Goffredo di Strasburgo – La scheggia della spada di Tristano

Tristano-Isotta-film

Tristano è presto guarito [dalle ferite riportate combattendo col Drago]: agile il corpo, il volto di un bell’incarnato.
Isotta non cessa di guardarlo, ne scruta i modi e l’aspetto con grande attenzione. Osserva in segreto le mani e il viso, studia le braccia e le gambe, che apertamente rivelano ciò che egli vorrebbe celare. Lo esamina da capo a piedi; e quello che a una fanciulla è lecito guardare in un uomo, tutto le piace, ed ella lo loda in cuor suo.

E ora che la bella e buona fanciulla ne ha visto e considerato i modi principeschi e il magnifico aspetto, il cuore le parla in segreto: «Signore Iddio che operi miracoli, se mai si potesse biasimare cosa che Tu compi, o hai compiuto o creato, allora l’errore sarebbe manifesto in questo nobilissimo giovane, che hai dotato di tanta bellezza nel corpo, e che pure deve cercare il proprio sostentamento errando di terra in terra. Con buon diritto egli dovrebbe governare un regno o un paese: così dovrebbe essere! è un mondo ben strano quello in cui tanti troni sono retti da uomini deboli, e non uno è toccato a costui. Un uomo sì giusto e virtuoso dovrebbe avere onore e beni. Gli è stato fatto gran torto: Signore Iddio, gli desti una vita troppo discorde dalla sua persona!».

Questo ella ripete sovente. […]
Intanto ha ordinato allo scudiero Paranis di pulire e lustrare le armi e l’armatura di Tristano, e di avere diligente cura degli altri suoi averi. Ebbene, così viene fatto: tutto è bello e pronto, e disposto in bell’ordine.
Ora la fanciulla giunge in segreto e osserva attentamente ogni pezzo. Ma l’avverso destino ha disposto di nuovo che, per la seconda volta, Isotta scopra prima di ogni altro il tormento del proprio animo.

Il suo cuore si volge, i suoi occhi si indirizzano là dov’è l’armatura. Non so come ciò sia potuto accadere ma, nello stesso modo in cui fanciulle e fanciulli, e Iddio sa anche più di spada-scheggiaun adulto, s’abbandonano all’impulso o al capriccio, così ella raccoglie la spada.
La trae dal fodero, la esamina e la scruta da ogni parte. Allora vede l’intaccatura: l’osserva a lungo e con minuzia, e pensa: «Dio misericordioso mi aiuti! Credo di avere io il frammento mancante, anzi voglio farne la prova!».

Ora ha preso la scheggia [estratta dalla testa dello zio Moroldo] e l’ha inserita: l’intaccatura e quel pezzo maledetto combaciano a meraviglia, quasi siano un’unica cosa, e invero lo furono, non sono passati due anni.
Il cuore di Isotta si fa di ghiaccio per l’antica pena. Per l’ira e il dolore, il volto diventa ora del pallore della morte, ora del rossore del fuoco.
«Ah, sventurata Isotta – dice. – Ahimé, per me e per queste armi! Chi mai portò dalla Cornovaglia questa spada scellerata? Con essa fu ucciso mio zio, e chi lo condusse a morte si chiama Tristano. Chi mai la diede a questo menestrello? Eppure il suo nome è Tantris!».

Subito comincia a pronunciare i due nomi, e a confrontarne il suono.
«Oh, Signore – dice ancora – questi nomi mi tormentano. Non so capire cosa vi sia in loro, ma il suono si somiglia. Tantris e Tristan. Di certo c’è un legame nascosto».
Comincia allora a ripetere i nomi: si sofferma sulle lettere di cui entrambi sono formati, e presto scopre che sono le stesse, nell’uno e nell’altro. Divide allora le sillabe, le scambia, ed è subito sulla giusta traccia: scopre il nome, e trova ciò che ha cercato.
In un senso legge Tristan, nell’altro Tantris. E così è certa del nome.

«Sì – dice la bella fanciulla – le cose stanno così, e il mio cuore mi ha ben predetto l’inganno e la falsità. Quando notai il suo aspetto e i suoi modi, e in cuor mio ricomposi tutto il suo comportamento, subito seppi che egli era di nobile nascita. Chi altri avrebbe osato far tanto? Venire dalla Cornovaglia dai propri nemici mortali! e noi due volte l’abbiamo salvato! Ma nulla gli gioverà, ora. Questa stessa spada segnerà la sua fine. Orsù, Isotta, affrettati a vendicare la tua pena! Se egli giacerà a sua volta trafitto dalla spada che uccise tuo zio, la tua vendetta sarà compiuta a pieno!». 

