Bretagna – La pietra meravigliosa

Uther Pendragon morì sedici anni più tardi, a san Martino, due anni dopo Igerne. Poiché non lasciava figli riconosciuti, i baroni pregarono Merlino di designare colui che essi avrebbero dovuto eleggere al fine che il regno fosse governato per il bene della Santa Chiesa e per la sicurezza del popolo.
Ma egli disse loro soltanto di attendere il giorno della nascita di Nostro Signore, e fino ad allora di pregare Dio che li illuminasse.

La vigilia di Natale, tutti i baroni del regno di Logres andarono a Londra, e tra essi Antor, con Keu e Artù, i suoi due figli, di cui non sapeva quale preferire.
Tutti assistettero alla messa di mezzanotte con grande pietà, poi alla messa del giorno. E mentre la folla usciva dalla chiesa, risuonarono grida di stupore: una grande pietra tagliata si trovava nel centro della piazza e sorreggeva un’incudine di ferro in cui era infissa una spada fino alla guardia.

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Subito fu avvertito l’arcivescovo che arrivò con l’acqua benedetta. E mentre si chinava per aspergere la pietra, lesse ad alta voce queste parole che vi erano scritte in lettere d’oro:

Colui che estrarrà questa spada sarà eletto da Gesù Cristo.

Già gli uomini più nobili e più ricchi gareggiavano per chi sarebbe stato il primo a provare. Ma l’arcivescovo disse loro: «Signori, non siete affatto saggi quanto sarebbe necessario. Non sapete dunque che Nostro Signore non si cura né di ricchezza, né di nobiltà, né di fierezza? Riuscirà solo colui che Egli ha designato e, se non fosse ancora nato, la spada non potrebbe mai essere estratta prima che egli giunga».

Allora scelse personalmente duecentocinquanta valentuomini che tentassero l’avventura per primi. Ma nessuno riuscì a muovere la spada.
Dopo di essi, vi si cimentarono tutti quelli che vollero, ma invano, e venne il giorno di Capodanno.
Quel giorno, era usanza che si desse un gran torneo alle porte della città. Quando i cavalieri ebbero giostrato a sufficienza, fecero una mischia tale che tutta la cittadinanza accorse per vederli.

Keu, figlio di Antor, che era stato fatto novello cavaliere a Ognissanti, chiamò il giovane fratello e gli disse: «Va’ al nostro alloggio a prendermi la spada».
Artù era un adolescente di sedici anni grande e bello, molto amabile e servizievole: dette di sprone verso l’alloggio, ma non riuscì a trovare la spada del fratello né alcun’altra, ché la padrona della casa le aveva sistemate tutte in una camera ed era andata ad assistere alla mischia.
Stava tornando quando, passando davanti alla chiesa, pensò che non aveva ancora fatta la prova: subito s’avvicina alla pietra e, senza nemmeno smontare da cavallo, impugna il gladio meraviglioso, lo estrae senza alcuna fatica, e lo porta al fratello sotto un lembo del mantello, e gli dice: «Non sono riuscito a trovare la tua spada, ma ti ho portato quella dell’incudine».

Keu la prese senza pronunciare parola, e si mise alla ricerca del padre.
«Signore – gli disse – sarò re: ecco la spada della pietra».
Ma Antor, che era vecchio e saggio, non gli credette e gli fece confessare la verità. Poi king-arthur-spadachiamò Artù e gli ordinò di andare a rimettere il gladio dove l’aveva preso: il fanciullo riconficcò la lama nell’incudine con la stessa facilità con cui l’avrebbe immersa nell’argilla. Il che vedendo, il valentuomo l’abbracciò.

«Bel figliolo, se io vi facessi re, che bene me ne deriverebbe?».
«Signore – rispose Artù – non vi sarebbe nulla che io possedessi di cui voi non sareste padrone, essendo mio padre».
«Bel signore, io sono il vostro padre adottivo, ma non colui che vi ha generato. Ho affidato mio figlio a una nutrice perché sua madre vi nutrisse col suo latte. E vi ho allevato con tutta la dolcezza che mi è stata possibile».
«Vi supplico – disse Artù – di non rinnegarmi come vostro figlio, che non saprei dove andare. E se Dio vuole che io abbia l’onore di essere re, voi non potete chiedermi cosa che non l’otteniate».
«Bel signore, vi chiedo che, in ricompensa di quello che ho fatto per voi, Keu sia vostro siniscalco finché avrete vita, e che qualunque cosa egli faccia, non possa perdere la sua carica. Se è folle, se è fellone, vi direte che forse non lo sarebbe stato, se fosse stato allattato dalla propria madre e non da una estranea, e che forse egli è così a causa vostra».

E Artù giurò sui santi che avrebbe tenuto Keu con sé per sempre.
Antor aspettò i vespri e, quando tutti i baroni furono riuniti in chiesa, mandò a trovare l’arcivescovo e gli chiese di permettere che il figlio più giovane, che non era ancora cavaliere, facesse la prova.
E Artù sfilò senza fatica la spada e la porse all’arcivescovo che intonò a piena voce il Te Deum laudamus.

Intanto i baroni mormoravano, dicendo che non si poteva ammettere che un ragazzo di sì basso lignaggio divenisse loro signore.
Del che l’arcivescovo molto s’adirò, dicendo che Dio conosceva meglio di loro stessi il valore di ciascuno; tuttavia, ordinò ad Artù di rinfilare la spada nell’incudine, poi disse a coloro che si mostravano scontenti di ricominciare la prova.
E tutti tentarono una volta ancora, ma nessuno ci riuscì.

«Sono ben folli coloro che vanno contro la volontà di Nostro Signore!», esclamò il servitore di Dio.
Re-Artù-corona«Signore – dissero i baroni – noi non contrastiamo la Sua volontà, ma è per noi meraviglia troppo grande che un uomo di sì basso lignaggio divenga così il nostro signore. Vi chiediamo di lasciare la spada nella pietra fino a Candelora».

L’arcivescovo lo concesse; ma, venuta Candelora, nessuno di essi poté svellere la spalla. Il che vedendo, l’arcivescovo disse ad Artù: «Andate, bel figliolo, e se Nostro Signore vuole che voi governiate questo popolo, porgetemi quel gladio».
Subito Artù riuscì a tirar la spada senza maggiore sforzo che se fosse stata conficcata in un pane di burro. Il popolo piangeva di gioia e di pietà, ma i baroni chiesero che si riprendesse la prova a Pasqua.

Quando Pasqua fu venuta, tutto si svolse allo stesso modo.
Allora si rassegnarono a riconoscere in Artù l’eletto da Dio; ma vollero ancora che la sua consacrazione fosse rimandata fino a Pentecoste.
Quel giorno, il fanciullo s’inginocchiò un’ultima volta davanti alla pietra, poi prese la spada nelle mani giunte e la estrasse con molta facilità.
La portò dritto all’altare e ve la posò sopra.
Poi fu unto e consacrato. E quando la messa fu cantata, si vide, uscendo dalla chiesa, che la pietra meravigliosa era scomparsa.

(Merlino l’incantatore, 9)