abbondanza sulla terra con assoluta indulgenza; ma proviamo a supporre un Perceval (Parzival o Parsifal) che inverta la regola della Tavola Rotonda: le virtù cavalleresche saranno in lui involontarie, verranno fuori come un dono della natura, come i colori delle ali delle farfalle, e così compiendo le sue imprese con attonita incuranza, forse riuscirà a sottomettere la natura alla sua volontà, a possedere la scienza del mondo come una cosa, a diventare mago e taumaturgo, a far cicatrizzare la piaga del Re Pescatore e a ridare verde linfa alla terra deserta.

(Calvino, Il castello dei destini incrociati)