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Rogelio de Egusquiza – Tristano e Isotta

Afferra l’arma e va da Tristano che sta seduto nel bagno.
«Dimmi – chiede – sei tu Tristano?».
«No, mia signora, io sono Tantris».
«So per certo che sei Tantris e sei Tristano, e che siete morti ambedue. Quanto m’ha fatto Tristano, me lo risarcirà Tantris! Pagherai per mio zio!».
«No, mia dolce e giovane signora, no! Per amor di Dio, cosa fate? Pensate al vostro nome: siete dama e fanciulla. Quando si saprà di tale assassinio, la splendida Isotta sarà per sempre morta a ogni onore. Ahimé, si spegnerà il sole che sorge dall’Irlanda e illumina molti cuori! Onta a queste bianchissime mani, cui mal s’addice la spada!». 

In quel momento, la madre, la regina, si affaccia alla porta.
«Come, che significa, figlia? – chiede. – Cosa fai? è questo il comportamento di una dama? Sei uscita di senno? È un gioco, o sei spinta dall’ira? Che cosa fa quella spada nella tua mano?».
«Ah, signora, madre mia, rammenta il nostro grande dolore. Ecco l’assassino Tristano che ti uccise il fratello! Ora ci è dato vendicarci e trafiggerlo con quest’arma: mai avremo occasione migliore».
«Costui è Tristano? Come lo sai?».
«Lo so per certo! Questa è la sua spada, guardala e osserva il frammento: capirai che è proprio lui. Poco fa ho inserito la scheggia in questa maledetta intaccatura e, ahimé, ho visto che s’adattavano come fossero un unico pezzo».
«Ah, Isotta, quali memorie mi richiami? – dice allora la madre. – Non fossi mai vissuta! Se costui è Tristano, come sono ingannata!».

Ora Isotta ha levato la spada e s’avanza, ma la madre si rivolge a lei dicendo: «Fermati, Isotta! Arrestati! Non sai cosa ho giurato?».
«Non me ne curo. Io giuro che morrà».
«Merzî, bêle Îsôt!», implora Tristano.
«Come, uomo malvagio – risponde Isotta – implori dunque merzî? Merzî non ti appartiene. Dovrai lasciare qui la vita».
«No, figlia – interviene la madre – non possiamo vendicarci senza infrangere il giuramento e mancare al nostro onore. Non avere troppa fretta. La sua vita e i suoi averi sono sotto la mia protezione. Comunque sia potuto accadere, io gliela ho accordata a pieno».
«Grazia, signora! – dice Tristano. – Ricordate che ho affidato al vostro onore la mia vita e i miei averi, e che su di esso voi li avete ricevuti».
«Menti! – esclama la fanciulla. – So bene ciò che fu detto. Non a Tristano, ella promise protezione né per la vita né per gli averi». 

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Salvador Dalì – Tristano e Isotta

Su tali parole l’affronta di nuovo, e nuovamente Tristano esclama: «Ah, bêle Îsôt! merzî, merzî!».
Ma la madre, la virtuosa regina è lì presente ed egli può ritenersi sicuro. Ma fosse anche incatenato nel bagno e la sola Isotta fosse lì con lui, pure si salverebbe egualmente: come potrebbe la dolce e buona fanciulla, che mai ha conosciuto amarezza o rancore, uccidere un uomo?
Agisce così solo per il dolore e l’ira, proprio come fosse pronta a farlo, e forse lo farebbe davvero se la soccorresse il cuore. Ma a tale crudeltà il suo cuore si sottrae.

Pure, non è così mite che non conosca odio e pena, quando vede e sente colui che fu la causa del suo male. Ascolta il suo nemico, lo vede, eppure non può ucciderlo, ché la tenera femminilità prevale, e la distoglie dall’intento.
Due contrastanti sentimenti, collera e femminilità, che mal s’accordano quando si vogliono tendere la mano, combattono in lei aspra battaglia.

Quando in Isotta l’ira vorrebbe uccidere il nemico, s’interpone la dolce femminilità.
«No, non farlo», sussurra dolcemente.
Così il cuore è diviso nell’intento; quell’unico cuore è insieme buono e cattivo.
La bella fanciulla abbassa la spada e subito la torna a levare. Tra il bene e il male, l’animo suo non sa dove volgersi. Vuole e non vuole; desidera agire e indietreggiare insieme.
L’incertezza la sospinge così ora qua ora là, finché la dolce femminilità vince sull’ira, e il nemico mortale è salvo: Moroldo rimane invendicato!

(Goffredo di Strasburgo, Tristano)